Margherita Dini Ciacci (nella foto di Gilda Valenza) è laureata in giurisprudenza, specializzata in servizi sociali, esperta di community work. Assunta dall’Inps in qualità di assistente sociale per i sanatori, curò in particolare i bambini e gli adolescenti. È stata responsabile del settore educativo e della scuola, voluta dall’Inps in tutti i sanatori d’Italia. Dal 1980 è socio fondatore del Comitato Italiano per l’Unicef e dal 1981 è stata membro del Consiglio Direttivo per più legislature. È stata presidente del Comitato Regionale della Campania fino a luglio 2018. Autrice di poesie e compositrice di canzoni sia di testo che di musiche, è madre di tre figlie, ha tre nipoti e una splendida pronipotina di tre anni, la gioia della famiglia. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra questi la Medaglia Onu come Donna della Pace, il Premio Unicef Italia, la Medaglia della Presidenza della Repubblica . «Sono nata a Como perché mio padre era il comandante della Guardia di confine con la Svizzera. Mia madre, insegnante, appena sposata lasciò l’incarico perché a quei tempi le mogli dovevano badare alla casa e all’educazione dei figli. Durante la guerra siamo stati in Albania. Papà combatteva al fronte e noi tornammo in Italia dopo aver perso la casa e ogni altro bene, con un areo militare. Ci accompagnò la nostra governante letteralmente impazzita dal terrore. Morì tempo dopo nel manicomio di Aversa. Mamma portò me e gli altri tre figli a Viterbo, a casa di suo padre, lo stimato ispettore scolastico Filippo Rovani. Siamo stati con lui diversi anni e posso dire che quel tempo ha costituito il terreno che ha alimentato la radice di tutta la mia preparazione futura».

Perché?

«Nonno era una persona molto colta e con una capacità di insegnare non comune. Passeggiavo con lui e non mi stancavo mai di ascoltarlo, incantata dal suo eloquio semplice e coinvolgente nonostante la mia tenera età. A quattro anni cominciai a studiare perché già sapevo leggere e scrivere. A sei anni ero quasi pronta per l’esame di quinta elementare che sostenni da privatista l’anno dopo. Ricordo che nonno mi raccomandò di non dire mai che ero sua nipote perché non voleva che il giudizio degli esaminatori potesse essere favorevolmente condizionato. Lo ubbidii rigorosamente. Superai l’esame in maniera brillante. Quando gli insegnanti vennero a sapere che ero sua nipote, gli chiesero perché mi avesse proibito di dirlo. Ricordo come fosse ieri la sua risposta: “volevo che la mia nipotina dimostrasse se ero riuscito a trasmetterle il mio sapere. Ora non solo so di averlo fatto ma ho la consapevolezza che un domani lei riuscirà a fare altrettanto con gli altri”. A otto anni non potetti andare alle scuole medie perché la legge non lo consentiva e quindi per un anno mi sono goduta la biblioteca del nonno».

Alle medie corse il rischio di ammalarsi gravemente. Perché?

«Sono convinta che ciascuno di noi ha un percorso stabilito da seguire e che nella sua vita ci siano dei segnali ben precisi che glielo indichino. Il mio era quello di fare del bene a chi ne avesse bisogno. Il primo avviso l’ho avuto mentre frequentavo le Medie. Ogni mattina mamma mi preparava il cestello con la merenda da mangiare a scuola. Sistematicamente la regalavo a un bimbo povero che chiedeva l’elemosina per strada insieme a un violinista. Non riuscivo ad accettare che un mio coetaneo potesse patire la fame. Naturalmente a scuola non mangiavo. Un giorno mi sentii male e il medico che mi visitò mi trovò denutrita. Quasi con vergogna lo riferì a mio nonno che non riusciva a capirne le ragioni. Gli confessai tutto e da quel giorno mamma mi diede due cestini, uno per me e un altro per il mio amichetto. Poi cominciai a portare al violinista gli abiti di nonno che prendevo dal suo armadio. Quando se ne accorse mi disse: “Puoi prendere quello che vuoi perché è tutta roba tua. Però gli abiti scegliamoli insieme così evitiamo che tu possa regalarne uno che ho appena comprato”».

