Gianpaolo Tartaro (nella foto) è ordinario e direttore della Struttura Operativa Complessa di Chirurgia Maxillo Facciale all’università Luigi Vanvitelli di Napoli. È direttore della Scuola di specializzazione in Chirurgia Maxillo Facciale dell’Università della Campania. È membro di società scientifiche italiane ed internazionali di rilievo quali la Società Italiana di chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica, l’AO Foundation (AOCMF) e la Società italiana di chirurgia maxillo-facciale per la quale ha l’incarico di segretario nazionale , e di organizzare corsi e congressi e di selezionare le aziende che trattano prodotti nell’ambito della medicina estetica. «Sono napoletano e nasco da un padre medico e da una madre casalinga in un periodo in cui lavorava solo l’uomo e la donna si dedicava alla casa. Ho avuto un’infanzia felice perché ho vissuto in una famiglia benestante che mi ha permesso di fare tutto ciò che volevo. L’unica nota negativa di quegli anni è costituita dal fatto che sono affetto da dislessia, uno dei disturbi del neurosviluppo conosciuti come DSA, ovvero Disturbi Specifici dell’Apprendimento: i DSA comportano una serie di difficoltà nella capacità di leggere, scrivere e fare i calcoli che generalmente si manifestano nei primi anni di scuola. A quei tempi non si parlava di patologia ma di ignoranza da parte dell’alunno e quindi nella mia gioventù scolastica sono andato avanti con sacrifici e dispiaceri perché i miei professori non comprendevano la vera causa della mia incapacità di coordinarmi nel leggere e nello scrivere. Oggi tutti i dislessici hanno un docente di supporto. Ricordo che al liceo la professoressa di italiano e latino, si chiamava Assumma, ci assegnò un tema nel quale dovevamo descrivere la nostra città. Fui l’ultimo al quale consegnò l’elaborato corretto e vidi che era tutto sottolineato in rosso. Mi aveva dato come voto zero e me lo fece leggere davanti a tutti i compagni di classe che ridevano a crepapelle. Non aveva saputo “leggere” la natura del mio disturbo e per me fu un’umiliazione che non dimenticherò mai. In questo difficile e delicato momento della mia adolescenza mi aiutò molto lo sport».

Quale disciplina praticò?

«Mio padre, specializzato in odontoiatria, aveva curato Patrizio Oliva e il suo maestro Geppino Silvestri, un ex tramviere. Si allenavano nella palestra Fulgor, in un sottoscale dei Quartieri Spagnoli. Mi mandò lì e iniziai a imparare a boxare. Il maestro mi prese a ben volere perché ero un ragazzino sveglio e molto allegro. Consigliò a papà di avvicinarmi a uno sport di squadra perché ero un giocherellone e socializzavo con estrema facilità e lui mi portò al Circolo Canottieri Napoli di cui era socio. Abitavamo a via Egiziaca a Pizzofalcone, nel Pallonetto di Santa Lucia, e papà alle sei del mattino, prima di andare al Policlinico, si allenava con alcuni amici e colleghi. Ricordo che nel dicembre del 1989, insieme al professore Agresti, suo caro amico, trovò nello spogliatoio dei soci del circolo le quattro persone trucidate presumibilmente dalla camorra».

A quale sport si avvicinò?

«Vidi un allenamento di pallanuoto e fu amore a prima vista. Erano i tempi in cui aprì la piscina Scandone e quello sport aveva un’enorme cassa di risonanza aumentata dal nome prestigioso del circolo del Molosiglio».

Ebbe difficoltà a inserirsi nel gruppo?

«Fui fortunato perché capitai al momento giusto. Diventai il secondo di Paolo Trapanese, che era il portiere campione del mondo, trovai una squadra in cui giocavano miei amici tra cui Paolo Zizza ed Enzo Massa, e Enzo D’Angelo, il mitico allenatore. Condividevamo anche il tempo libero e “la febbre del sabato sera” in discoteca. Vincemmo il titolo di Campine d’Italia nel 1990 e fummo secondi in Coppa dei Campioni, mi ricordo ancora la Scandone stracolma: un’emozione pazzesca».

