Amministratrice unica della Sanguineti srl, Maria Laura Sulis (nella foto) ha fondato la Numar srl, società di pr e servizi. Ha fatto parte del consiglio direttivo della sezione turismo dell’Unione Industriali della Provincia di Napoli e Presidente per due mandati dell’Associazione Aidda, Delegazione della Campania, che rappresenta il più autorevole punto di riferimento per le donne che assumono ruoli di responsabilità nella struttura economica italiana. Ha ricevuto dalle mani di Amelia Cortese Ardias il “Canalotto d’Oro”, prestigioso riconoscimento nel mondo dell’imprenditoria. «Nasco ad Ozieri in provincia di Sassari, ma sono napoletana d’adozione. Mio padre Enrico era bancario e fu mandato ad Avellino per rimettere in sesto la filiale dell’istituto di credito locale. Prendemmo casa al Vomero, nel tratto inferiore di via Cimarosa, e papà partiva il lunedì e rientrava il venerdì. Ho preso la licenza magistrale alla Mazzini che all’epoca era nei pressi di piazza Fuga dove c’è la funicolare Centrale. Sono stati anni bellissimi ricchi di spensieratezza. Ricordo che all’uscita della scuola c’era la sosta obbligata alla storica friggitoria che fa angolo con via Kerbaker dove, incuranti della dieta, compravamo il coppetiello con i crocché e le paste cresciute. Quindi la piacevole e distensiva passaggiata per via Scarlatti. Con qualche compagna di classe ci soffermavamo a guardare le eleganti vetrine del negozio di abbigliamento “Coppola” e chi di noi era più golosa si beava davanti ai dolci di “Daniele” o ai gelati di “Soave”, unico esercizio commerciale sopravvissuto oggi insieme alla tabaccheria “De Santis”».

Dopo il diploma cosa fece?

«Mi iscrissi all’università l’Orientale perché mi sono sempre piaciute le lingue. Nel periodo universitario, e per la verità anche nell’ultimo anno delle magistrali, “esplose” la mia capacità di organizzare eventi coinvolgendo i miei fratelli Fernanda, Gianfranco e Peppe, e i nostri compagni di scuola e gli amici. Ero il punto di riferimento quando si trattava di feste, di balletti che allora si facevano nelle case, e anche delle rare escursioni sciistiche domenicali a Roccaraso con il pullman che partiva di prima mattina da piazza Vanvitelli: quattro lunghe ore all’andata e altrettante al ritorno, ma eravamo tutti felici. Questa caratteristica ha segnato il mio futuro dopo che nella mia vita fece irruzione, da gentleman ma con determinazione, Pietro Sanguineti, per tutti Poli».

Ci racconti.

«Dovevamo traslocare dal Vomero per andare a via Orazio. Papà sentiva il bisogno di vedere il mare, lo aveva sempre amato, e la sua vita lavorativa, trascorsa cinque giorni su sette ad Avellino, glielo impediva. La casa di via Cimarosa era bellissima ma il mare non si vedeva. Mamma Itala, casalinga, inizialmente non fu molto contenta perché avrebbe perduto la comodità di stare in centro, ma poi cedette. Papà si rivolse a un’importante azienda di trasporti a livello nazionale e internazionale, la Sanguineti srl, perché era molto geloso dei mobili antichi e delle suppellettili che aveva ereditato dalla sua famiglia e non si fidava di una semplice ditta di traslochi. Un mattina bussò alla porta un giovane di bell’aspetto che si presentò come il titolare dell’azienda e disse che era venuto per fare un sopralluogo. In seguito seppi che aveva perduto il padre quando aveva 23 anni e che, da figlio unico, aveva dovuto prendere in mano le redini della società. Mi disse dopo qualche tempo che, sceso da casa mia, andò in un bar vicino a brindare dicendo ad alta voce: “quella ragazza me la sposo”. Cominciò a telefonare di continuo adducendo pretesti sul trasloco al punto che feci pressioni su mio padre perché questa operazione si concludesse al più presto. Un giorno un mio amico mi disse che insieme a sua sorella voleva uscire con me e con un loro amico. Conoscevo benissimo i fratelli e accettai l’invito. All’incontro con loro c’era Poli il quale appena mi vide mi disse candidamente: “sono innamorato di te e ti voglio sposare”. In me scattò qualcosa di inspiegabile e imprevedibile. Rimasi colpita e allo stesso tempo affascinata dalla deterninazione di quel giovane e da quel giorno cominciammo a frequentarci. Dopo nove mesi ci sposammo nonostante le iniziali resistente di papà che, in seguito, si ricredette. Avevo solo vent’anni. Con il matrimonio lasciai l’università e per me iniziò la vita della “compagna” di un giovane e affermato imprenditore: viaggi, cene importanti, teatro e quant’altro. Poi rimasi incinta di Cecilia, la nostra primogenita».

