Laureato in medicina e chirurgia, è specializzato in radiologia. Tommaso Ricozzi (nella foto) è il direttore tecnico del Centro Diagnostico Augusto e l’amministratore unico della struttura. Nel 2020 ha vinto il Premio Sepe per la sanità. Partecipa annualmente con uno stand al Campus Salute Onlus. Ha due figlie: la prima è medico specializzata in medicina interna, la seconda è in procinto di laurearsi sempre in medicina. «Sono nato a Mergellina e vivo a San Pasquale a Chiaia. Mio padre, Giuseppe, era la quinta generazione di medici e mia madre, la quinta di farmacisti. A casa mia si è sempre respirata aria “sanitaria” e io non potevo che entrare in quel mondo. Ho fatto gli studi classici al liceo Umberto per tradizione familiare anche se la matematica esercitava in me un singolare fascino e perché ritenevo, come ritengo, che le sue leggi sottendono la struttura del nostro universo. Ho praticato tantissimo sport e, in particolare, il calcio. Ero favorito dal fatto che vicino casa c’è la Villa comunale, abituale luogo di incontro di noi ragazzini per giocare a pallone. Partecipai anche al campionato di categoria Promozione con la squadra Nuovo Vomero che giocava allo stadio Collana. Poi mi appassionai anche al tennis raggiungendo il livello 4.1 (ex terza categoria). Tuttora mi alleno in palestra allorquando gli impegni professionali me lo consentono. Qualche anno fa mi sono cimentato anche come opinionista nella trasmissione sportiva condotta da Ivan Zazzaroni su Canale 21».

Ritornando al momento della scelta della facoltà universitaria, perché optò per medicina e non per farmacia?

«Fare il farmacista era un “lavoro” che non mi piaceva nonostante il prestigio che avrei “ereditato” perché la famiglia materna gestiva la farmacia dell’Ospedale Incurabili, pezzo pregiato della storia della Farmacia e attualmente parte del Museo delle Arti Sanitarie e di Storia della Medicina, il cui primo nucleo fu fondato nel 2000 dall’Associazione “Il faro d’Ippocrate”. La scelta di fare medicina ha avuto anche una motivazione di carattere sentimentale perché papà, noto urologo, morì per un infarto quando avevo otto anni. Sono figlio unico e nella mia mente di bambino nacque l’impegno morale di onorare la sua memoria facendo da grande il medico come lo era stato lui con l’intento di dedicarmi, nel futuro, alla libera professione».

Dove s’iscrisse?

«I primi tre anni li ho fatti al Primo Policlinico, l’attuale università Luigi Vanvitelli. Al quarto anno passai al secondo Policlinico, oggi Federico II, anche per motivi pratici».

Quando si è avvicinato alla radiologia?

«Durante l’internato volontario all’ospedale Ascalesi. Mi laureai in cinque anni e una sessione con una tesi sulla coronarografia e mi iscrissi alla scuola di specializzazione in radiologia diretta dal professore Porta. Poi ebbi la fortuna di conoscere il professore Dino Catalano, un’eccellenza nel campo della radiologia, che mi prese sotto la sua ala protettiva e continuai l’internato volontario all’Ascalesi ancora per diversi anni».

In quel periodo prese una decisione che fu prodromica della sua professione futura. Quale?

«Acquistai delle quote di uno studio che si chiamava Centro Augusto e si trovava all’omonimo viale di Fuorigrotta e cominciai a lavorarci. Dopo due anni trasferii la sede a via Leopardi in una struttura che offriva maggiori capacità logistiche in linea con le prospettive di sviluppo delle attività diagnostiche».

Poi, però, lasciò il Centro. Perché?

«Avevo vinto un concorso come assistente all’ospedale Santa Maria di Loreto Nuovo, conosciuto anche come Loreto Mare, e quindi c’era incompatibilità con l’attività privata: cedetti le quote alla mia famiglia. Subito dopo vinsi il concorso come aiuto presso la radiologia dell’ospedale Capilupi di Capri, di cui ne divenni il responsabile. Ci sono rimasto fino al 2001 quando per motivi logistici decisi di rientrare a Napoli, al nosocomio di via Vespucci da dove ero partito: ripresi il mio posto con la qualifica di Dirigente Medico di primo livello in quanto era stato modificato l’inquadramento».

Quanto tempo ha lavorato all’ospedale Santa Maria di Loreto Nuovo?

«Circa quindici anni. È stato un periodo molto duro e ho dovuto affrontare notevoli difficoltà. Il Loreto, storico presidio di frontiera, all’epoca, era il punto di riferimento di tutta la parte est di Napoli fino all’inaugurazione dell’ospedale del Mare avvenuta nel 2015. Come Dea di II livello, il Loreto effettuava prevalentemente prestazioni in regime di urgenza ed emergenza. Il pronto soccorso era un andirivieni di feriti da arma da fuoco o da armi bianche. Nel frattempo il Centro Augusto cresceva e necessitava di un’impronta manageriale più incisiva e al passo con i tempi».

Quindi?

«Dopo attente valutazioni decisi di lasciare la “sicurezza” del posto fisso e rituffarmi nell’avventura di medico imprenditore assumendomi, però, tutte le responsabilità in prima persona. Sono infatti il direttore tecnico e l’amministratore unico del Centro Augusto».

Di cosa si occupa nello specifico lo Studio?

