È pittore e scultore con atelier a Napoli e a Pechino. Nicola Rivelli (nella foto) ha fatto l’imprenditore edile prima con suo padre e poi in proprio. È stato parlamentare per sette anni, due in Alleanza Nazionale e cinque in Forza Italia. Insieme a Luis Gallo cercò di acquistare il Napoli da Ferlaino mediante un azionariato popolare per affidarlo alla guida tecnica di Maradona. È stato proprietario dell’emittente privata Telelibera 63 e nel 1989 ha fondato la Newprint, la prima società di desktop publishing. Ha fatto anche esperienza manageriale nel mercato del petrolio in Svizzera perché aveva sposato la figlia di un ricco petroliere tunisino residente nello stato elvetico. Da giovane ha praticato molti sport tra cui lo sci a livello amatoriale e la motonautica a livello agonistico. Ha scritto due libri, “Passaporto per la Cina” e “Passaporto per l’Italia”, sono una raccolta di 100 disegni di galateo cinese e servono anche per vivere le usanze, le tradizioni e la cultura della terra di Confucio. Le didascalie sono in italiano e in inglese. «Sono nato a Posillipo da dove non mi sono mai spostato. Dopo la licenza media avrei voluto iscrivermi al liceo artistico perché mi piacevano molto il disegno, la pittura e la scultura. Mia madre ha conservato tutti i quaderni di scuola dove c’erano i miei numerosi disegni. Ricordo, poi, che il professore di disegno mi diceva: “la vuoi fare una brocca con il dash?”. Voleva che la modellassi solo io con quel particolare “pongo” perché ero il più bravo. Mio padre, però, non volle e andai al liceo classico Sannazaro, al Vomero, dove capitai con dei professori comunisti sfegatati. Non perdevano occasione per dimostrarlo e io, pur non avendo ancora alcun orientamento politico, non riuscivo a sopportare quella ingiustificata ostentazione per cui abbandonai gli studi classici e mi iscrissi all’Istituto Denza dei padri Barnabiti, al liceo scientifico».

Dopo la maturità cosa fece?

«Papà, ingegnere e figlio di ingegnere, volle che continuassi la tradizione di famiglia e mi iscrissi a ingegneria. Non aprii libro e arrivai alla sessione di giugno del primo anno completamente impreparato. La sorte mi impedì di ferire il suo orgoglio con il mio fallimento agli esami perché rimasi vittima di un pauroso incidente con la moto. Riportai fratture a entrambe le gambe e quando i miei genitori venivano a farmi visita in ospedale mi facevo trovare intento a leggere il manuale di Diritto Privato di Trabucchi. Papà non ebbe il coraggio di insistere con la facoltà di ingegneria e accettò che mi iscrivessi a giurisprudenza. Comunque alla fine mi laureai in economia e commercio».

Mise a frutto la laurea?

«Neanche per idea. Mi ero laureato solo per fare contento papà e appesi, come si suol dire, il diploma al muro. Iniziai a lavorare nella sua impresa di costruzioni che era specializzata in opere pubbliche. Ma quel settore non mi piaceva, c’era troppa burocrazia. Mi misi in società con Roberto Naldi, anche lui dottore in economia, e mettemmo su un’impresa edile nel settore privato. Abbiamo costruito tanto ma i nostri fiori all’occhiello sono la sede della facoltà di Giurisprudenza e quella dell’Università Orientale entrambe in via Nuova Marina. L’antica e mai tramontata passione per il disegno si rivelò anche in quell’occasione perché il palazzo di Giurisprudenza lo disegnai interamente io».

Afferma che il disegno, la pittura e la scultura sono il denominatore comune della sua vita, ma che quotidianamente sente una “spada di Damocle” che pende sul suo capo. A cosa si riferisce?

