È dottore commercialista titolare dell’omonimo studio professionale. Revisore dei conti, Lucio D’Urso (nella foto) è revisore unico del Teatro Pubblico Campano presieduto da Alfredo Balsamo. Ha svolto attività ordinistica come componente del collegio dei revisori, consigliere e vice presidente. «Sono il sesto di otto figli e nasco alla Sanità, al vico Lammatari, a pochi distanza da via Santa Maria Antesaecula dove c’è la casa natale del principe Antonio de Curtis, Totò. Dello scugnizzo di questo famoso quartiere popolare avevo veramente poco perché mio padre impediva a me e ai miei fratelli di frequentare le compagnie di “strada”. Andavamo a giocare nel bosco di Capodimonte e ci arrivavamo arrancando per la ripida salita dei Cinesi. Insieme a un vico, un vicoletto e a dei gradini, si chiama così in ricordo del Collegio dei Cinesi, fondato nel 1732 dal sacerdote ebolitano Matteo Ripa, in una zona di malaffare che precedentemente ospitava numerosi bordelli ma che poi accolse la prima istituzione europea per la promozione di scambi culturali con l’Oriente. Successivamente si trasformò nel Real Collegio Asiatico e oggi è l’università “L’Orientale”. Sicuramente ha rappresentato la prima Chinatown partenopea. Papà era il direttore tecnico di una grossa conceria di pelli di proprietà della famiglia Evangelista. Iniziò questo lavoro durante la seconda guerra mondiale. Lo vedevo poco perché, terminata la guerra, era continuamente in viaggio per acquistare pelli grezze. In Italia si trovavano solo in Sardegna ma lui andava anche in Siria e in Tunisia. Nonostante le sue prolungate assenza, imponeva che in famiglia venisse impartita la migliore educazione e rispettata la regolarità degli studi. Ci controllava a distanza e non ho mai capito come facesse».

Dove è andato a scuola?

«Le elementari le ho fatte in una scuola privata perché l’Istituto Maestre Pie Filippini, il più vicino a casa, era riservato solo alle bambine. Poi la situazione di agiatezza economica in cui vivevamo cominciò un lento ma continuo declino e fu necessario per tutti noi avviarci a studi che consentissero un più rapido inserimento nel mondo del lavoro. Dopo la licenza elementare fui iscritto all’Istituto di avviamento professionale a indirizzo commerciale che preparava agli studi per ragioneri e conseguii la licenza».

E dopo cosa fece?

«Mi iscrissi all’istituto privato Formisano. Si trovava a piazzetta Rodinò nel palazzo a fianco al famoso bar Cimmino. Ho frequentato le cinque classi di ragioneria e mi diplomai. Immediatamente mi misi alla disperata ricerca dell’agognato posto fisso che mi potesse dare la tranquillità economica. L’obiettivo era un impiego in banca ma per un giovanotto senza le giuste conoscenze le porte rimasero tutte chiuse. Fortunatamente mia sorella maggiore, Anna, mi pose davanti alla sliding doors che determinò la svolta nella mia vita lavorativa. E pensare che le opposi inizialmente un forte resistenza».

Ci racconti.

«Era molto amica della famiglia Petricciuolo che abitava nella Sanità. Cristoforo era consigliere dell’Ordine dei ragionieri e aveva uno studio bene avviato. Anna mi raccomandò in maniera così accorata che il ragioniere Cristoforo non seppe dirle di no. Ebbi così inizio il mio praticantato che è durato sei anni, quattro in più di quelli richiesti per sostenere l’esame di abilitazione all’esercizio della professione. Prolungarlo fu una mia decisione perché dovevo essere assolutamente sicuro di avere la giusta preparazione e, oltretutto, non volevo far fare a mia sorella una brutta figura. Superai l’esame in maniera molto brillante e nel 1972 mi iscrissi all’albo. All’epoca gli albi dei ragionieri e dei dottori commercialisti erano ancora distinti».

Casa e studio. Avrà pure avuto una vita adolescenziale di relazioni e divertimenti?

«Niente di eccezionale perché non c’era molto tempo da dedicare alle cosiddette distrazioni. Giochicchiavo a calcio ma portavo gli occhiali per cui praticare questo sport per me era un problema. Ricordo che durante una partita facevo il terzino e scambiai un compagno di squadra per un avversario e gli corsi dietro per togliegli il pallone. Naturalmente urla di protesta dei miei e scherno da parte degli avversari. Ho fatto anche un po’ di nuoto, sempre a livello amatoriale, al Cus di via Campegna».

Quale fu il suo debutto nella professione?

