di Mimmo Sica

Diplomato in ragioneria, ha frequentato la facoltà di giurisprudenza per poi abbandonarla e dedicandosi completamente all’azienda di famiglia nata nel 1897. Roberto de Laurentiis (nella foto) è consigliere della Confcommercio Campania e della Confcommercio della provincia di Napoli, presiede il Consorzio Antico Borgo Orefici ed è presidente del Rotary Club Napoli Chiaia. «Sono nato nel centro storico di Napoli e rappresento la quinta generazione di un’antica famiglia di argentieri di origine patrizia ascritta sin dal XV secolo al Seggio di Porto. Il capostipite è Vincenzo de Laurentiis, figlio di Carmine, professore di musica e inventore della tecnica mandolinistica. Ben presto Vincenzo sentì il bisogno di dedicarsi all’incisione, una particolare tecnica nota sin dall’antichità, e cominciò a coltivare la nobile arte orafa. Adoperava il bulino, un piccolo arnese con punta tagliente con cui si asporta il materiale dalla superficie da lavorare. Era un artista e nella sua bottega di via Grande Orefici, al civico 9, era capace di riprodurre dal vivo sull’argento gli svariati modelli prescelti con tale fedeltà e precisione da essere nominato presidente della categoria. In seguito suo figlio Roberto, che non aveva la manualità del padre, in quella stessa bottega associò all’attività artigianale quella di commercializzare esclusivi oggetti in argento e articoli sacri realizzati a mano da illustri artisti contemporanei, sotto l’attenta direzione del fratello Ernesto, vescovo di Ischia fino al 1956. Con mio padre Franco l’azienda si ampliò divenendo leader nel settore e si estese anche sugli attuali tre piani. Per i suoi meriti fu nominato esperto della quinta commissione della Camera di Commercio di Napoli, consigliere dell’associazione orafa campana e insignito della medaglia d’oro dal Messaggero economico italiano».

Quando iniziò a scendere nella “bottega”?

«Al termine del servizio militare. Mi congedai come sottufficiale dei bersaglieri. Poi mi seguirono i miei fratelli minori, prima Salvatore e poi Gino. Collaboravamo con nostro padre e abbiamo percorso tutti i livelli della cosiddetta gavetta».

Poi l’azienda passò nelle vostre mani. Perché?

«Come per tutti gli artigiani e i commercianti di quei tempi, il negozio e la relativa attività erano la linfa vitale per nostro padre. Quando rimase allettato, prima di morire espresse il desiderio di trascorrere un’ultima giornata in azienda, ma purtroppo le sue condizioni di salute non lo consentirono. Comunque il suo distacco fu progressivo perché anche quando stava in piena salute ci lasciava ampia autonomia, convinto che eravamo maturi per prendere il timone dell’attività di famiglia. Ufficialmente l’azienda passò a noi tre nel 1980».

Come vi divideste i compiti?

«Seguimmo la logica delle attitudini di ciascuno di noi. Io curavo gli acquisti, Gino era il designer dei gioielli e Salvatore si occupava della parte organizzativa. Io e Gino, poi, gestivamo anche la vendita all’ingrosso e al dettaglio e i rapporti con la clientela».

Nel delicato compito di curare le relazioni le è stata di grande aiuto l’esperienza maturata nel mondo sindacale. Quando ha iniziato questo percorso?

«Dopo poco tempo, appena mi accorsi che il Borgo Orefici era in sofferenza. Sentii la necessità di ampliare le mie conoscenze, di relazionarmi con altri colleghi del settore e cercare di gettare le basi per fare sistema nell’interesse di tutti perché sono stato sempre convinto che da soli non si va da nessuna parte».

Quindi?

«Entrai come consigliere nella Federazione Orafa Campana che è una branca della Confcommercio. Fu il primo passo che mi portò in seguito a fondare il Consorzio Antico Borgo Orefici di cui sono il presidente».