«Avverto il peso di avere avuto antenati illustri e ho sempre temuto di non essere alla loro altezza. Dal lato materno c’è Edwin Smith, l’egittologo statunitense, che ha dato il nome al papiro che costituisce il più antico trattato di medicina giunto ai tempi nostri. L’architetto Michele Platania, figlio del grande musicista Pietro Platania, che è stato uno dei massimi esponenti del Liberty. È suo l’Hotel Excelsior e il foyer del San Carlo ricostruito dopo il bombardamento del 1943. Da parte paterna c’è mio nonno, di cui porto il nome. È stato il primo presidente dell’Anci e ha fondato l’Unione Industriali di Napoli di cui è stato anche primo presidente. Vicepresidente di Confindustria, ha fatto parte della società edile Laziale e ha costruito l’omonima galleria che unisce Fuorigrotta con Mergellina».

Nel suo illustre albero genealogico manca un personaggio politico. Lei invece lo è stato per sette anni. Cosa l’ha spinto a fare questa esperienza?

«Sono stato sempre convinto che la politica sia un’arte, come hanno sostenuto grandi filosofi e statisti. Quando scoppiò tangentopoli con l’operazione “Mani pulite” ed ebbe fine la Prima Repubblica, quella mia “credenza” subì un duro colpo. Dissi a mia madre che sarei sceso in campo personalmente per cercare di capire da “dentro” che cosa stesse accadendo in Italia. Mi candidai nel 1994 e fui eletto. Dopo solo due anni le Camere furono sciolte e nel 1996 mi ricandidai con Forza Italia. Sono stato il primo deputato a lasciare Gianfranco Fini perché non mi riconoscevo più nel suo partito. Fui rieletto e terminai tutta la legislatura nel 2001 con il presidente Berlusconi».

Trovò risposta ai suoi interrogativi?

«Ha rappresentato un’esperienza molto importante della realtà di quel mondo. Sono stato segretario della commissione Trasporti e componente di quella della Difesa. Mi impegnai molto per i problemi del Meridione e ci sono due mie proposte di legge che lo riguardano, una per il costo dei trasporti, ingiustamente differente tra Nord e Sud e tutto a favore del primo; l’altra per gli investimenti degli istituti di credito. Purtroppo dormono ancora in un cassetto di qualche scrivania».

Terminata nel 2001 la legislatura, si pose la domanda: ora che cosa faccio?

«Sì e risposi a me stesso: quello che mi è sempre piaciuto. Da allora faccio l’artista a tempo pieno dipingendo e scolpendo. Per la verità non ho mai interrotto, ma era passione. Ricordo che la prima mostra l’ho tenuta a Roma, alla galleria la Pigna. Furono le esortazioni del presidente Berlusconi a convincermi a farla perché l’idea non mi era mai passata per la mente».

Come scultore si considera allievo di Vincenzo Gemito. Perché?

«Da giovane, di tanto in tanto, andavo a comprare qualche statuetta del grande maestro nella sua fonderia, in piazza San Luigi, a Posillipo, gestita dai nipoti. Conoscevano la mia passione e un giorno mi dissero che se mi avesse fatto piacere avrei potuto utilizzare come laboratorio una stanza della fonderia che era proprio accanto ad un salone dove erano esposti i busti del loro antenato. Accettai con grande entusiasmo e ogni volta che dovevo modellare un naso, una bocca, o un altro particolare di un volto maschile o femminile toccavo, ad occhi aperti e poi a occhi chiusi, l’opera del maestro che più si avvicinava a quella che volevo realizzare. Mentre ripetevo più volte quelle “carezze”, mi sembrava di sentire la sua voce che mi impartiva insegnamenti».

Nel 2008 accadde un fatto molto importante per la sua carriera di artista. Quale?

«Mi piace dire che “l’arte bussò alla mia porta”, nel senso che mi venne a trovare a casa uno dei più importanti pittori cinesi, Liu Xiao Dong, accompagnato da una quindicina di connazionali tutti appartenenti al mondo dell’arte. Volevano ritrarre la Napoli della “spazzatura”. Gli ero stato segnalato da un amico comune sia perché ero pittore e scultore sia perché, avendo fatto politica attiva, avrei potuto aiutarlo a ottenere le eventuali autorizzazioni amministrative necessarie. Naturalmente non esistevano, ma lui non lo sapeva. Rimase colpito dalle mie opere e nacque subito un rapporto di stima e simpatia reciproca che si trasformò in amicizia. Dopo ripetuti inviti accettai di andare a Pechino e feci una mostra con le mie creazioni. Riscossi molto successo ed ebbi anche la fortuna di vincere il concorso indetto per realizzare la scultura della mascotte delle Olimpiadi nazionali cinesi del 2009. Si chiama Taishan Kid ed è alta 10 metri».