Da allora casa e famiglia?

«Dopo due anni dalla nascita della bimba rimasi incinta di Arturo. Ma quando Cecilia compì sei anni e Arturo quattro decisi che era giunto il momento di entrare nel mondo del lavoro, ma dalla porta principale. Mi ero preparata per il progetto che avevo in mente e senza che Poli se ne accorgesse divorai libri di economia e di contabilità per imparare il mestiere che avrei voluto fare: l’amministratore unico della Sanguineti srl. Una mattina a colazione, mentre sfogliava la mazzetta di giornali come era solito fare, gli dissi: “Poli voglio entrare nella tua azienda, ma non come dipendente bensì come amministratore unico”. Ricordo che alzò gli occhi mi guardo e senza aggiungere altra parola e disse: “va bene, da domani cominci”; e così fu. Cecilia e Arturo erano nelle mani di una fidatissima babysitter e di una governante che accompagnava a scuola la bimba che frequentava la prima elementare e badava all’andamento della casa. Fui cooptata come socio e immediatamente nominata amministratore unico. Poli convocò impiegati e maestranze e disse loro: “da questo momento dimenticate che la signora è mia moglie perché l’ho nominata amministratore unico della società”». Come fu l’impatto con questa nuova realtà? «All’inizio mi tremavano le gambe ma ero forte di quell’attitudine a comandare e organizzare che avevo scoperto in me da ragazza, degli studi, anche se teorici, fatti sui libri di economia e gestione aziendale, e soprattutto del supportro pratico che in avvio mi diede un’amica dottore commercialista esperta in gestione aziendale». Iniziò anche la sua esperienza associativa. «Entrai nell’Aidda e, grazie a essa, nel direttivo della sezione turismo dell’Unione Industriali della Provincia di Napoli».

Che cos’è l’Aidda?

«Un’associazione articolata in tredici delegazioni regionali che dà un prezioso supporto e contributo in termini di idee e di esperienza nel mondo imprenditoriale e professionale femminile, rappresentato dalle piccole, medie e grandi imprese femminili italiane con una trasversalità in ogni settore merceologico, una forte rappresentanza di aziende familiari, storiche, artigianali, specchio di una Italia fatta di tradizione, creatività, eccellenza, qualità; un inestimabile patrimonio economico e storico. Dopo poco tempo fui nominata segretario della delegazione Campania e nel 1990 presidente, carica che mi fu confermata fino al 1996. Sono state esperienze molto formative. Nell’Aidda ho rivestito come presidente campano un ruolo molto importante anche a livello internazionale con l’organizzazione di eventi anche nel pieno rispetto della matrice storica dell’associazione, la FCEM “Femme Chef d’Entrerprises Mondiales” cui è affiliata».

Qualche esempio?