«Di diagnostica per immagini con i suoi capisaldi: la radiologia, quella digitale, l’ecografia, la Tac e la risonanza magnetica, la Moc Dexa, di primaria importanza per la prevenzione dell’osteoporosi e il Cone Beam 3D che in realtà è una Tac dedicata allo studio e all’analisi delle zone facciali, in particolare delle arcate dentarie: lo sviluppo tridimensionale delle immagini è di grande ausilio per gli interventi implantologici anche i più complicati. Tra i vantaggi di questa nuova metodica c’è la notevole riduzione di dose di radiazioni a cui il paziente viene esposto rispetto alle Tac convenzionali».

Com’era lo “stato di salute” del Centro Augusto prima del suo arrivo?

«Sicuramente buono ma con molte possibilità di miglioramenti sia in termini qualitativi che quantitativi».

In quali settori è intervenuto?

«Mi sono sforzato di dare al Centro un’impostazione secondo le logiche d’impresa, concentrando il focus sulle criticità che ho ritenuto più importanti, cioè attrezzature, accoglienza, qualità del servizio e tempi di attesa, programmando, inoltre, interventi economico-finanziari a breve e a medio termine».

Quali sono stati gli investimenti nel breve periodo?

«Nel terzo millennio la tecnologia ha fatto progressi esponenziali e per essere al passo e competitivi occorre adeguarsi. Il primo importante acquisto è stato un mammografo tridimensionale di ultima generazione. Precedentemente siamo stati tra i primi a Napoli a dotarci di una risonanza magnetica aperta, utile ad evitare disagi a pazienti claustrofobici. Anche la nostra Tac è all’avanguardia: con l’utilizzo della modalità “multislice” si riescono ad esaminare, in pochi secondi, tutti i distretti corporei con un’elevata definizione di immagine ed una cospicua riduzione delle dosi di radiazioni ionizzanti per il paziente. Contemporaneamente mi sono impegnato a rivisitare completamente il “sistema” accoglienza».

In che senso?

«Sempre più frequentemente il personale di front line di un’azienda di qualsiasi settore, incluso quello sanitario, che risponde a telefono viene sostituito da un risponditore automatico, detto anche centralinista virtuale. Spesso chi ci contatta con problemi di salute, necessita di informazioni dettagliate e di calore umano che solo un rapporto empatico può assicurare. Ho, di conseguenza, rinunciato all’economico “automatismo” telefonico assumendo e formando personale in grado di fornire le giuste risposte ai pazienti, con modi e toni adeguati. Il paziente può utilizzare, per qualsiasi necessità, sia il telefono, sia l’e-mail o, se lo desidera, recarsi direttamente presso la nostra struttura. All’asetticità, insomma, abbiamo sostituito l’umanità, perché per noi la qualità della vita del paziente è di fondamentale importanza».

Altro aspetto fondamentale è la qualità del servizio e i tempi di attesa. Che cosa ha fatto in questo settore?

«Ho lavorato molto sull’organizzazione del lavoro creando con la mia squadra di medici e tecnici un “sistema” tendente ad azzerare i tempi di attesa sia per la prenotazione che per l’esecuzione dell’accertamento diagnostico ed il conseguente referto. Naturalmente molti esami presuppongono una preventiva preparazione. In questi casi il real time non è possibile ma i tempi di attesa sono sempre brevissimi».

Come radiologo a quali accertamenti si dedica prevalentemente?

«All’ecografia. È l’unica metodica in cui il medico è, al tempo stesso, operatore e refertatore. Nella Tac, ad esempio come nella risonanza magnetica, l’esame lo esegue il tecnico e il medico lo referta».

Il Centro Radiologico Augusto è una struttura accreditata definitivamente. Che cosa significa?

«Che siamo equiparati alle strutture pubbliche che affianchiamo in maniera significativa e con orgoglio. I risultati sono decisamente lusinghieri perché alleggeriamo notevolmente il lavoro ospedaliero, con notevole risparmio per la sanità regionale sui costi di degenza e conseguente grande soddisfazione per i pazienti che vedono significativamente ridotti i tempi di attesa. Purtroppo le strutture ambulatoriali accreditate sono vincolate, da molti anni ormai, ai fondi assegnati dalla Regione Campania. Tali fondi si esauriscono annualmente, in genere entro i primi otto mesi dell’anno, per il resto siamo costretti ad operare solo in regime privatistico, seppure con tariffe in linea con la convenzione regionale. La Regione Campania oggettivamente riceve uno stanziamento di fondi insufficiente rispetto alle concrete necessità. È stato ripetutamente evidenziato dalle istituzioni regionali al governo centrale che occorre una rivisitazione dello stanziamento annuale che è sottostimato e, quindi, inadeguato, specie se paragonato a quello delle regioni del Centro-Nord. Questo dipende sia dal continuo aumento della richiesta di accertamenti diagnostici nel nostro territorio sia dalla diversa condizione sociale tra Nord e Sud. Nella nostra Regione, infatti, risulta un’altissima percentuale di esenzioni dal pagamento del ticket».

Quali sono i suoi interessi al di fuori del lavoro?

«Come già detto, faccio sport, amo la compagnia e la musica. Da giovane suonavo la batteria e cantavo. Sono costantemente presente anche nel sociale e ciò mi consente anche di scaricare le tensioni frutto della mia intensa attività lavorativa. Prima della pandemia mi concedevo qualche viaggio. Spero di potere ripetere questa esperienza quanto prima».