Massimo Villone (nella foto) è un politico e costituzionalista italiano. È professore emerito di Diritto costituzionale ed è stato titolare della cattedra nell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. «Nasco a Napoli, in piena seconda guerra mondiale, nel cuore della città, a vicolo Fonseca, nel quartiere Stella. Mia madre mi diede alla luce il 21 marzo, mentre era in corso l’ultima eruzione del Vesuvio. Quando avevo otto anni la mia famiglia si trasferì al Vomero dove vivo tutt’ora. Ho frequentato le elementari alla Vanvitelli, in via Luca Giordano, le medie al viale delle Acacie, il ginnasio e i primi due anni di liceo classico al Sannazaro, in via Puccini».

Il terzo anno di liceo dove lo ha frequentato?

«Negli Stati Uniti d’America, a Wellsboro, un paesino di circa 4.500 anime in Pennsylvania». Come mai? «Vinsi una borsa di studio dell’American Field Service (“Servizio da Campo Americano”, o A.F.S.). Era un’organizzazione di volontariato fondata negli Stati Uniti nel 1914 per fornire servizi di ambulanza e di trasporto alle forze alleate in Europa nel corso della prima guerra mondiale. Nel settembre del 1946, il presidente Stephen Galatti avviò un programma di borse di studio internazionali volto a consentire a studenti stranieri una permanenza negli Stati Uniti, e viceversa a giovani americani una permanenza in paesi stranieri, vivendo in una famiglia del posto. L’A.F.S. si è poi ampliata in una organizzazione internazionale di scambi culturali tra molti paesi che per la parte italiana oggi si chiama Intercultura. Partii a luglio del 1961 per gli Stati Uniti su una nave con circa ottocento coetanei provenienti da molti paesi e vissi per un anno in una “normale” famiglia americana. Frequentai l’ultimo anno di high school, equivalente al nostro terzo liceo, prendendo il diploma. Rientrai a Napoli a luglio del 1962 e nel settembre dello stesso anno, da privatista, presi la maturità classica presso il liceo Sannazaro. A posteriori ringrazio mio padre che mi aveva “costretto”, in tempo non sospetto, a studiare l’inglese nonostante io fossi riluttante. Su quelle basi vivere in Pennsylvania mi rese a quel tempo quasi bilingue».

Che cosa ha rappresentato per lei quell’esperienza?

«Sicuramente è stata importante nella mia formazione prima personale e poi professionale. Venivo da una realtà metropolitana dove normalmente si rimane del tutto anonimi e mi trovai inserito in un contesto dove tutti sapevano tutto di tutti. Poi io come studente straniero ero un personaggio sempre in vista. Quel tipo di vita mi ha fatto capire quanto siano importanti le relazioni interpersonali improntate, però, sempre al rispetto della privacy e alla correttezza dei rapporti».

Ha un ricordo particolare di quel periodo?

«A conclusione della permanenza gli studenti stranieri fecero un tour di un mese per le città statunitensi. Terminò a Washington D.C. dove fummo ricevuti dal presidente Kennedy sul prato della Casa Bianca. Ci fece un discorso molto bello, con toni di amicizia e di piena accoglienza. Era un tempo in cui noi ragazzi eravamo pieni di speranze e fiduciosi in un futuro sempre migliore».

Perché si iscrisse a giurisprudenza?

«Ingegneria mi piaceva, ma non avevo un buon rapporto con la matematica. Scelsi giurisprudenza perché era una facoltà che apriva a maggiori possibilità di lavoro. Per un periodo ho fatto anche l’allievo interno presso la cattedra di Istituzioni di Diritto Romano del professor Antonio Guarino».

Che cosa significa?

«A quei tempi le ricerche si facevano tutte a mano con carta e penna prendendo appunti dai testi. Il computer non esisteva. Io avevo il compito di fare schede riassuntive su Ulpiano, un famoso giurista romano. Dopo un anno ne avevo abbastanza. Lasciai, mantenendo comunque i rapporti. Come dimenticare la dottoressa Galeno, la “terribile” assistente del professore Guarino!».

