All’inizio mi infastidiva ma tacevo. A furia di sentirle dire “lo prenderei a paccheri”, però, un giorno le suggerii: «S’informi, signora, che i paccheri, in realtà, sono un formato di pasta che…». «Sono bene informata, cara la milanese, e se vuoi fare la maestrina, i paccheri li do a te, e pure con la mano smerza!» Ebbene, questo suo parlare grossolano mi stizziva. Ma ero ospite, dannazione, e dunque zitta e muta! Successe però che cambiai idea quando i paccheri prese a cucinarmeli ogni domenica: che poesia, col ragù, alla genovese, con melanzane fritte e pomodorini del pendolo… «Del piennolo, figlia mia, r’ ‘o piennolo!». Quello che non mi andava proprio giù, invece, era quando mi strizzava la guancia tra le dita: «Sarai pure milanese ma sì bellella, piccerè!». E poi un bacetto… Cioè? Noi di Milano siamo brutti? E i baci dopo i pizzichi? Erano baci di Giuda! Successe però che cambiai idea quando mi fece ascoltare “Lu vasillo”, cantata da Peppe Barra. Il ritmo brioso mi metteva una tale allegria che la imparai in un battibaleno: Te voglio dare mò ’nu vasillo/ tiene ccà, tiene ccà, tiene ccà/ a pizzechille, te l’aggia dare,/ tiene ccà, tiene ccà, tiene ccà… Ma una cosa, davvero, mi mandava su tutte le furie! Da quando giunsi a Napoli, dalla signora Giuseppina Lojacono, vedova Desanti, senza figli e con due tartarughine, non feci altro che essere stretta negli abbracci, da chiunque! La prima fu lei: già in stazione, mi abbracciò come fossi, che so io, sua nipote, quella preferita, anzi l’unica! La signorina Rachele, poi, la vicina di 72 anni, la sera stessa venne da noi con un vassoio di dolci, «’a guantiera ‘e pastarelle», e mi abbracciò come se mi conoscesse da sempre, senza farmi sgusciar via a prendere i dolci. La mattina seguente, Gelsomina, la ragazza delle pulizie, pure lei, appena mi vide, lasciò scopa e piumino, e mi abbracciò come fossi l’amica di una vita. A pranzo, poi, toccò ai parenti venuti appunto per conoscermi, e lì fu l’apoteosi: dalla madre al padre ai tre figli alla nonna, tutti ad abbracciarmi, e poco ci mancò che non lo facesse anche la cagnetta Frida. Insomma, ogni santo giorno che il Signore mandava, non c’era qualcuno che non mi abbracciasse. Mah… Mi ricordo che a Milano, alla mia prima comunione, allora sì, qualcuno mi abbracciò, ma non questo unirsi stretti stretti con entusiasmo immotivato. Successe però che cambiai idea quando i miei genitori mi richiamarono su a causa di un tracollo finanziario. Un po’ per lo spavento dei soldi che non c’erano più, un po’ per l’amarezza di lasciare gli studi, un po’ perché Napoli la sentivo mia più di Milano, gli ultimi giorni prima della partenza andai da tutti i nuovi amici e conoscenti e da tutti i bottegai dai quali far la spesa era un rito: li abbracciai uno per uno, forte forte, e poi un pizzico sulla guancia e ’nu vasillo… Ormai erano la mia felicità, e a Milano, queste cose qui, paccheri compresi, ce li portavo io.

Vi mancano i baci, gli abbracci, le carezze? E persino “paccheri” e pizzichi? Le parole possono restituirli attraverso la magia del racconto. La strategia è vecchia ma sempre valida, quella del nostro Boccaccio: inventare una storia al giorno, così la quarantena sembrerà più breve. È tempo di “Quarantenamerone”: i lettori possono inviare un racconto all’indirizzo mail armida.parisi@ilroma.net. Due i vincoli: lunghezza e argomento. Tremila caratteri sul tema “Baci, abbracci, paccheri e pizzichi”. La redazione selezionerà i migliori e li pubblicherà sulla pagina culturale e sul sito del quotidiano.