Ha il diploma di laurea in pittura conseguito all’Accademia di Belle Arti di Napoli ed è specializzato in fotografia. Stefano Renna (nella foto) entrò nel vivo della professione nel 1986 collaborando per le pagine di cultura del settimanale “Napoli Oggi”. Iscrittosi all’Ordine dei giornalisti nel 1988, intraprese una serie di collaborazioni con quotidiani cittadini e iniziò a corrispondere anche per l’agenzia milanese “Unitalpress”. Ha collaborato e collabora con diversi quotidiani locali, con le maggiori testate nazionali e con diverse agenzie fotografiche di carattere internazionale. Porta avanti progetti di carattere sociale per la promozione di territori e ha espopsto i suoi lavori in Italia, Francia, Germania, Inghilterra e Sati Uniti D’America. «Sono nato a Roma perché mio padre lavorava, da civile, all’Aeronautica Militare e fu rapito dalla bellezza partenopea di mia madre. Ho vissuto i miei primi quattro anni nella capitale e poi ci trasferimmo a Napoli. Soffrivo di asma e prendemmo casa a Portici vicino al mare, nella fascia del Miglio d’Oro. A differenza dell’indirizzo classico scelto da mio fratello maggiore, mi iscrissi all’istituto tecnico Enrico Fermi e, dopo il biennio, mi orientai verso gli studi di chimica perché davano maggiore spazio alla mia creatività. Ma non mi sentivo realizzato, e dopo una pausa di riflessione, sostenni un esame integrativo e abbracciai gli studi artistici presso l’istituto d’Arte dove conseguii, nel 1980, il diploma d’Arte e successivamente la maturità d’Arte applicata. Lì conobbi i miei primi due “maestri” che mi fecero conoscere l’arte e la creatività trasformata in azione e lavoro: il professore Volpe e la professoressa Acembalo. Il primo insegnava tecniche murali, la seconda decorazione pittorica utilizzando prevalentemente le vetrate. L’attraversamento della luce attraverso i vetri e gli effetti cromatici che ne scaturivano mi affascinavano particolarmente».

Dopo la maturità che indirizzo prese?

«M’iscrissi all’Accademia di Belle Arti e seguii il corso di pittura con i professori Armando De Stefano, Carlo Caroli e Carmine Di Ruggiero. Contemporaneamente seguii per tutto il quadriennio dell’Accademia i corsi supplementari di fotografia tenuti da Mimmo Jodice, uno dei grandi fotografi della storia della fotografia italiana, e mi specializzai in fotografia. Conseguii il diploma di laurea in pittura con il massimo dei voti discutendo la tesi “La realtà e l’immaginario”».

Quando ha iniziato a lavorare?

«Subito perché, per carattere, avevo bisogno di raggiungere quanto prima anche l’autonomia economica senza dovere ricorrere all’aiuto dei miei genitori. Per due anni ho insegnato educazione artistica e ornato nelle scuole medie inferiori e superiori ad alunni che erano quasi miei coetanei. Ero il professore “ragazzino”. Contemporaneamente dipingevo».

Che cosa?

«Avevo cominciato durante l’Accademia e dipingevo su tela con tecniche miste. M’ispiravo ad Armando De Stefano, un figurativo, e a Carmine Di Ruggiero, un informale geometrico. Mi avvicinai anche ai surrealisti, tra i quali Dalì e De Chirico con la sua metafisica, e agli impressionisti».

Poi conobbe due persone che la introdussero nel mondo dei maggiori artisti napoletani. Chi furono?

«Ebbi la fortuna di lavorare nella galleria d’arte Studio 85, in via Martucci, dove incontrai due galleriste e artiste napoletane: Anna Maria Pugliese e Marisa Albanese. All’epoca Studio 85 era famoso perché era sede di un grosso circuito di artisti napoletani. Anna Maria e Marisa furono il mio trampolino di lancio perché, dopo l’esperienza avuta nel loro studio, feci diverse mostre. Ricordo quella al Maschio Angioino a favore dei detenuti tossicodipendenti in Thailandia, che fu molto apprezzata dal maestro Girosi, e quella all’Expo di Bari dal titolo “Redistribuzione e contraddizioni esistenti nel reale”. Esposi in uno stand insieme a dei giapponesi. Le mie opere erano due fotografiche e due pittoriche. Per la prima volta mi misuravo a livello extra europeo e con un’arte molto raffinata qual è quella giapponese. Poco dopo istallai a San Miniato la mostra “AILLOF follia al rovescio - le stanze della follia”. Quindi cominciai a girare anche all’estero riprendendo l’antica passione di viaggiare che avevo da ragazzo».

