Napoletano della periferia nord, Pino De Maio (nella foto) è un cantautore, interprete e studioso della tradizione musicale napoletana dal Duecento al Novecento. Da decenni svolge un’intensa attività di recupero dei ragazzi a rischio. Ha scritto libri e testi teatrali. Nel 2013 scopre il triathlon e nel 2018 si cimenta a Cervia in un Ironman. Nello stesso anno realizza il progetto “Un Ironman per la vita”, che comprende un cortometraggio, un libro e un cd di canzoni. Ha tenuto concerti per le first lady del G7 a Napoli e per la Regina d’Inghilterra. Ha ricevuto numerosi premi e la medaglia della Repubblica Italiana dal presidente Giorgio Napolitano. «Sono nato a Miano, uno dei quartieri più a rischio, ai confini con il bosco di Capodimonte. Mio padre Domenico, Mimì come lo chiamavano tutti, faceva un lavoro molto modesto. Per due anni aveva fatto il magliaro in Venezuela. Rientrato a Napoli si mise a vendere occhiali. Eravamo 6 figli e dormivamo tutti in uno stanzone.  Ogni minuto libero lo passavo nel bosco con il quale avevo un rapporto viscerale. Lì incontrai il primo cane. Era caduto in un fosso e abbaiava per il dolore. Lo recuperai in maniera avventurosa, gli misi un fazzoletto in testa e lo chiamai Pacchiana perché acconciato in quel modo somigliava a Zì Pacchiana, la brava ortolana del quartiere. In breve tempo i cani abbandonati che sistemai nel giardino delle palazzine del rione Mussolini, diventarono una quindicina, ma il “carrettone” del canile municipale, poco alla volta, se li portò tutti via. Si salvò solo Pacchiana che morì in seguito alle ferite riportate in un investimento».

Quando ha scoperto la musica?

«Per caso, a 10 anni. Un compagno delle elementari, appartenente a una famiglia benestante, aveva tanti giocattoli e una bicicletta. Per questo motivo andavo a trovarlo spesso insieme a un altro amichetto. Un giorno vidi una chitarra nello sgabuzzino della sua casa e me ne innamorai  al punto che cominciai a strimpellarci sopra per circa quattro ore di seguito. Era sua ma non la usava mai per questo gli chiesi se me la voleva vendere. Accettò di darmela per ottocento lire. Era in uso in periferia, e anche in qualche zona della città, che i barbieri avessero nella loro bottega un mandolino o una chitarra. Il mio barbiere, Giulio, suonava la chitarra e gli chiesi se potevo andare da lui a imparare quello che sapeva fare con lo strumento. Accettò e in quattro mesi gli “rubai il mestiere”. Ero molto precoce e tra me e la chitarra si era istaurato un rapporto simbiotico, quasi maniacale».

E la scuola?

«Strappavo appena la sufficienza perché non mi piaceva, ma mia madre comunque era contenta perché la chitarra mi teneva lontano dai pericoli della strada. Un giorno, però, si spaventò moltissimo perché  sua sorella Lucia le disse che uno del vicinato che suonava sempre la chitarra era stato portato al manicomio. Mi fece visitare dal medico, il dottore Pagano, il quale mi fece tante domande. Al termine del colloquio la tranquillizzò dicendole che ero solo molto amante della musica».

Chi è stato il suo maestro?

«Immacolata Ciociano. Era figlia d’arte perché suo padre Michele suonava il piano e altri strumenti e ha scritto anche canzoni per Caruso. Stravedeva per me e mi disse che ero un talento naturale e suonavo già meglio di molti giovani diplomati al Conservatorio».

Prima della Ciociano c’era stata una persona molto importante per lei che alimentò e sostenne la sua voglia di musica e di arte. Chi?