Sempre alle Medie accadde un episodio che la scrittrice Giuseppina Rubino, sua compagna di classe, ha riportato in un suo libro. Ce lo racconta brevemente? «Frequentavo la terza media. Un professore, per la verità molto rozzo, offese un’alunna che sedeva al primo banco dicendole, in poche parole, che era brutta. Mi alzai e lo ripresi aspramente. Lui replicò in malo modo. Dietro mio invito tutti gli studenti della classe mi seguirono dal preside al quale chiesi giustizia per la dignità calpestata della nostra compagna. Il preside trasferì quel professore in un’altra sezione».

Quando è venuta a Napoli?

«Dopo essere stati per un periodo a Santa Maria a Vico. Anche in quella cittadina ebbi un segnale della mia vocazione a fare del bene a chi ne aveva bisogno. C’era l’occupazione tedesca e conoscemmo le signorine Demme, tre persone di ottima famiglia ma, come tante, ridotte in miseria dalla guerra. Mamma preparava da mangiare anche per loro e m’incaricò di portare le pietanze a quelle povere donne. Mi diceva di stare tranquilla perché i soldati di Hitler non avrebbero fatto del male a una bambina. Nonostante fossi terrorizzata, assolvevo con coraggio il mio compito, fiera di fare una buona azione. A Napoli siamo venuti quando mi iscrissi all’Università. Andammo ad abitare al Vomero dove vivo tuttora. M’iscrissi alla facoltà di giurisprudenza dove conobbi uno studente che poi è diventato mio marito».

Dopo la laurea che cosa decise di fare?

«L’assistente sociale e per questo motivo partecipai a un concorso bandito dall’Inps per quella figura professionale e lo vinsi ».

Quale fu la sua destinazione?

«L’Ospedale Principi di Piemonte, il Sanatorio di via Leonardo Bianchi, oggi Monaldi. Appena presi servizio mi resi conto che volevo seguire i gruppi di bambini che stavano nei reparti insieme agli adulti. Redassi un protocollo con nuove linee guida per i piccoli ammalati che mi fu approvato dalla direzione. Li separai dagli adulti e li feci trasferire al Preventorio di Torre del Greco. Ci andavo due volte a settimana per controllare come andasse la nuova sistemazione. Potenziai le scuole interne al sanatorio che l’Inps con grande lungimiranza aveva istituito e ne divenni la responsabile. C’erano tutte le 5 classi elementari e anche qualche sezione di scuola media. Creai un giornalino, “Il Pungiglione”».

Con quale scopo?

«Favorire in maniera organica e ordinata la comunicazione e l’informazione degli ammalati, tra di loro, con i vertici dell’ospedale e con il questore. Con questo sistema azzerai quasi completamente le “assemblee” disordinate e spesso caotiche che gli ammalati organizzavano per farsi “sentire”».

A proposito delle scuole interne all’ospedale, portò avanti una battaglia “storica”. Quale?

«I ragazzi del sanatorio venivano considerati dal provveditorato “diversi” da quelli cosiddetti “sani”. Iniziai una battaglia molto dura con il ministero della Pubblica Istruzione affinché fosse riconosciuta la pari dignità. Trovai una valida alleata nell’ispettrice ministeriale Serpico Persico la quale mi aiutò a fare riconoscerre le nostre sezioni statali a tutti gli effetti».

Ma andò oltre.

«Organizzai corsi per i ragazzi che dovevano prepararsi per la maturità classica e per il diploma magistrale. Mi feci affidare dalla direzione amministrativa delle sale che non venivano più utilizzate e invitai i professori, che erano ricoverati, a prestare la loro attività didattica. Tutto funzionò alla perfezione e quando venne il momento degli esami, ricorsi ancora una volta all’aiuto dell’ispettrice Serpico Persico che mi consentì di fare presentare quei ragazzi agli esami di Stato come privatisti. Allestii anche una compagnia teatrale tra i giovani. Mettevamo in scena nel teatro che avavamo “costruito” nell’ospedale i testi di Eduardo De Filippo. Il Maestro mi autorizzò a portare in giro per gli ospedali le rappresentazioni delle sue commedie».

