È regista, sceneggiatore, scrittore ed è il direttore artistico del Teatro di Napoli -Teatro Nazionale. Numerose sono le sue regie cinematografiche, teatrali e di opere liriche e i suoi romanzi. Il primo lungometraggio di Roberto Andò (nella foto), “Diario senza date”, è stato presentato alla Mostra di Venezia nel 1995. Con “Il Manoscritto del Principe” ha vinto il premio Sergio Leone per la regia, e la nomination come miglior regista ai David di Donatello. Tra le numerose regie teatrali ci sono quelle realizzate in sodalizio con Moni Ovadia e quelle dedicate all’opera del grande drammaturgo inglese Harold Pinter, al quale dedicò anche il film “Ritratto di Harold Pinter” anch’esso presentato nel 1998 alla Mostra del Cinema di Venezia. Nel 2012 ha pubblicato il suo primo libro “Il trono vuoto” con cui si è aggiudicato il Premio Campiello e dal quale ha tratto il film “Viva la libertà”, vincitore del David di Donatello, del Nastro d’Argento e del Ciak d’Oro per la migliore sceneggiatura. Ha ricevuto il Premio Flaiano 2019 per la regia di “Una storia senza nome”. Per la stagione 2020-21 ha allestito “Piazza degli eroi” di Thomas Bernhard, di cui la prima italiana, inizialmente prevista il 9 dicembre 2020, è stata trasmessa da Rai 5 il 23 gennaio 2021. «Sono nato a Palermo. Mio padre Elio, primario di ortopedia all’Ospedale Civico, era un medico molto noto in città; mia madre Antonietta, discendente da una famiglia di affermati commercianti e sorella del regista Franco Indovina, morto tragicamente nella sciagura aerea di Punta Raisi, era una disegnatrice di talento. Sia io che mia sorella maggiore Silvana, siamo vissuti in un contesto familiare dove la cultura ha sempre avuto un ruolo di primo piano. Mio nonno paterno è stato un intellettuale di alto profilo, membro del Pci. Mio padre ha seguito le sue orme compatibilmente con gli impegni lavorativi e mamma, che oggi ha 94 anni, ha sempre avuto una grande passione per la lettura. Alle elementari, ho studiato all’istituto Sant’Anna, gestito da suore, di cui però non ho un buon ricordo; le superiori le ho fatte al Garibaldi, il liceo classico più noto di Palermo. Ho manifestato precocemente il mio profondo interesse per la letteratura e la filosofia. I miei autori e pensatori preferiti erano il francese Albert Camus e il danese Søren Aabye Kierkegaard, anche se ho sempre mescolato alto e basso, mi piacevano anche i romanzi di Dumas. A 16 anni iniziai ad appassionarmi al cinema perché mi attraeva il “mestiere di regista”. Fra tutti mi piaceva Ingmar Bergman. Il comune denominatore di questi tre grandi personaggi era l’esistenzialismo, anche se “declinato” in maniera differente».

Sono gli anni in cui incontrò la donna della sua vita.

«Ero diciassettenne quando conobbi Lia Pasqualino che ne aveva due meno di me. Fu amore a prima vista e da allora non ci siamo più lasciati. Lei è una fotografa di grande valore e il 13 giugno scorso ha tenuto al Museo di Capodimonte il vernissage della sua mostra, “Il tempo dell’attesa”, progetto che fa parte del programma del Campania Teatro festival di quest’anno. Sono circa cento fotografie che ripercorrono oltre trent’anni della sua attività. Dalla nostra unione è nata la bellissima Giulia, attrice e scrittrice che da qualche anno collabora alle sceneggiature dei miei film».

Dopo la maturità classica si iscrisse alla facoltà di lettere e filosofia, ma poi abbandonò gli studi. Perché?

«Francesco Rosi era venuto a Palermo a girare le riprese del film “Cadaveri eccellenti”. Ho cercato l’occasione per avvicinarlo e chiedergli se potevo fargli da assistente per il nuovo film che aveva in programma per l’anno dopo. Si trattava di “Cristo si è fermato a Eboli”. Mi disse di sì e mantenne la parola: avevo 19 anni e lasciai l’università. Con Franco, come lo chiamavo, nacquero un’amicizia e un affetto profondi, un rapporto veramente speciale che ci ha unito fino alla sua morte. Ci sentivamo per telefono due volte al giorno e sua figlia Carolina mi considera un fratello. Quella esperienza a Matera è stata la mia università perché era un film molto complesso, con attori giganteschi come Gian Maria Volonté a cui mi legai profondamente. In quell’occasione ho appreso tutto quello che c’era da capire sul cinema».