Ritorniamo alle sue opere. Quando ha realizzato il primo dipinto?

«Avevo 15 anni ed è un ritratto, genere in cui mi sono specializzato ispirandomi all’Impressionismo. In cinque anni ho realizzato anche una mega opera costituita da 65 tele a olio 60x40 raffiguranti la costa napoletana, dalla Gaiola al Palazzo Reale, senza saltarne neanche un centimetro. Il titolo è “A Napoli regina”. È stata esposta al Museo Filangieri e la regalerò a qualche ente o museo».

Per quanto riguarda la scultura?

«Qualche anno dopo, con i primi busti. Poi è iniziato il periodo cinese che mi ha visto impegnato a Pechino per molti mesi all’anno. Lì ho realizzato “Work in progress”, opera in bronzo alta oltre 7 metri raffigurante Gesù sulla croce. È inserita nella collezione del Sunshine International Art Museum di Pechino. Naturalmente ho fatto anche il busto del mio amico Liu Xiao Dong. Nel mio atelier di Napoli ho scolpito poi l’opera “Agli Eroi Napoletani 1993-2010”: siamo noi cittadini! Con questa scultura, acquistata dal Comune di Napoli, ho partecipato alla biennale di Venezia del 2011. La volle Rosa Russo Iervolino quando era sindaco ma non so che fine abbia fatto».

Da qualche anno scolpisce prevalentemente i “Cosmic Bullets”. Cosa sono?

«Proiettili cosmici che perforano vasi dorati senza distruggerli. È un’opera allegorica anche con richiami autobiografici. Ciascun vaso costituisce un momento del conflitto perenne tra il bene e il male in cui vive l’uomo. Non a caso ogni scultura ha un nome come Invidia, Corruzione, Cattiveria, Ingiustizia e così via. Ciascun foro è una ferita che si cicatrizza a ricordo perenne del dramma vissuto dall’individuo, da uno di noi. Li ho esposti a Napoli al Museo Archeologico Nazionale, al Museo Civico Filangieri, al Museo di Pietrarsa, al Museo Monumentale San Lorenzo Maggiore e a Pechino».

Il recente periodo di “clausura” causato dal Covid19 lo ha impiegato nella realizzazione di busti “speciali”. Quali?

«Sono rimasto chiuso a Villa della Grotta Marina, dove abito e lavoro, in compagnia dei ritratti dei miei austeri antenati. Un giorno, mentre mi trovavo nel laboratorio situato nelle grotte che stanno sotto la villa, dove ci sono le pescaie, mi è tornata alla mente una richiesta che mi fece anni fa una mia amica cieca dalla nascita e recentemente venuta meno. Mi disse di descriverle i tratti del viso di Vincent Van Gogh. Ho pensato che sarebbe stato bello scolpire non solo il busto del pittore olandese ma anche quelli di artisti italiani e stranieri famosi che sono morti senza che nessuno abbia pensato di immortalare in maniera “tridimensionale” la loro effige. Avrei reso loro il doveroso omaggio e consentito ai non vedenti di “conoscerli” al tatto. Ne ho fatti dodici. Tra questi c’è Guttuso, Manzù, De Chirico, Modigliani, Morandi, Picasso e Degas il cui nonno era proprietario di una banca a Napoli e risiedeva nella nostra città. Andando da piazza del Gesù a via Monteoliveto, sulla destra svetta il palazzo dei Pignatelli di Monteleone. Sulla facciata c’è una targa che ricorda il pittore e scultore francese».

Cosa c’è nel suo futuro?

«Ritornare a Pechino. Ci manco dall’autunno scorso. Mentre ero in procinto di andarci fui chiamato per fare una mostra a Cortina. Il vernissage c’è stato a gennaio, proprio quando cominciarono a circolare voci allarmanti e contraddittorie su quanto stava accadendo in Cina. Nell’incertezza generale decisi di non partire e di ritornare a Napoli. Nel mio atelier asiatico mi attendono molti impegni che sono rimasti in sospeso».