Quando incontrò sulla sua strada l’Unicef?

«Nel 1973 fui colpita dal morbo di Crohn, noto anche come enterite regionale, una malattia infiammatoria cronica dell’intestino (al riguardo giova informare che sul “Roma” di giovedì scorso è stata pubblicata la notizia che al II Policlinico è stata sperimentata una nuova tecnica chirurgica che si è dimostrata efficace nel ridurre in maniera significativa la percentuale di recidiva post-chirurgica della malattia). Dovetti lasciare l’ospedale e fui distaccata presso la Regione. Seguivo, tra l’altro, una rivista fondata da Ludovico Montini, fratello di Papa Paolo VI, primo presidente del Comitato Italiano per l’Unicef, e diretta da Arnoldo (Aldo) Farina, funzionario della Presidenza del Consiglio dei Ministri e poi del Ministero degli Interni. Si chiamava “Vie assistenziali”. Gli segnalai che sul periodico non c’era una rubrica che si occupasse del sociale, cosa che ritenevo, invece, di fondamentale importanza. Mi convocò a Roma e mi disse che la mia osservazione lo aveva favorevolmente colpito. Gli feci leggere alcuni articoli che avevo preparato in vista dell’incontro, gli piacquero e da allora diventai la responsabile della neo rubrica. Quando Farina fu nominato presidente del Comitato Italiano per l’Unicef mi propose di “creare” l’organizzazione del Comitato della Regione Campania. Accettai con entusiasmo consapevole che mi sarei dovuta impegnare moltissimo. Continuavo, infatti, a lavorare presso la Regione perché l’attività svolta per “Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia” è volontariato puro».

Ha condiviso con Farina la lotta per dare una diversa e più ampia “apertura” alle finalità del Fondo. Ce ne parli.

«Soprattutto Farina ha battuto i pugni sul tavolo dell’Onu sostenendo che tutti i bambini del mondo devono essere considerati uguali con la conseguenza che non vanno curati solo quelli che vivono nei paesi “della fame, della sete, delle malattie e della guerra”. In Italia, per esempio, il problema non è tanto economico ma etico-morale. A tal fine ci siamo adoperati al massimo perché l’Onu approvasse la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza che l’Italia ha ratificato con legge del 27 maggio 1991 n.176. Purtroppo è ancora disattesa in molti Stati».

Concretamente quali iniziative ha preso come presidente del Comitato della Regione Campania?

«Oltre a creare i comitati provinciali, ho promosso e curato tutte le attività finalizzate alla realizzazione della nostra missione che si sviluppa su due direttrici: fare cultura e raccogliere fondi. Per quanto riguarda il primo aspetto, abbiamo una convenzione con il Miur e ogni hanno portiamo nelle scuole “amiche”, solo a Napoli sono 120, progetti per aiutare i ragazzi a comprendere come si diventa cittadini del mondo, come si fa accoglienza, come ci si pone nei confronti del problema dell’immigrazione e così via. In ogni scuola viene nominato un delegato che è il nostro interlocutore. In merito alla raccolta fondi, questa viene fatta su segnalazioni delle Nazioni Unite. Una commissione internazionale interna al Palazzo di vetro fa le scelte a seconda della gravità delle esigenze rappresentate. Si tiene nella massima evidenza quelle del Paese dove è maggiore il tasso di mortalita di bambini. Il Comitato nazionale, ricevuta la segnalazione, la trasmette a tutti i Comitati regionali che si organizzano come possono per raggiungere l’obiettivo».

Da luglio 2018 ha lasciato l’incarico di presidente per ragioni statutarie. Che cosa fa ? «Il Past President, ma solo in teoria».