Quando capì che da grande avrebbe fatto il costituzionalista?

«Nel momento in cui cominciai lo studio del Diritto Costituzionale, materia per cui fu amore a prima vista. Il titolare di cattedra era Alfonso Tesauro, professore universitario, avvocato e uomo politico di alto livello. Mi laureai con lui nel 1966 con una tesi sulla potestà legislativa regionale. La elaborai con Francesco D’Onofrio che allora era assistente di Tesauro. Le Regioni ordinarie non esistevano ancora, anche se previste dalla Costituzione. Furono istituite solo nel 1970, però si cominciava a ragionare sul rapporto Stato-Regione».

Il professore Tesauro le propose una collaborazione molto importante. Quale?

«Gestiva una rivista che si chiamava la Rassegna di Diritto Pubblico. Mi volle con lui e insieme a pochi altri facevo le massime delle sentenze della Corte costituzionale e di alcune particolarmente rilevanti del Consiglio di Stato. È stato il mio primo incontro con il diritto pubblico vissuto nella realtà. Un’ottima gavetta. Leggevo le sentenze e ne facevo una sintesi in titoletti che indicavano il contenuto e l’esito della pronuncia. La rivista pubblicava anche articoli di dottrina. C’era, quindi, tutto un lavoro di editing e di organizzazione. Facevo il giornalista di una rivista scientifica e andavo anche in tipografia per seguire la stampa che allora era “a caldo”, come si dice in gergo. Era un’emozione incredibile vedere il compositore lavorare alla linotype e fare l’accostamento e la sistemazione dei tipi di carattere e dei banchi tipografici per la riproduzione a stampa di un testo scritto».

Il Master of Laws, conseguito nel 1971 presso la Harvard Law School, fu prodromico dell’inizio della sua carriera universitaria in Italia.

«Per il Master era necessario seguire le stesse lezioni e superare gli stessi esami di tutti gli altri studenti. Seguii corsi di diritto costituzionale, amministrativo, civile, processuale, e di storia. La mia tesi con il professore Freund, uno dei maggiori costituzionalisti americani dell’epoca, fu sull’elezione del Presidente degli Stati Uniti, un elemento cruciale nel sistema federale. Per me un passaggio formativo molto importante in un ordinamento a diritto giurisprudenziale, che mi ha insegnato a mantenere nei miei studi una costante attenzione all’esperienza concreta. Quanto all’Italia, vinsi il concorso per assistente ordinario a Napoli. Nel 1973 ottenni un incarico di insegnamento di Diritto Costituzionale Italiano e Comparato all’Università di Macerata. In quell’Ateneo c’era una forte colonia di docenti della Federico II e della Sapienza di Roma, molti dei quali poi titolari di cattedra nelle università di provenienza. A Macerata sono stato otto anni e ogni settimana andavo a lezione con un viaggio in auto inizialmente di oltre 5 ore, ridotte in seguito a 4 ore e mezza, più altrettante in ritorno. In treno da Napoli a Macerata di ore ne occorrevano 10 o 11. In quel lungo periodo ho visto costruire strade e tratti autostradali. Ricordo che in uno di questi viaggi ebbi un terribile incidente. In macchina con me c’erano i colleghi napoletani. Sotto un tunnel si era formata una lastra di ghiaccio per le infiltrazioni d’acqua e la bassa temperatura. L’auto slittò e con un testa coda finì nell’altra corsia di marcia. Dovemmo rifugiarci nella scarpata laterale perché i camion che sopraggiungevano slittavano a loro volta. A Macerata fare lezione era bellissimo. Avevo in media dieci-quindici studenti; una realtà ben diversa da quella che trovai in seguito a Napoli dove avevo anche un migliaio di studenti nei cinema che eravamo costretti a usare come aule didattiche».

Dopo Macerata la Federico II.