«La mia prima sorella, Annamaria. Recitava nella compagnia del Teatro Minimo, nei pressi del San Ferdinando. Il regista era Gennaro Ciccarelli e tra i giovanissimi attori c’era Tommaso Bianco. Si erano specializzati nei lavori di Raffaele Viviani. Aiutava economicamente la famiglia e mi pagava le lezioni con il suo lavoro di impiegata alla Stazione Sperimentale Pelli. Si ammalò di cancro e quando si mise a letto io smisi di suonare. Annamaria chiese il perché a nostra madre che le spiegò che non volevo darle fastidio. Lei invece replicò: “ma no, mi fa piacere sentirlo, fallo suonare”. Una volta aveva detto che un giorno sarei diventato qualcuno. Il terribile male ce la portò via quando aveva solo 23 anni. Rimasi sconvolto e decisi di non suonare più. Volevo punirmi per avere pregato che mia sorella morisse perché solo così avrebbe smesso di soffrire».

Poi riprese, perché?

«Mia madre e il dottore Pagano mi dissero che Annamaria era morta perché quella era stata la volontà di Dio e che la mia musica avrebbe avuto per lei il valore di una preghiera e l’avrebbe resa felice».

Poco dopo formò il suo primo gruppo.

«A Miano frequentavo musicisti di valore e divenni particolarmente amico di due di loro: Gennaro Cardone, nipote di Ciociano, e Salvatore D’Angiò. Ci mettemmo a suonare insieme. Una sera ci ascoltò l’autore Peppino Russo che apprezzò come suonavamo. Sotto la sua guida formammo un trio che chiamammo, su suo suggerimento, “I Michelemmà”. Esordimmo alla fin del 1974 nel contesto di una serata di beneficenza. La voce era di Salvatore D’Angiò. Russo per un periodo fu il nostro manager e vincemmo “Il Campanello d’Oro” in una trasmissione di TeleNapoli condotta da Pietro De Vico».

Fu il momento in cui decise di smettere di studiare e abbandonò la scuola.

«Mi fermai al quarto anno dell’Istituto tecnico Giordani, ramo chimica. Avevo 17 anni e iniziò la mia carriera di professionista. Ci esibimmo al San Ferdinando con Sergio Bruni, “la voce di Napoli”, e per tre serate fu sold out. Dopo tre anni sciogliemmo il gruppo perché non avevamo più gli stessi obiettivi. Prima di partire militare suonai con James Senese e lo storico gruppo “Napoli Centrale”. Era appena andato via Pino Daniele che era il bassista. Finita la leva decisi di continuare da solo facendo il cantante chitarrista».

Quando aveva imparato a cantare?

«Ho cantato sempre, anche se nel gruppo facevo solo controcanti. Anche per la voce sono “un talento naturale”, un baritono leggero. Un giorno mi esibii davanti al grande maestro Luciano Pavarotti. Al termine della performance gli chiesi se fosse il caso che prendessi lezioni di canto. Mi rispose: “perché ti devi far rovinare una voce così bella. É come se tu avessi un microfono incorporato».

Cominciò la vera gavetta. Dov’è stato?

«In America, Francia, Germania, Svizzera. Suonando e cantando nei migliori locali, acquisii un repertorio vastissimo. Dopo quattro anni rientrai a Napoli e iniziò la mia bella avventura con Antonio Rosolino come musicista e cantante nel suo locale».

Al “Rosolino Club” accadde un fatto che determinò la svolta nella sua attività professionale. Quale?

«Al termine di una serata una signora si complimentò con me e mi disse: “Però non ha cantato la mia canzone preferita, “Reginella”. Le risposi: “ma se l’ho cantata tre volte!”. Allora, con amarezza e delusione, presi coscienza che quando mi esibivo le persone non mi ascoltavano e decisi che da quel momento avrei smesso di fare “l’impiegato della musica”. Dissi ad Antonio che quella era l’ultima serata che facevo da lui. Insistette perché restassi, ma io fui irremovibile».

E cosa fece?

«Innanzitutto dovetti affrontare la famiglia che non condivideva le ragioni che mi avevano indotto a lasciare un’occupazione retribuita benissimo. Risolto, almeno in apparenza, questo problema cominciai una strada tutta in salita: fare il concertista».

Dove debuttò?

