Non sempre si ha la fortuna di poter fare la villeggiatura, di quelle che parti in macchina con le valigie cariche di sogni, palette e secchielli, costume e zoccoletti, pronti a graffiare come carta vetro sulla sabbia del bagnasciuga, quando arrivava l'ora del gelato e dell'interminabile attesa prima di avere il permesso di andarsi a tuffare. Tornera un'altra estate, ugua- ̀ le e diversa come le mie estati bambine. Eppure io mi son sentita fortunata anche quando, senza villeggiatura, venivo spedita presso le mie zie di Roma: la mamma, sorella di mia nonna e la figlia, cugina di mia madre, che mi affidava a loro nel lungo periodo estivo sapendo in quali braccia, sicure e amorevoli mi lasciava. Tutto cominciava alla Stazione Centrale, in un treno che portava mia nonna e me verso l'amore in tutte le sue direzioni. Mia nonna con mia zia fumavano e parlavano tutto il giorno, con una tazzulella ’e cafè mai vuota, come mai vuoto era il loro richiamo, il loro modo di dire “a sosò” (sorella in napoletano ma con note di amore, complicita, gioia di essere insieme). ̀ E già questo era il primo caldo abbraccio della giornata: appena sveglia, sentir le loro voci, che richiamavano vecchi ricordi, che si intrecciavano con baci affettuosi appena comparivo sulla porta. Facevano a gara a chi riusciva a darmene di piu, ma di tutte vinceva sem- ̀ pre lei, zia Flora che non so se mi amava piu di tutti! ̀ Di certo era quella che meglio di tutti riusciva ad imbastire il rito della colazione in un mosaico di gesti e parole che ancora adesso ne sento tutto il profumo e la tenerezza. Tutto iniziava con una tovaglietta, la ciotola del latte, grande ma cosi grande, che riuscì a convincermi che quella fosse la misura giusta dell'amore, riempita fino all'orlo per poter inzuppare la montagna di biscotti che mi venivano generosamente posti tutti intorno alla ciotola. Il miglior benvenuto che ricordi di tutta la mia vita, accompagnato da un sonoro, allegro «Mangia a zizì!». Un invito ripetuto puntualmente a pranzo e a cena, non perché non mangiassi, anzi di sicuro tornavo da quelle trasferte estive come se mi avessero portato a fare una cura ricostituente! Credo che in quel «mangia a zizì» fosseracchiusa tutta la gioia di potersi prendere cura di me, tanto che pian piano comincio a diventare anche un ̀ «biv’ a zizì»: un dito di vino che era solo una scusa per raccontarmi la filastrocca «Vino fratello mio cugino, beato chi ti zappa, chi ti pota e chi ti mette nel tinello! Ah bricconcello, tu mi fai perdere il cervello! Ah briccone, vieni con me in prigione!». E glu glu glu, prendeva il suo bicchiere, mi porgeva il mio e insieme davamo vita alla scena di un film, insieme comico e romantico. E subito dopo, lei, immensa, unica nella sua napoletanita, accompagnava il rito con un pizzicotto sul viso, a ̀ dimostrami che il vino fa buon sangue e, rideva, rideva tanto, quando mi vedeva tuffarmi in quel piatto preferito, che solo lei sapeva cucinarmi, come fosse la cosa più preziosa e rara da trovare: i paccheri al sugo, un sugo che preparava solo lei, che veniva da molto lontano, da zie del passato che avevano amato lei come oggi lei me. Non erano paccheri normali, di pasta comune! Erano un racconto di storie d'amore, di intrecci e profumi di grano, di lino, di tavole imbandite. Ecco perché ancora oggi, paccheri, vino, latte e biscotti, sono per me tutti gli abbracci e i baci ricevuti e dati, grazie a quelle donne, che con il loro immenso amore mi insegnavano cosa fosse l’amore. Domani, questa favola bella vorrei raccontarla ai miei nipoti e a tutti i bimbi che oggi non si spiegano perché non possiamo abbracciarci come prima. Poi sento la sua voce, la loro voce, che dice: «Tornerà un’altra estate».

(L'opera in foto è "La buona stella" di Carla Viparelli)

Vi mancano i baci, gli abbracci, le carezze? E persino “paccheri” e pizzichi? Le parole possono restituirli attraverso la magia del racconto. La strategia è vecchia ma sempre valida, quella del nostro Boccaccio: inventare una storia al giorno, così la quarantena sembrerà più breve. È tempo di “Quarantenamerone”: i lettori possono inviare un racconto all’indirizzo mail armida.parisi@ilroma.net. Due i vincoli: lunghezza e argomento. Tremila caratteri sul tema “Baci, abbracci, paccheri e pizzichi”. La redazione selezionerà i migliori e li pubblicherà sulla pagina culturale e sul sito del quotidiano.