Quante aziende hanno aderito al Consorzio?

«Lo compongono 50 aziende, tutte ubicate in questa zona, e siamo l’unico consorzio garantito da Federconsumatori Campania in virtù di un protocollo d’intesa firmato con il presidente nazionale. Garantisce l’autenticità dei prodotti ed è un vero e proprio expertise».

Qual è la sua mission?

«È nato nel 2000 con la volontà di riunire in un’unica rete di sistema le aziende che oggi operano nel Borgo Orefici collaborando alla riuscita di un globale progetto di valorizzazione dell’antica zona orafa di Napoli, attraverso una riqualificazione urbanistica ed il rilancio commerciale dell’area che ha origine nel Medioevo e che fu riconosciuta come tale ufficialmente da Giovanna D’Angiò, che leggittimò la corporazione degli orafi che l’occupavano con le loro botteghe».

Qual è stata la prima iniziativa del Consorzio?

«Aderire al progetto del polo orafo Campano della Comunità Europea dove c’erano come “attori” Torre del Greco con i coralli, il Tarì di Marcianise, Euromare, e tante altre realtà. La ciliegina sulla torta di questo progetto è stata “La bulla”».

Che cosa è?

«Un antico palazzo di quattro piani ristrutturato, di proprietà del Comune di Napoli, che si trova in via Duca di San Donato, a pochi passi dal Duomo. Ospita il Museo dell’Arte Orafa, un’area per le conferenze, Creative Lab, Start Up e un ampio spazio dedicato alla formazione, puntando in particolare alla scuola orafa. È gestito dal Consorzio».

Perché questo nome?

«La bulla è un vecchio amuleto romano che portavano le gestanti come buon augurio. I reperti sono al Museo Archeologico di Napoli».

Ci parli della scuola.

«È l’unica scuola orafa che rilascia un attestato riconosciuto dalla Comunità Europea grazie al quale i nostri ragazzi “diplomati” possono inserirsi in qualsiasi attività orafa del mondo. Il corso dura due anni. Si insegna oreficeria, gemmologia, cad. Teniamo anche corsi di inglese. Come presidente del consorzio sono anche il preside della scuola».

Chi è l’orafo?

«È l’artigiano che realizza manufatti afferenti l’oreficeria a partire dall’ideazione. La sua attività viene considerata artistica».

Ritorniamo al suo impegno sindacale. Come si è evoluto?

«Il direttivo della Confcommercio decise di farsi rappresentare da me nella Camera di Commercio. Il presidente dell’epoca, Maurizio Maddaloni, mi volle con lui in consiglio. Ebbi un attimo di esitazione perché era un incarico che richiedeva notevole impegno di tempo. Lo superai e dissi a me stesso: “mi trovo ballando, continuo a ballare”».

Le diede un incarico difficile e molto importante. Quale?

«Volle che presiedessi un’azienda speciale in seno alla Camera di Commercio, la Com-Tur».

Che cosa è?

«Ora non c’è più. Era un centro per la promozione e lo sviluppo delle piccole e medie imprese dei settori del commercio, turismo e terziario. Forniva supporto ed assistenza tecnica alle imprese dei tre comparti, al fine di accrescerne la produttività e l’efficienza, migliorare la qualità degli scambi commerciali e soddisfare il consumatore finale».

L’iniziativa più importante che ha promosso?

«Abbiamo fatto mille cose e abbiamo promosso Napoli in tutti i paesi europei. Posso affermare che è stato l’inizio del boom turistico nella nostra città. Sicuramente il fiore all’occhiello è l’esposizione del tesoro di San Gennaro in un museo di Parigi. Non dimenticherò mai quando dalla finestra dell’albergo dove alloggiavo vedevo le fila interminabili di persone in attesa di entrare».

È vero che i “pezzi” di questo inestimabile tesoro sono stati realizzati tutto al Borgo Orefici?