Com’era Francesco Rosi?

«Era abbastanza severo sul set perché veniva dalla scuola rigorosa di Luchino Visconti, di cui era stato aiuto regista, insieme a Franco Zeffirelli. Nel cinema lo chiamavano “il professore” per il suo atteggiamento serio e pensoso. Era un grande cineasta, caratterizzato da quello sguardo morale che ha improntato tutta la sua opera di artista e intellettuale. Eravamo entrambi amici di Leonardo Sciascia e Franco considerava la Sicilia la sua seconda patria. Nell’isola ha girato capolavori come “Salvatore Giuliano” e “Lucky Luciano”. Da assistente io mi feci valere e l’ultimo giorno delle riprese mi disse: “diamoci del tu, sei uno dei nostri”. Per me fu un momento particolarmente toccante, e da allora non ci siamo più separati». Poco dopo conobbe Gianni Arduini. «Era un aiuto regista molto famoso nel mondo del cinema. Nell’ambiente era soprannominato “il principe” per l’eleganza del portamento e il gusto nel vestire. Mi chiamò perché doveva girare con Federico Fellini, il film “E la nave va” e mi propose di fare l’assistente. Fellini, un vero genio, era a sua volta soprannominato “il faro”. Anche quella fu un’esperienza determinante perché il set durò 24 settimane e le scene furono girate tutte a Cinecittà. Era un film molto complesso, con una chiave artisticamente opposta a quella di Rosi. In uno vibrava un realismo poetico e civile, nell’altro uno stile onirico e visionario».

Chi sono stati i suoi maestri?

«Sicuramente Rosi e Sciascia con i quali ho avuto una frequentazione molto intensa che ha segnato la mia vita umana e “professionale”. Da un punto di vista artistico, però, mi sento vicino anche a Fellini, nel senso che il mio modo di raccontare può partire dal realismo ma ha sempre una sua dimensione fantastica e romanzesca». Ha lavorato anche con registi americani. Quali? «Michael Cimino e Francis Ford Coppola. Del primo sono stato l’assistente nel film “Il siciliano”, del secondo nel “Padrino Parte III”. Con entrambi ho girato la Sicilia in lungo e in largo per trovare gli ambienti dei loro film. Su Cimino ho anche scritto un libro».

Quando ha debuttato nel teatro?

«A 24 anni al Teatro Biondo, lo Stabile di Palermo, con lo spettacolo “La foresta - radice - labirinto”, tratto da un testo che mi aveva affidato Italo Calvino. Era una fiaba filosofica che aveva scritto come radiodramma e che era stata utilizzata solo da un’emittente parigina. Nello spettacolo le scene erano di Renato Guttuso e le musiche di Francesco Pennisi, tutti e due miei cari amici, oggi scomparsi».

Erano i prodromi del suo percorso artistico su un doppio binario: cinema e teatro.

«Sono cose che non si scelgono, si deve accettare la propria natura e la mia evidentemente è poligrafa. Credo che oggi in Italia siamo solo io e Mario Martone ad alternare con regolarità regie cinematografiche a regie teatrali. Comunque, a Palermo ho girato il mio primo film, “Diario senza date”, che fu presentato anche alla Mostra del Cinema di Venezia. È un filmsaggio e vi si mescolano diari di persone vere e d’invenzione. Il diario è la chiave migliore per penetrare una città e i suoi misteri. Accanto al protagonista Bruno Ganz e agli attori Lorenza Indovina, Moni Ovadia, Franco Scaldati, compaiono nel film gli scrittori Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, Michele Perriera e Gianni Riotta, e i magistrati Roberto Scarpinato, Erminio Amelio, Ignazio De Francisci. Il film piacque molto a Giuseppe Tornatore che mi propose di fare il mio debutto nel lungometraggio con la sua neonata casa di produzione, “Sciarlò”. Nacque così “Il manoscritto del principe”, interpretato da Michel Bouquet, Jeanne Moreau, Paolo Briguglia, Giorgio Lupano, Leopoldo Trieste. Un film che racconta la parte finale della vita di Tomasi di Lampedusa e, in particolare, il suo rapporto con gli allievi ventenni Guido, nella realtà Gioacchino Lanza Tomasi, e Marco Pace, nella realtà Francesco Orlando. Sono gli stessi anni in cui Lampedusa scrive “Il Gattopardo”».

Molte esperienze anche a Napoli. Quale ricorda in modo particolare?