Quando ha avuto i primi contatti con il mondo del giornalismo?

«Nel 1986 cominciai a portare le mie fotografie al settimanale “Napoli oggi” diretto da Orazio Mazzoni. Conobbi Giuseppe Leone che curava le pagine della cultura e iniziò con lui un bellissimo percorso professionale. Mi ospitava in redazione e lo aiutavo a creare a mano libera la pagina della cultura sul menabò. Peppe era un genio in questa composizione. In quell’anno attivai la pratica per l’iscrizione all’Ordine dei giornalisti che ottenni nel 1988 come operatore dell’informazione visiva. Da quel momento attivai una serie di collaborazioni a iniziare da “Ultimissime” e “il Giornale di Napoli” diretti da Orazio Mazzoni nella cui sede in via Diocleziano ebbi il primo ufficio fotografico presso un giornale. Alcune le mantengo tutt’ora come quella con il “Roma”. Lasciai definitivamente la pittura e il ultimo dipinto si chiama “Osmosi”».

Nello stesso anno fondò una sua agenzia.

«L’agenzia di servizi per l’editoria “Studio Renna” e corrispondevo da Napoli per l’agenzia “Unitalpress” di Milano. Distribuivo le mie foto ai maggiori settimanali nazionali tra cui “Oggi”, “Gente”, “Epoca”, “Panorama” e la rivista tedesca “Stern”».

Ebbe inizio anche la sua esperienza di fotoreporter di cronaca.

«All’epoca si faceva giornalismo di strada, quello che consumava le suole delle scarpe, proprio come ha rinnovato a fare Papa Francesco nel suo messaggio per la 55esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali dello scorso gennaio. Con le sue parole ha invitato i giornalisti “a mettersi in movimento, tornare a consumare la suola delle scarpe, uscire dalla presunzione del già saputo per cercare di capire quel che succede davvero”. Ricordo che il mio debutto fu disastroso. Avevano assassinato una persona che si trovava all’interno di un furgone nei pressi della villa comunale di Torre del Greco. Nella foga di fare la fotografia, tra le urla degli agenti, inquinai la scena del crimine. Poi c’erano gli appostamenti notturni per fotografare Maradona: erano gli indimenticabili anni del Pibe de oro a Napoli».

Un momento importante fu quando conobbe il giornalista e photoeditor de “Il Venerdì di Repubblica” Franco Lefevre.

«L’avevo incontrato a Napoli e lo rividi a Segrate quando era photoeditor nella redazione del supplemento settimanale de “la Repubblica”. Sceglieva le numerosissime fotografie che portavamo noi fotoreporter. Venivamo da tutta l’Italia e facevamo la fila per fargliele esaminare. Quando mi vide mi fece saltare la fila e mi affidò un servizio sull’inquinamento delle barche a Bacoli. Ne seguì un altro altrettanto importante per “l’Espresso” sulla camorra di Torre Annunziata dal titolo “Camorra City”».

Quando c’è stato il “passaggio internazionale”?

«Sicuramente l’evento più prestigioso è rappresentato dalla partecipazione al “4° Festival international du photo reportage Visa pour l’image” svoltosi nel 1992 a Perpignan, in Francia. Fui l’unico italiano selezionato a parteciparvi».

Nel 2002 presentò un lavoro molto bello e importante: “Camorra: Le Voci di Dentro”.

«È un’opera multimediale con la quale entrai nel mondo dell’editoria. Si erano aperte finalmente le strade per affrontare fatti di cronaca di camorra che fino a poco prima erano “nascosti”. Iniziai a proporre l’opera a enti pubblici fuori dei confini regionali per farne anche manifestazioni di interesse pubblico».

