È laureato in biologia con un passato di ricercatore in virologia diagnostica ed è stato responsabile del Centro del monitoraggio della Terapia Anticoagulante dell’ospedale di Scafati. Maurizio Maresca (nella foto) dopo il pensionamento si occupa di Medicina funzionale integrata con approccio naturopatico, di diagnostica funzionale, di nutrizione, di impedenziometria clinica, di fitoterapia e aromaterapia. Inoltre è docente e consulente scientifico di aziende che operano nel mondo della medicina naturale. «Sono nato a Napoli, nel quartiere Fuorigrotta, nei pressi dello stadio. Ho trascorso la mia infanzia a sentire le urla dei tifosi del Napoli ai goal della squadra, per cui non avevo bisogno di andarci; era quindi inevitabile diventare da piccolo acceso fan del Napoli Calcio. Ho scolpito nella mente il giorno dell’inaugurazione del San Paolo il 6 dicembre 1959 con un match tra azzurri e la Juventus, vinto per 2-1 con gol di Vinicio e Vitali, cui assistetti accompagnato da mio padre. Sono il terzo di cinque figli e ho vissuto in una famiglia numerosa perché con noi abitavano anche la nonna materna e una zia nubile. Ero uno scugnizzo che giocava a pallone fuori ai “Distinti” o alla “Curva B” dello stadio e ho creduto sempre nei valori fondamentali dello studio e dello sport, cosi come i miei fratelli. Ho praticato atletica leggera al Collana e le mie specialità erano il salto triplo e il salto in lungo. Ricordo che nel 1969 ho partecipato a una gara a Roma (Trofeo Bravin) dove era presente anche Pietro Mennea che correva i 300 metri. Era il 16 luglio, il giorno dello storico sbarco sulla Luna. Poi di lì a breve, all’età di 16 anni, fui costretto a lasciare l’agonismo perché avendo iniziato precocemente l’attività sportiva ebbi una forte scoliosi causata dalla sollecitazione della colonna con i tre salti per giungere sull’“asse di battuta”. In quell’anno feci la mia prima esperienza di chiropratica (in quel di Roma), ovviamente da paziente, per ridurmi la forte deviazione con opportune manipolazioni vertebrali. Passai quindi al nuoto praticato alla piscina Scandone e poi alla pallacanestro, alla Partenope. Nella categoria allievi mi allenavo ai Cavalli di Bronzo, dove i miei fratelli già giocavano, prossimi a entrare in prima squadra. Vado fiero dei sacrifici che ha fatto papà, funzionario di concetto alla gestione movimento delle Poste di corso Meridionale. Lui unico a lavorare (ma con l’aiuto di una grande moglie e mamma che da casalinga gestiva l’intero ménage familiare e l’educazione dei figli) ha portato 5 figli alla laurea, di cui i primi due medici: uno primario di medicina all’ospedale Rizzoli di Ischia, l’altro cardiologo in marina militare, arrivato poi al grado di ammiraglio e dopo due sorelle anch’esse laureate in biologia e economia e commercio».

Maturità scientifica, quindi biologia. Perché questa scelta?

«Avvertivo l’esigenza di lavorare, volevo bruciare le tappe e scelsi la laurea più breve, vicina alla Medicina scelta già dai miei fratelli ma che mi facesse entrare subito nel mondo del lavoro. Comunque avevo già da bambino le “stimmate” del ricercatore ed esploratore; mi divertivo moltissimo con “Il piccolo chimico” perché ero particolarmente curioso. Spesso mi fermavo a osservare l’orizzonte da “piccolo bohémien” e mi chiedevo che cosa ci fosse oltre quella linea lontana. I miei genitori mi raccontavano che all’età di tre anni, mentre eravamo al bar Calise, a Casamicciola dove trascorrevamo le vacanze estive, attraversai da solo la strada e mi avviai verso gli scogli. Mi riaccompagnarono i carabinieri ai quali dissi che volevo contemplare il mare e vedere dove andava a finire il sole che tramontava».

Quando iniziò a maneggiare i primi apparecchi di laboratorio?