«Il mio mentore e maestro era esperto in procedure fallimentari e decisi di seguire le sue orme. Feci domanda per essere inserito nell’elenco dei curatori fallimentari e quasi subito, a 24 anni, ebbi le prime nomine dal tribunale. Fu un esordio di forte emozione perché mi trovai di fronte al giudice più tosto, esigente e preciso della sezione fallimentare. Mi mise davanti il faldone con tutte le richieste di ammissione al passivo avanzate dai creditori e mi disse di esaminarle. Ultimata l’analisi e redatta la relazione con le mie risultanze e osservazioni, mi recai da lui e gliela porsi. Ricordo che le gambe mi tremavano. Si mise a leggere il mio elaborato e a un tratto si interruppe e, senza distogliere lo sguardo dallo scritto, mi fece una domanda a denti stretti che non riuscii a comprendere. Il mio tentennamento nel rispondere lo fece adirare al punto che sbattette la mia relazione sulla scrivania e cominciò a sbottare. Si trovò a passare davanti al suo ufficio Cristoforo Petricciuolo e, sentendolo urlare, si affaccio dall’uscio, mi vide ed esclamò: “presidente questo giovanotto è una mia creatura ed è anche un mio compare perché l’ho cresimato”. A questo punto il magistrato abbassò i toni, riprese il controllo e mi invitò a riesaminare il fascicolo. Per me fu la dimostrazione dell’autorevolezza di Cristoforo e di quanta stima godesse per competenza, professionalità e onestà nella sezione fallimentare. Comunque accusai il colpo e da quel momento in poi spinsi al massimo possibile la mia attenzione e concentrazione».

Quando c’è stata la svolta nella sua attività professionale?

«Le procedure fallimentari erano diventate la mia specializzazione ma il mio orizzonte professionale cominciò ad ampliarsi con la riforma tributaria entrata in vigore a ottobre del 1971 che porta il nome del ministro delle Finanze Luigi Preti che ne fu il maggior promotore. Fu chiamata la grande riforma. Il Governo predispose il testo dei singoli decreti delegati che entrarono in vigore il 1 gennaio del 1973 tra questi quello che introdusse l’Iva in sostituzione dell’Ige. Successivamente furono emanate le disposizione sulle imposte dirette. La loro entrata in vigore ebbe luogo il 1° gennaio 1974, con la sostituzione delle vecchie imposte reali. Qualche mese dopo entrarono in vigore anche i provvedimenti sulla riforma del contenzioso tributario. Lo studio cambiò completamente pelle e il mio mentore, che si era laureato in giurisprudenza per la sua grande conoscenza del diritto fallimentare, entrò in società con il dottore commercialista Menichetti di Gubbio. Fondarono uno studio associato con il nome Ivacell. Dovetti rimboccarmi le maniche per imparare le nuove regolamentazioni con i conseguenti procedimenti e interessarmi di contabilità aziendale che, fino ad allora, avevo curato molto poco. Conobbi anche la donna che sarebbe diventata mia moglie. Era una ragioniera ed era stata assunta dallo studio per la parte amministrativa».

Quanto tempo rimase ancora allo studio dove si era formato?

«Fino a dicembre del 1974 perché il primo gennaio del nuovo anno “inaugurai” il mio primo studio a via Cervantes. Era piccolo e la mia prima collaboratrice fu una mia sorella, anche lei ragioniera. Mi ero sposato e dopo due anni mia moglie lasciò l’Ivacell e si unì a noi».

Lasciare il suo mentore fu una decisione difficile?

«Sofferta e coraggiosa e il mio maestro m’incoraggiò con forza a fare quel grande passo dicendomi che ero professionalmente pronto e che, in caso di necessità, lui sarebbe stato sempre pronto ad aiutarmi. Se avesse potuto mi avrebbe associato. Questa sua affermazione mi gratificò moltissimo e mi commosse. Negli anni Ottanta cominciai a crescere in maniera importante, cambiai studio prendendone uno più grande per arrivare a quello definitivo di corso Umberto, consono alla significativa qualità e quantità di clienti e all’accresciuto staff di collaboratori. Ricordo con forte emozione quando informatizzammo le procedure con l’acquisto di un imponente elaboratore elettronico Honeywell. Decisi di rimettermi a studiare e m’iscrissi a Economia e Commercio. Mi furono riconosciuiti alcuni dei sedici esami che avevo sostenuto in giurisprudenza perché non si erano prescritti e al termine del corso di laurea diventati anche dottore commercialista. Naturalmente la tesi la feci in diritto fallimentare».

Ha fatto anche attività ordinistica.

«Sono stato nel Collegio dei revisori e poi nel Consiglio direttivo. L’ho fatto per dodici anni e negli ultimi tre ho ricoperto la carica di vicepresidente. Poi ho deciso di abbandonare perché certi mondi sono regolati da logiche che non mi appartengono in quanto sono un tecnico puro. Preferisco dedicare alla famiglia il tempo che riesco a sottrarre al lavoro».

Quale curatela fallimentare ricorda come la più impegnativa per lei?

«Quella che riguardava il fallimento della Sud Italia, la prima spa costituita a Napoli. Era una società immobiliare che aveva costruito un omonimo parco a Posillipo».

Ha due figli: Fabrizio avvocato penalista e Alessia architetto. Nessuno dei due ha deciso di seguire le sue orme. Ne è dispiaciuto?

«Non posso negare che il pensiero che dopo di me non ci sarà nessuno a ereditare il mio studio mi rattrista un po’. Però ho sempre lasciato massima autonomia ai miei figli sulla scelta del loro futuro e sono fiero e orgoglioso di quello che sono diventati nel campo del lavoro. La gioia più grande e che mi hanno regalato due nipotini ciascuno».

Al di fuori del lavoro, quali interessi coltiva con sua moglie?

«Abbiamo entrambi la passione per i viaggi. Tra i più belli che abbiamo fatto sicuramente ci sono quelli nel Vietnam con la sua splendida Baia di Halong e nel Sud Africa. Purtroppo la pandemia finora ci ha negato la gioia di visitare altri luoghi».