Perché si iscrisse a Medicina?

«Mi era sempre piaciuto fare il chirurgo, il sangue non mi dava fastidio, e perciò mi venne naturale scegliere quella facoltà. Per la verità inizialmente fui indeciso perché anche Architettura mi attirava. Mi piaceva costruire in senso lato. Sicuramente papà, apprezzato cattedratico dell’attuale Luigi Vanvitelli, mi aiutò nella scelta finale ma inconsciamente perché non esercitò mai su di me alcun tipo di pressione».

Anche da universitario continuava a fare il pallanuotista?

«All’epoca era possibile e facevo parte di una generazione dove c’erano tanti figli di docenti universitari. Non c’era l’obbligo delle frequenza ed erano gli anni in cui le lezioni si svolgevano nei reparti e potevo organizzarmi a secondo degli allenamanti. La squadra piano piano crebbe raggiungendo i massimi livelli. Ero quasi sempre in panchina, come ho detto ero il secondo portiere del campione del mondo, ma comunque facevo parte del gruppo. Ricordo che quando fu demolito il muro di Berlino nel novembre del 1989, eravamo a Milano per disputare la finale della Coppa Italia. Mamma mi diede la notizia per telefono e poi la diffusero tutti i media. Il giorno dopo andammo proprio in quella città perché dovevamo affrontare la compagine tedesca nella semifinale della Coppa Campioni. Enzo D’Angelo ci portò sul luogo dove fino a poche ore prima sorgeva il muro. Non c’era più nulla tranne qualche pietra, ma quello che vedemmo fu uno spettacolo indimenticabile e a tratti inquietante. Guardando a est c’era un’atmosfera grigia, triste, che trasudava oppressione e povertà; girando lo sguardo a ovest, invece, il senso di libertà e di benessere dava colore a ogni cosa. La partita contro il Berlino la vincemmo e nella finale giocai anche io per tre minuti. Come premio, il compianto presidente della Canottieri, Carlo De Gaudio, presidente del comitato organizzatore a Napoli per Italia ’90, ci invitò a vedere le partite».

Come mai non ha seguito le orme di suo padre?

«Papà era il “dentista” classico mentre a me piaceva dedicarmi alle malformazioni e alla ricostruzione. Per questo motivo avevo due opzioni, ortopedia o chirurgia plastica ricostruttiva. Scelsi quest’ultima perché la nostra ortopedia era “vecchia”. Dopo la laurea, conseguita con il massimo dei voti, andai alla Sapienza di Roma, alla scuola di specializzazione diretta dal professore Nicolò Scudieri. Era il periodo in cui gli specializzandi erano retribuiti per cui si lavorava per l’intera giornata. Mi trovai in un gruppo di tredici specializzandi e riuscii a inserirmi nel tessuto sociale della Capitale grazie allo sport vivendo quattro anni che mi hanno lasciato bei ricordi. All’ultimo anno il professore accettò di mandarmi prima in Austria e poi in Spagna. Dopo sono stato per un anno all’università di Zurigo dedicandomi ai bambini e agli adulti malformati da patologie oncologiche. Questa esperienza ha costituito un’ottima palestra perché affinai le migliori tecniche ricostruttive afferenti la chirurgia maxillo facciale».

Di che cosa si occupa questa branca medico-chirurgica?

«È specializzata nella diagnosi e nel trattamento delle malattie e degli infortuni che riguardano il cranio, il viso, la bocca, la mascella, la mandibola e/o il collo. In Italia stava appena nascendo a Milano, Roma e Napoli».

Quindi un periodo al Children’s Hospital Harvard Medical School di Boston e poi vinse il concorso come ricercatore all’Università di Pisa.

«Ci sono rimasto quattro anni e certamente non ho avuto occasioni per distrarmi perché nella città toscana non c’è nulla al di fuori della torre pendente. Per il rettore bisognava solo insegnare, fare ricerca e studiare».

Quando rientrò a Napoli?