«Vinsi il concorso come ordinario dopo averne perso uno, nel corso del quale morì il mio maestro Alfonso Tesauro che era in commissione. Nel concorso poi vinto fui sostenuto da Giovanni Ferrara, ordinario prima a Napoli e poi alla Sapienza di Roma. A Napoli ho tenuto come ordinario la cattedra di Diritto Regionale, poi di Diritto Pubblico e infine, dal 1983, di Diritto Costituzionale».

Nell’esperienza napoletana ha avuto un passaggio importante nell’amministrazione dell’università.

«Negli anni ’80 ho partecipato allo sviluppo informatico dell’università e poi sono stato consigliere di amministrazione dell’ateneo quando era rettore dell’università il grande matematico Carlo Ciliberto, che mi nominò anche suo consulente giuridico».

Docente e manager, quindi.

«È stata un’esperienza formidabile dai ritmi intensi, dettati dall’operare quotidianamente nel concreto. Avevamo più di centomila studenti e due Policlinici da gestire, dai quali veniva una grande quantità di problemi con il peso dell’autorevolezza e del potere che avevano i cattedratici medici. Ricordo in particolare Nino Salvatore, maestro di patologia generale. Era un personaggio con il quale non era facile avere a che fare, di grande peso in Italia nel settore medico accademico. Con me e con il collega Alberto Varvaro non mancavano occasioni di contrasto, e ci chiamava la V2, con chiara allusione alla P2. Ma è stato sempre molto corretto con me e quando fui candidato al Senato organizzò per me una festa “elettorale”. Lo considero un attestato di stima nei miei confronti».

Quando scese in politica?

«Nel ’92 mi offrirono una candidatura al consiglio comunale di Napoli. Era un voto a lista e preferenza. Quando capii che dovevo solo dare lustro alla lista senza essere eletto mi rivolsi all’onorevole Giorgio Napolitano. Lo incontrai in stazione mentre era in attesa del treno per Roma, mi presentai e gli esposi la questione. Mi disse che avrebbe posto attenzione alla cosa. Le preferenze arrivarono e fu per me prova dello spessore e delle qualità della persona. Da me non aveva chiesto né avrebbe potuto avere alcuna utilità in cambio. Gli sono stato sempre legato».

Com’è stato il mestiere di consigliere comunale?

«Difficile. È politica vera, in cui si opera vicino ai cittadini che chiedono ragione degli impegni presi e non mantenuti. Quella fu l’ultima consiliatura del vecchio sistema perché fu poi introdotta l’elezione diretta del sindaco. Nel 1993 facevo parte del comitato elettorale di Antonio Bassolino e collaborai all’organizzazione del nuovo tipo di campagna elettorale. Rieletto, fui capogruppo del Pds, il gruppo più forte della maggioranza di Bassolino in Consiglio».

Nel 1994 approdò in Parlamento.

«Fui eletto senatore per la prima volta col Pds nel 1994, poi confermato nel 1996 e con i Ds nel 2001 e nel 2006. Nella XIII Legislatura sono stato presidente della Commissione Affari Costituzionali, la stessa carica tenuta anni prima dal mio maestro Alfonso Tesauro. Sono poi stato vicepresidente nella XIV. Dal 1997 al 2001 ho fatto parte della Commissione bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da Massimo D’Alema. Quando nacque il Partito democratico lasciai la politica perché mi sentii “sfrattato” dalla mia casa d’origine: dalla sigla del partito era sparita la parola “sinistra”. Tornai a fare il professore a tempo pieno».

Dopo il pensionamento di cosa si è occupato?

«Secondo alcuni di rompere le scatole. Nel 2016 ho fatto campagna per il “no” nel referendum di Renzi, e sono ora in campo contro l’autonomia differenziata e il premierato. Scrivo su giornali e riviste, partecipo a iniziative accademiche e politiche, seminari, assemblee, vado in Parlamento per qualche audizione. Naturalmente, sopra ogni cosa, continuo a osservare e studiare. Il mio grande rammarico di oggi è che molti, anche tra gli addetti ai lavori, parlano di federalismo senza sapere cosa sia e senza capire il rischio per l’unità del Paese e per l’eguaglianza in fondamentali diritti protetti in Costituzione».