«Poco dopo essermi iscritto alla facoltà di biologia perché un amico di famiglia era titolare di un laboratorio di analisi e mi fece andare da lui a vedere come lavoravano gli analisti. Questa esperienza mi servì moltissimo perché all’università si faceva sostanzialmente solo teoria».

Dopo la laurea che cosa fece?

«Sono sempre stato un appassionato di filosofia e in particolare di Kafka, Camus e Kierkegaard, il pensatore danese considerato il fondatore dell’esistenzialismo. Sicuramente questo giustifica il profondo senso di sconforto e di smarrimento che provai dopo avere realizzato che nel lasso di pochi minuti il mio “status” di uomo era passato da studente universitario, euforico e proteso a centrare l’obiettivo, a laureato che si poneva l’angosciosa domanda: adesso che cosa faccio? Mi tornò alla mente “Il sabato del villaggio” di Leopardi».

Quindi?

«Ebbi la fortuna di entrare quasi subito come volontario nella clinica medica del I° Policlinico, a piazza Miraglia, nel reparto del professore Mario Giordano. Svolgevo tirocinio nei laboratori diretti dalla professoressa Carla Moro. Ero desideroso di apprendere e imparare sempre di più e per questo riuscii a entrare anche nel laboratorio della II clinica pediatrica diretta dal prof. Auricchio, ove apprendevo i rudimenti di ematologia con il prof. Vincenzo Poggi».

Per quanto tempo ha fatto questo impegnativo tirocinio?

«Per i due anni necessari per ottenere l’iscrizione all’Ordine dei biologi. Nel frattempo alcuni colleghi dell’ospedale Cotugno, a mia insaputa, mi tenevano sotto “osservazione” e mi segnalarono al professore Giulio Tarro. Entrai quindi a far parte del suo gruppo di ricerca. Mi si aprì una strada incredibilmente affascinante e anche remunerativa perché percepivo un gettone di presenza. In quel periodo, precisamente nel 1979, scoppiò un’epidemia dovuta al RSV che colpiva le vie respiratorie dei bambini di pochi mesi di vita. Avviammo una ricerca per identificare il virus che non tutti conoscevano. Fu una bellissima esperienza».

Quanto tempo è stato nel team del prof. Tarro?

«Fino al 1980. Contemporaneamente avevo assunto la direzione di un laboratorio di analisi a Foglianise prima e poi a Benevento, e inoltre avevo avuto una docenza annuale in matematica dal Provveditorato agli Sudi di Napoli presso una scuola serale per lavoratori a Barra. Sicuramente sul piano umano ha rappresentato per me l’emozione più forte. Ancora oggi ci sono “studenti” molto avanti negli anni che mi ringraziano e mi sono riconoscenti. Quell’anno, passato alla storia per il terribile terremoto dell’Irpinia, segnò una svolta nella mia vita: nacque mia figlia Valentina avuta dal matrimonio con Chiara, la mia compagna di sempre, supporto indispensabile per tutto ciò che ho fatto e continuo a fare. Attualmente Valentina vive e lavora a Londra. Poi vinsi il concorso come biologo all’ospedale di Scafati inaugurato qualche mese prima. Per incompatibilità dovetti lasciare il Cotugno e la scuola».

Di che cosa si occupò?

«Per la mia esperienza pregressa il primario volle che mi occupassi immediatamente di ematologia per dare impulso al laboratorio che faceva esclusivamente esami di routine. Presto mi interessai anche di emostasi che a quei tempi non era molto sviluppata. Fui mandato a Modugno, in provincia di Bari, dove c’era un’importante scuola di emostasi e trombosi (Istituto A. Schweitzer). Dopo due anni acquisii il titolo di esperto in coagulazione, senza peraltro mai trascurare lo studio dei midolli ossei e citofluorimetria nei casi di emopatie».

La sua prima esperienza?

«Durante un turno di reperibilità notturna. Allora abitavo a Lucrino, fui chiamato alle tre del mattino per un caso di una evidente CID post-partum in una donna di 39 anni. La paziente zampillava sangue in qualsiasi punto la si approcciasse, con tutti i parametri coagulativi compromessi. I rianimatori erano alquanto preoccupati e nonostante gli sforzi la donna morì. Io tuttavia ebbi una spinta professionale notevole che mi portò a migliorarmi sempre più».

