La recente scomparsa di Antonio Fomez depriva Napoli di una personalità di artista che ha saputo fornire una immagine convincente del nostro tempo. Era nato a Portici nel 1937 ed ha saputo proporsi all’attenzione non soltanto nel contesto regionale, ma anche in quello nazionale ed internazionale, guadagnandosi stima e considerazione. Della sua arte vanno messi in evidenza vari risvolti, che qualificano la sua particolare sensibilità creativa che ha saputo indirizzarsi a fornire una lettura del nostro tempo sempre graffiante ed intellettualmente “curiosa”, sempre capace di rendersi uno specchio – talvolta ironico e, quindi, apparentemente deformante – delle nostre identità disperse nella melassa indiscriminata ed indeterminata di una realtà ambientale, che va perdendo, giorno per giorno, la propria identità e la propria capacità di osservarsi con l’acume dei saggi. (nella foto una sua opera). In tale prospettiva può leggersi, in particolare, quella sua cadenza creativa che è stata anche definita di ordine “pop” e che noi, piuttosto – crediamo in guadagno di prospettiva critica – vorremmo leggere come declinazione personale ed originale di quelle soluzioni produttive che hanno contraddistinto la scena artistica degli anni ’60 (quella, in particolare, in cui Fomez ha il suo più lontano esordio) ed hanno ispirato modalità creative versate alle dinamiche del cosiddetto “Realismo di Denuncia”, detto anche, “Realismo Esistenziale”, sull’onda lunga delle prove che suggeriva, ad esempio, la temperie animata dall’azione del Movimento di “Equipo Cronica”. Modulando lungo tale abbrivio critico la nostra proposta di una rimodellazione interpretativa dell’operato prezioso e contenutisticamente forte di Antonio Fomez, vogliamo sottolineare ancora tutto il valore e lo spessore di una ricerca che è valsa a dare testimonianza della vivacità creativa del nostro territorio e delle risorse umane che vi si esprimono, tra le quali quella di Antonio, ha saputo primeggiare per eccellenza di accenti.