«Lo spettacolo che feci per il primo anno del Napoli Teatro Festival, oggi Campania Teatro Festival. Mi chiamò il direttore artistico Renato Quaglia e mi chiese di allestire “Scalo marittimo” di Raffaele Viviani. Io gli feci una mia controproposta e nacque “Proprio come se nulla fosse avvenuto”. Lo spettacolo fu prodotto da Melina e Alfredo Balsamo, ed è andato in scena con un centinaio di persone nella Darsena Acton e poi al Teatro della Maestranza di Madrid. Lo avevo immaginato ispirandomi a tre paginette de “Il mare non bagna Napoli”, tre paginette in cui l’autrice, Anna Maria Ortese, osserva la città dal finestrino del tram e la descrive come un luogo abitato da morti che non sanno di esserlo. È un viaggio nella coscienza di Napoli e ciascuna delle 100 persone rappresentava un pezzo della città. La caratteristica è che tutti i personaggi stavano con i piedi nell’acqua come se ci fosse appena stata una catastrofe naturale. Fu un grande successo. Al termine della prima ebbi la sorpresa di trovare ad attendermi il grande musicista britannico Brian Eno che si congratulò con me e mi propose di fare con lui e Maria Nazionale, interprete dello spettacolo, un lavoro insieme, progetto che però non è ancora andato in porto».

La sua poliedricità si arricchisce per l’impegno nella lirica, la passione per la scrittura e le direzioni artistiche.

«Sì, ho diretto le Orestiadi di Gibellina, subito dopo Franco Quadri, e poi ho fondato il Festival di Palermo sul Novecento, un progetto multidisciplinare molto rigoroso. Più recentemente ho diretto l’Istituto del Dramma Antico di Siracusa. Comunque, nella mia carriera, molto presto, sono arrivate le prime, gradite, proposte dai teatri d’Opera. Al San Carlo di Napoli, per esempio, ho curato quella del “Tancredi” di Rossini, del “Castello di Barbablù” di Bartok e dell’“Enfant e le sortilege” di Ravel. L’anno scorso avrei dovuto presentare “Winter Journey”, un’opera di Ludovico Einaudi, Colm Tóibín e mia, ma il Covid lo ha impedito, si farà nel 2023. A luglio faccio “Siberia” di Umberto Giordano al teatro del Maggio Musicale di Firenze».

E la scrittura?

«Scrivo da quando ero ragazzo e per un periodo nel mio mondo professionale questa pluralità di interessi era considerata addirittura una pecca. Oggi l’hanno accettata. La scrittura non ha bisogno di alcuna mediazione, basta un computer o una penna e un foglio di carta. Invece il cinema è un’arte industriale, Monicelli la definiva quasi un’arte applicata. Anche il teatro è un’arte che si deve fare insieme ad altri. Il romanzo, invece, nasce dalla solitudine. “Il trono vuoto”, con cui ho debuttato, ha inaspettatamente vinto il Premio Campiello».

Oggi è il direttore artistico del Teatro di Napoli-Teatro nazionale. Un ruolo reso difficile dalla pandemia. Come lo sta vivendo?

«Ho trovato un teatro vivo, animato da persone competenti e appassionate, ben sopra la media dei teatri italiani. Vi si vive un’atmosfera calda e molto armoniosa: mi sono sentito subito a casa. Naturalmente la pandemia si è rivelata il principale nemico del teatro, perché mentre il cinema si può vedere anche seduti sul proprio divano, il teatro ha bisogno del palcoscenico e del pubblico. È un’arte assembleare. Sono estremamente fiducioso in una ripresa rapida e completa, la gente ha voglia di confrontarsi con il mistero della vita, e non può rinunciarvi. Tutto quello che avviene in teatro è magico e la sala è il solo luogo in cui si può vivere due volte. Il teatro pubblico ha anche una funzione civile, nel senso che deve porsi delle finalità che sono diverse da quelle del teatro privato. Per questo motivo durante questo lungo periodo di chiusura ho sentito il dovere di continuare a far lavorare gli artisti anche se non era possibile andare in scena con il pubblico in sala».

Il 24 giugno inizia al Teatro Grande del Parco Archeologico di Pompei la quarta edizione di Pompeii Theatrum Mundi. Quali sono le aspettative?

«Il sold out dei posti disponibili nel rispetto delle disposizioni di sicurezza sanitarie in vigore. Sono cinque importanti prime nazionali, di grandi registi e grandi interpreti, e sarà una grande festa del teatro».