È difficile gestire le malattie tromboemboliche?

«Siamo in presenza di una materia molto vasta che richiede passione, meticolosità e capacità di avere una immediata visione di insieme perché si innescano nell’organismo una serie di meccanismi e non è facile trovare quello che si inceppa. Figurativamente possiamo immaginare di trovarci innanzi alla mappa della metropolitana di una grande metropoli. Ci vuole una mente algoritmica per potere districarsi in questo “network” che spaventa molti medici, tanto è vero che in un ospedale l’esperto nella materia si individua subito perché è praticamente solo nel suo studio e viene considerato, tra il serio e il faceto, un ricercatore folle».

Qual è stata la sua prima ricerca in questo difficile campo?

«Affrontai un caso di polimorfismo coagulativo. La paziente era ahimè, mia figlia. Scientificamente si trattava di un difetto genetico che determina una mutazione del Fattore V (FV Leiden) in eterozigosi e una mutazione del gene MTHFR in omozigosi. In poche parole il soggetto è predisposto ad un rischio di trombosi per cui, nel caso di un intervento chirurgico, occorre che faccia una preventiva terapia anticoagulante di profilassi con eparina a basso PM. Pertanto ha dovuto praticare tale trattamento durante tutta la gravidanza successiva. Tale profilassi era resa indispensabile perché in precedenza mia figlia allora 27enne, sviluppò un’embolia polmonare scatenata da una polmonite rara sostenuta dal virus della mononucleosi (Epstein Barr)».

Per questa sua competenza è stato responsabile del Centro del monitoraggio della terapia anticoagulante dell’ospedale di Scafati.

«Avevo un ambulatorio di 1.500 pazienti da monitorare e lo gestivo da solo. Ero il riferimento dell’intera Asl per le patologie della coagulazione che sono trasversali a tutte le branche della medicina oltre che tutor per nuovi laureandi».

Una carriera brillantissima. Che cosa le ha lasciato?

«In 42 anni di impegno, entusiasmo e sacrifici ho accumulato numerose esperienze positive. Mi è capitato di scoprire in pazienti, anche colleghi e tirocinanti, anomalie genetiche che mai avrebbero sospettato di avere facendo spontaneamente approfondimenti nel corso di normali analisi di routine. Questo mi ha consentito di fare diagnosi precoci che hanno aiutato a prevenire, con la terapia adeguata, complicanze, in alcuni casi, molto gravi. Ricordo, in particolare, una tirocinante di 29 anni che aveva una emoglobinopatia silente. Mi precipitai ad approfondire l’indagine. Le feci fare una sintesi delle catene globiniche (test genetico sul Dna) al Cardarelli e venne fuori un’alfa talassemia, presente anche nella madre. Se anche il partner ne fosse stato affetto senza saperlo, e avessero generato figli, questi avrebbero potuto avere problemi molto seri».

Si sente realizzato nella sua professione?

«Compiutamente. Ho solo il rimpianto di non aver potuto creare un delfino al quale passare il testimone. Quando sono andato a salutare i colleghi dopo il pensionamento, ho avuto modo di constatare che tutti i macchinari innovativi che avevo fatto acquistare per la mia ricerca erano accantonati in una stanza inutilizzati e che il mio lavoro era andato praticamente distrutto. La causa certamente non è da ricercare in motivazioni tecniche».

Oggi che cosa fa?

«Mi occupo di medicina funzionale integrata che si basa su una visione sistemica dell’uomo intesa come l’inte(g)razione delle componenti (Psico-Neuro-Endocrino-Immunologico-Emozionale). Ho studio a Lucrino, nella mia prima abitazione da sposato. Ora sono vomerese. Sono anche relatore e consulente scientifico di aziende di fitoterapia ed integrazione nutrizionale. Nel privato, amo la montagna e viaggiare, quando è possibile, ma non disdegno il mare. Spinti da nostra figlia, che ha operato nel settore crocieristico, prima otto anni con la Msc e poi con la Royal Caribbean, abbiamo fatto bellissime crociere intorno al mondo».