«Sono stato prima tre mesi a Cagliari come vincitore del concorso per professore associato, quindi venni a Napoli, sempre come associato, alla seconda università che era diventata “Luigi Vanvitelli”. Portai tutto il bagaglio di esperienze fatte a Roma con il professore Scudieri, in Svizzera con il professore Sailer, a Boston con il professore J. McCarthy che mi fecero apprendere tecniche chirurgiche innovative e l’importanza di instaurare sempre un rapporto umano e di fiducia con il paziente e facendomi affinare la mia manualità. Ben presto mi occupai soprattutto di malformazioni e ricostruzioni conseguenti a patologie oncologiche. Intanto mio padre era andato in pensione, si liberò il posto di ordinario e, bandito il concorso, lo vinsi diventando titolare della cattedra di chirurgia maxillo facciale».

Qual è stato il primo intervento che ha fatto?

«L’ho eseguito al policlinico a Roma e il primo bisturi me l’ha messo in mano Roy de Vita l’ex marito di Nancy Brilli, chirurgo plastico famoso. Si trattò di un’otoplastica, cioè la correzione dell’orecchio a sventola. Roy mi disse: “Segui me, io faccio l’intervento da un lato, tu dall’altro”. Ma il vero primo atto da medico che ricordo è stato quando ho dovuto “prendere” la vena di una vecchietta per eseguire un’endovenosa. Allora quel tipo di iniezione la facevano i medici e non gli infermieri. La nonnina mi disse: “dottore avete una mano d’oro”».

La tifoseria napoletana la conosce come il chirurgo che ha ricostruito parte del volto di Victor Osimhen.

«Ho operato anche altri atleti e giocatori di calcio, ma le condizioni del viso del calciatore del Napoli erano pessime e l’intervento è stato molto complesso. Non si è trattato di una semplice frattura allo zigomo ma sono state interessate diverse ossa del viso. Mi sono trovato davanti a un trauma da compressione che ha creato un danno devastante. Per ricomporre la frattura ho dovuto inserire sei placche e diciotto viti. Naturalmente sono soddisfatto che tutto sia andato per il verso giusto. Mi resta il rammarico che questa operazione mi ha dato maggiore notorietà rispetto alle centinaia eseguite su adulti e bambini».

A che cosa si riferisce?

«Sono fortemente impegnato nel volontariato medico. È una cosa che fa parte di me, che mi fa stare bene. L’opera umana più bella, diceva Sofocle, è di essere utile al prossimo. Ho partecipato a 12 missioni umanitarie promosse dall’associazione Emergenza Sorrisi come chirurgo plastico ricostruttivo nei paesi del Terzo Mondo (Bangladesh, Afganistan, Benin, Senegal, Indonesia) per la cura di ustioni gravi, labiopalatoschisi (labbro leporino) e malformazioni facciali, ridando il sorriso e cambiando la qualità della vita a più di 500 bambini. Loro mi hanno fatto il regalo più bello del mondo: poterli aiutare».

Come iniziò questa splendida avventura?

«Conoscevo il presidente di Emergenza Sorrisi, Fabio Massimo Abenavoli, chirurgo maxillo facciale e plastico ricostruttivo anche lui. Mi chiese se volessi partecipare alle missioni. La prima alla quale presi parte fu in Indonesia e il viaggio durò 26 ore perché non si prendono voli di linea e facemmo 18 scali. Ogni missione dura mediamente dieci giorni e per parteciparvi usufruiamo del nostro concedo feriale. Compriamo tutta l’attrezzatura necessaria perché i medici del luogo sono indifferenti alla nostra iniziativa. La squadra è composta da due chirurghi, due ferristi, due anestesisti, 4 infermieri e un medico pediatra, e vengono da tutt’Italia. Ho cominciato, nella gerarchia, come secondo dietro una collega molto bravo, Mario Attracena di Bari. Oggi sono il capo dell’equipe».

Chi è Gianpaolo Tartaro?

«Un uomo semplice, un uomo buono che si sforza di trasmettere ai figli, Andrea e Giorgia, i veri valori della vita».