Attendevo con ansia di conoscere il giorno della tesi perché, così, avrei concesso una soddisfazione ai miei genitori e poi, perché senz’altro sarebbe arrivato Lui con un bel fascio di fiori e una dose di abbracci. Lui l’ho conosciuto qualche mese fa, però posso affermare che si tratta di uomo con una bontà veramente unica. Avevo preferito rientrare a casa dai miei in campagna, ad un passo dal Vesuvio per guardare la città ad una giusta distanza e ritrovare la concentrazione perduta. La casa è a due piani ed io mi sono sistemata a quello di sopra, giù ci sono i miei genitori nell’appartamento che fu della mia cara nonna che mi ha continuato ad accarezzare anche quando sono diventata una donna. Sapeste quanto mi manca. Avevo organizzato tutto nei minimi particolari, allontanato il turbinio di emozioni che stavo vivendo da molti mesi a questa parte, mandato al diavolo quella specie datore di lavoro, dove sgobbavo fina a tarda notte servendo ai tavoli e pagarmi così l’affitto di un posto letto. Improvvisamente si è bloccato tutto, da una gelida mail apprendevo che “le sedute universitarie erano rinviate a data da destinarsi per motivi sanitari”. Così, io che non riesco mai a stare ferma, ho iniziato a provare a farlo. «Mi si dia qualcosa da fare, qualsiasi cosa... È meglio che pensi ad altro, perché in questo momento sto per recitarmi la commedia», urlava Sartre in modo perentorio in uno dei suoi tanti periodi nauseabondi. Perché un momento del genere non saprei come definirlo e tutto quello che viene in mente è starmene ferma, immobile, a guardare “la vita che vola via”, per citare i Cccp. Allora il mio umore altalenante ha nuovamente preso il sopravvento facendomi, così sprofondare in un incessante “Blue Monday” anglosassone anche se preferisco urlare al mondo, questa mia insoddisfazione, con i “Lunedì” di Vasco Rossi. Mi manca mia sorella che da anni vive nella città di Joyce. Con lei al mio fianco la vita scorreva molto più serenamente. È una tipa tosta, lei. Quasi sempre, però, i nostri litigi si concludevano con un abbraccio. Adesso mi sveglio molto tardi la mattina sostituendo, così, la colazione con il pranzo. Il pomeriggio, invece, lo trascorro davanti al pc nella speranza che mi vengano idee per scrivere queste benedette conclusioni per la tesi, leggo qua e là qualche articolo e rispondo a tutti i messaggi che mi sono arrivati sulle varie chat. Poi esco con Hope, il mio cane, per la consueta passeggiata a 150 metri dall’ abitazione, in un parco desolato con le giostrine rotte. Quando ritorno è quasi ora di cenare. Poi, visto che guardare la tv è diventato pericoloso come praticare uno sport estremo, preferisco perdermi con le solite esilaranti videochiamate di gruppo con gli amici. Tutto così freddo, tutto così asettico. “Amour, amour amer – canta Alan Wurzburger – la vita senza amore che cos’è?” Ci siamo inventati il bar virtuale, un cicchettino e via ad invocare Morfeo che non arriva, però, se non rivolgo un pensiero a Lui. Mio Dio, quanto vorrei che fosse qui ad abbracciarmi.

(L'opera in foto è “Libra" di Carla Viparelli)

Vi mancano i baci, gli abbracci, le carezze? E persino “paccheri” e pizzichi? Le parole possono restituirli attraverso la magia del racconto. La strategia è vecchia ma sempre valida, quella del nostro Boccaccio: inventare una storia al giorno, così la quarantena sembrerà più breve. È tempo di “Quarantenamerone”: i lettori possono inviare un racconto all’indirizzo mail armida.parisi@ilroma.net. Due i vincoli: lunghezza e argomento. Tremila caratteri sul tema “Baci, abbracci, paccheri e pizzichi”. La redazione selezionerà i migliori e li pubblicherà sulla pagina culturale e sul sito del quotidiano.