Da che cosa è composta?

«Da mie fotografie e dipinti, da parole scritte dal compianto poeta partenopeo Marco Salvia e da musiche fatte da autori napoletani. Ne è stato ricavato un libro dal titolo “L’ultimo sangue: Camorra, vittime e carnefici” edito da Stampa alternativa edizioni Nuovi Equilibri. L’opera è entrata nel circuito delle scuole e ho avuto una grande soddisfazione perché non ci siamo proposti noi agli Istituti ma sono stati i ragazzi a venire alle mostre tenute prevalentemente nelle biblioteche pubbliche dimostrando di avere un interesse spontaneo. L’opera fu presentata anche a Parigi, in versione teatrale, e al 23° Festival Internazionale di Fotogiornalismo di Perpignan».

Perché il ricorso a questo sistema così tecnologico?

«Ho sentito fortemente l’esigenza di arricchire “l’impianto” fotografico con parole, musica e pittura che potessero fare da cassa di risonanza a quello che avevo “sentito” interiormente al momento degli scatti: le urla di paura nei vicoli, il rumore degli spari, l’odore della morte. La musica racconta i rumori, la poesia le parole, la pittura le emozioni, la fotografia l’immagine della realtà: sintesi sublime di comunicazione sociale».

Che cosa rappresenta per lei la fotografia?

«Nel corso della mia carriera ho considerato la comunicazione l’incipit di qualsiasi lavoro artistico e l’ho sperimentata in differenti linguaggi espressivi. L’obiettivo principale che mi sono sempre posto è quello di raccontare l’esperienza della realtà. La macchina fotografica, e quindi la fotografia, è uno degli strumenti scelti come veicolo di comunicazione. Altri sono il video, la pittura, la prosa, la poesia, la musica alla quale sono particolarmente legato anche perché suono la chitarra e l’armonica a bocca. La fotografia rappresenta la sintesi, il documento in forma statica, di ciò che ho visto. È un hard disk della realtà sublimata attraverso il pensiero creativo dell’artista».

In che senso “pensiero creativo dell’artista”?

«Il fotografo deve avere uno sguardo soggettivo che raggiunge il massimo grado di oggettività quando riesce a comunicare ciò che ha provato, e non solo visto, nell’attimo che ha scelto di immortalare. La sua fantasia è l’elemento che gli consente di esprimere un’idea dietro l’immagine e non più solo la riproduzione della realtà. La fotografia deve conservare, al pari della pittura o della scultura, la traccia di un ingegno capace di riportare l’evento come documento esaltandone al contempo ciò che intende comunicare attraverso precise scelte compositive come una particolare luce, un’inquadratura o un soggetto. Una stessa vicenda, quindi, potrebbe essere raccontata, e quindi interpretata, in maniera sempre differente a seconda del punto di vista da cui il fotografo ha scelto di osservare l’evento».

Qual è il suo ultimo lavoro?

«Il racconto documentato dei fatti drammatici determinati dalla pandemia, come li ho visti nella vita reale, staccato dal computer, riappropriandomi dei vecchi metodi e con rinnovato impegno sociale. Ho realizzato due servizi da giornalista “completo”. Il primo riguarda le visite che ho fatto insieme agli infermieri del 118 agli ammalati di Covid nelle proprie abitazioni. Il secondo è stato quello sugli “invisibili”, gli ultimi, che già prima della pandemia non avevano alcuna possibilità. Una testimonianza molto forte me l’hanno fornita gli immigrati di Castel Volturno».

Il prossimo progetto?

«La mia ultima idea è il ritorno alle origini quando si faceva la stampa singola, come la stampa serigrafica, con la numerazione, la certificazione e la firma dell’autore, con la tecnica della FineArt. Farò delle tirature limitate di fotografie non intese come immagine ma come opera dell’ingegno. Voglio ricorrere alla tecnologia rispecchiando il vecchio sistema dove si evidenzia la fisicità delle cose e, quindi, la fotografia e la sua fisicità».