«Sì, a partire dalla Mitra, opera del maestro Matteo Treglia. Una targa commemorativa in piazzetta Orefici ricorda il maestro orafo napoletano del ’700, rivalutato da molti esperti del settore come “non inferiore a Cellini” per la creatività nel realizzare la Mitra di San Gennaro. Gioiello dopo gioiello è diventato il tesoro più prezioso al mondo».

Finito questo mandato, la Camera di Commercio la indicò come suo rappresentante nel consiglio della Fondazione di Comunità del Centro Storico di Napoli.

«Soci fondatori sono Adriano Giannola e Rossella Paliotto, attuale Presidente della Fondazione Banco di Napoli. Lo scopo era quello di rilanciare il centro storico e di aiutare le famiglie indigenti che vi risiedono. Nel mio mandato quadriennale ho contribuito alla realizzazione di molti corsi di formazione per i figli di famiglie indigenti oppure di ragazzi a rischio. In coincidenza con la fine dell’incarico fui eletto presidente della Federazione Orafi Campana».

Con tanti impegni dove trova il tempo per dedicarsi all’azienda di famiglia?

«La famiglia e l’azienda vengono prima di ogni cosa. Però devo un grande grazie ai miei due fratelli e a mia moglie che sono sempre presenti e pronti a supportarmi quando sono assente».

A proposito dell’azienda, qual è l’impronta che con Salvatore e Gino le avete dato?

«Lo sforzo continuo e comune è quello di tenerla sempre al passo con i tempi, seguendo le mode senza però rinunciare alla nostra identità. Oggi il gioiello, il monile in metallo prezioso sia esso oro, argento o altro, è in continua ripresa. Abbiamo creato nel tempo, e continuiamo a farlo, collezioni ispirate alla napoletanità e in particolare agli apotropaici in generale. Non trascuriamo, comunque, l’argenteria classica come pezzi d’arredo e le classiche e intramontabili posaterie d’argento».

Ma vale ancora la pena di immobilizzare denaro in questi oggetti?

«Oggi più che mai, perché nel lungo periodo costituiscono beni rifugio e rappresentano perciò un investimento sicuro. Lo ripeto in continuazione quando vengo intervistato, rivolgendomi soprattutto ai giovani che hanno perso questa cultura e privilegiano acquisti in altri settori merceologici che esauriscono il loro valore in tempi molto rapidi. Pensiamo per esempio all’elettronica oppure alla crescente abitudine di fare la lista di nozze o di regali per compleanni, lauree e anniversari presso agenzie di viaggi. Bisogna tenere presente che nel corso della vita si può incorrere anche in momenti di bisogno. Avere un tesoretto in casa può fare sicuramente comodo».

Ci sarà una sesta generazione dei de Laurentiis?

«Mia figlia e quella di Salvatore già sono in azienda e da giovani moderne si dedicano a indagini di mercato per capire quali sono le esigenze dei loro coetanei seguendone le evoluzioni».

Come consorzio quale iniziativa avete in cantiere?

«Abbiamo affiancato un’associazione che si chiama Napolarte e il 13, 14 e 15 dicembre, 30/40 artisti esporranno qui al Borgo lavori di arte presepiale, pitture, sculture e oggettistica realizzata dal vivo. Un allievo della scuola farà vedere come si crea un gioiello e ci sarà anche una esposizione di cammei. Insomma, cerchiamo di spaziare a 360°. Il nostro obiettivo è far capire che la manualità esiste ancora».

È possibile fare un consuntivo del nuovo corso del Borgo Orefici?

«La crisi colpisce anche noi, e quindi è prematuro parlarne. Abbiamo creato per le nostre consorziate un marchio di qualità che dovrebbe dare una plusvalenza nei confronti delle aziende che non ce l’hanno. Questo marchio si affianca alla garanzia data da Federconsumatori con l’accordo sottoscritto. Iniziano ad avvertirsi piccoli cenni di ripresa, ma la strada è tutta in salita».