«Al Teatro Acacia, al Vomero. Mi esibii in un percorso dedicato tutto a Raffaele Viviani in occasione del quarantennale della sua morte. Ebbi successo. Iniziarono gli inviti alle trasmissioni televisive. Sono stato più volte ospite al “Maurizio Costanzo show”, al salotto di Marzullo, a “La Vita in diretta” con Michele Cucuzza, a “Sereno Variabile” e a tante altre. Feci un concerto in onore della regina Elisabetta d’Inghilterra, uno per il Principe di Liegi e, ancora, per le first lady del G7 tenutosi a Napoli. Tutto questo mi diede coraggio e affrontai, su consiglio dello storico Max Vairo, un repertorio di musica colta».

Quale?

«Mercadante, Donizetti, Pergolesi, Cimarosa, Paisiello, Labriola e nacque il lavoro discografico di intenso contenuto “’600, ’700 e ’800 napoletano”. A una serata venne il maestro Riccardo Muti il quale mi disse testualmente: “io questa sera ho sentito la vera essenza della musica napoletana”».

Fu il preludio al suo grande lavoro teatrale e alla nascita della sua associazione.

«Scrissi “Lo cunto dello canto napolitano”, un importante excursus storico-musicale, e fondai “La Villanella”, un’associazione culturale-musicale con lo scopo di divulgare e vivificare la tradizione napoletana come mezzo per il recupero dei minori a rischio. Iniziò la ventennale collaborazione con il carcere minorile di Nisida come esperto di laboratori musicali e teatrali e sono andato in circa 400 scuole a portare lo spettacolo “Lo cunto de lo canto napolitano, dalle elementari alle università».

Nel 2010, a testimonianza della lunga esperienza con “i ragazzi” di Nisida, partì il progetto dell’opera teatrale “Marialuna, una vita tutta in salita”.

«Debuttò l’anno dopo con protagonisti i ragazzi stessi. Fu prodotta da Rai Trade e andò in onda su Rai Tre nell’ambito della trasmissione “Palco e Retropalco”. Tra i giovani attori c’era Daniele Gagliotta che, terminata la pena, andò in Messico dove è diventato un famoso chef pizzaiuolo. Ho fatto 80 rappresentazioni al Teatro Sannazaro. Il testo teatrale è mio. La canzone è di Salvatore Palomba, il poeta che ha scritto “Carmela”. Con lui ho realizzato anche l’album “Grigia è Napule”».

Musicista, drammaturgo, scrittore ma è anche sportivo praticante.

«Ero una promessa dell’atletica italiana. Iniziai a 13 anni con la Polisportiva Partenope Napoli sotto la guida del professore Luigi Tufano. A un certo punto prese il sopravvento la musica e abbandonai. Dopo quasi 30 anni mia moglie mi propose di andare a correre con lei tre volte a settimana al Virgiliano. Pesavo 105 chili e una foto che mi ritrae in compagnia di Silvester Stallone me lo ricorda. Dopo un anno ero sceso di 30 chili: mi ero rimpossessato del mio corpo».

Poi conobbe il triathlon.

«Ero stato giudice federale di questa difficile e faticosa disciplina e volli provare a praticarla. La mia famiglia nel 2013 mi regalò la prima bicicletta della mia vita, una mountain bike. Mi commossi come un bambino. Imparai a usarla in pochi giorni e iniziai a partecipare a gare di duathlon e di aquathlon. Ma non mi bastava, volevo andare oltre e fare il grande passo: partecipare all’Ironman, la più avanzata e impegnativa competizione ufficiale di triathlon. Il 22 maggio 2018 l’ho fatto a Cervia e mi sono piazzato al primo posto degli italiani della mia categoria. Per raccontare questa esperienza ho voluto scrivere il libro​ “Un ironman per la vita” per raccogliere fondi per l’Unicef».

Qual è il suo attuale impegno nel sociale?

«Aiuto i ragazzi che escono dal carcere minorile di Nisida a reinserirsi nella società. Ci vediamo a casa mia e ho in progetto di realizzare con loro un album musicale. Continuo, poi, a fare spettacoli di beneficenza. Da circa otto anni mi accompagna nella loro realizzazione, a titolo completamente gratuito, un mio amico, Giovanni Cimmino. Non è un professionista ma un grande appassionato di musica. Ha un animo sensibile e sentimenti molto profondi».