«In particolare, le tre edizioni del “Premio Curie” svoltosi sempre l’8 marzo, festa della donna, negli anni 1991, 1993 e 1995, intestato alla polacca Maria Salomea Skłodowska, più conosciuta come Madame Curie, illuminata specialista in fisica, chimica e matematica, e premio Nobel nel 1903 insieme al marito Pierre Curie, per lo studio sulle radiazioni, e nel 1911 per la chimica per la sua scoperta del radio e del polonio. Altro evento molto importante fu la sei giorni di scambi culturali, di progetti, di confronti con le imprenditrici russe organizzato con la “Women and Business” nella capitale russa e nella città di Leningrado, oggi San Pietroburgo. L’esperienza fu ripetuta a Napoli ospitando imprenditrici russe».

Poi lasciò l’associazione. Perchè?

«Alla scadenza del secondo mandato al vertice della Delegazione della Campania mi fu comunicato che praticamente potevo considerarmi il nuovo presidente nazionale in pectore. La notizia mi riempì di orgoglio ma dopo qualche giorno fui gelata da una convocazione in Questura. Il vice questore vicario mi informò che ero in pericolo di vita perché era giunta notizia, molto attendibile, che sarei rimasta vittima di un attentato. La causa era proprio la nuova nomina che avrei dovuto ricoprire. Ne parlai a lungo con mio marito e insieme decidemmo che non potevo fare correre rischi ai nostri figli, a Poli e a me e, anche se con profonda tristezza mista a rabbia, mi dimisi dall’Aidda. Non ho mai saputo chi avesse voluto uccidermi e perché, ma mi fu detto che in Confindustria erano pervenute lettere anonime minacciose e denigratorie contro di me».

Questo è sicuramente un brutto momento della sua esperienza nell’Aidda. Ne ricorda uno particolarmente bello?

«Nel Natale del 1995 organizzai un incontro di “supporto” per i ragazzi del “Don Bosco” nel loro centro sociale. Mi regalarono una ceramica con scritto “Ciò che si fa per amore non si perde, ma rimane e si moltiplica”. La conservo gelosamente nella mia camera da letto».

Per quanto tempo è stata l’amministratore unico della Sanguineti srl?

«Non ho mai smesso, però nel 1991 decisi di fare il grande passo e creare un’azienda tutta mia. Fondai la Numar srl».

Qual è la sua “mission”?

«Una società di servizi operante nel campo delle pubbliche relazioni e delle attività congressuali e fieristiche in genere. È stata una delle prime società a realizzare incontri tra delegazioni nazionali ed estere in grado di poter organizzare e gestire complessi eventi fieristici di rilevanza nazionale ed internazionale».

Le più importanti?

«La “MediterTrans”, Mostra Mediterranea dei Trasporti e delle Comunicazioni, alla Mostra d’Oltremare. Oltre ad ospitare importantissimi convegni sulle modalità di trasporto mare, terra e cielo, alla mostra parteciparono tutte le più importanti case produttrici di automezzi per il trasporto merci e passeggeri. Un’altra, di livello nazionale ed internazionale, fu la “Fimes”, sempre alla Mostra d’Oltremare, in cui si esaltava il fitness, lo sport, ed il benessere in acqua. Facemmo montare in uno dei capannoni della Mostra una piscina da 33 mq. Per organizzare l’evento nel migliore modo possibile andai con mio marito e Cecilia, mia impareggiabile collaboratrice, a San Francisco in California per visitare la più grande fiera del mondo in questo settore».

Poi decise di chiudere l’attività. Per quale motivo?

«Le regole del mondo in cui operavo stavano cambiando e non mi ci ritrovavo più».

Come occupa il tempo?

«Vivo un “privato” più intenso. Quando posso mi godo i cinque nipotini, due sono figli di Cecilia e tre di Arturo. Ho ripreso a coltivare la mia antica passione per il ballo e, fino a quando la pandemia me lo ha consentito, sono stata “allieva” di una rinomata scuola napoletana. Spero di poterci ritornare al più presto, così come desidero ardentemente di rifrequentare i saloni del Circolo Canottieri Napoli di cui sono affezionatissima socia come lo è il mio Poli. È un uomo eccezionale, generoso e gran signore. Senza di lui non sarei diventata un’imprenditrice con tutti i miei limiti ma anche con i miei pregi».