Cammino. Intorno ai parchi, da poco costruiti in questa ultima periferia, ci sono diversi alberi. Una parrucca tricolore riccioluta, impigliata su di un ramo, fa pendant con delle bombolette spray in terra. I cancelli arrugginiti, in passato chiusi a sorvegliare il fucsia dei ciliegi ed il bianco dei mandorli, sono aperti; le catene ed i lucchetti penzolano senza funzione. La fiducia nell’umanità è possibile quando non c’è più nessuno? Quando hai fiducia in te stesso non sei mai solo. C’è chi sperimenta la crisi d’astinenza per mancanza di wi-fi e chi sceglie la vita in ogni situazione. Un casolare fatiscente mi fa pensare a Channarong. Mi trovavo in Thailandia, a Koh Lanta, un’isola della provincia di Krabi, a sud. Camminai lungo la spiaggia con l’unica compagnia di scimmie che mangiavano crostacei trasparenti; nuotai avvolta nel verde acqua. Channarong era il factotum in un localino dotato di pochi bungalow. Aveva la voce sottile; un piercing sull’angolo sinistro del labbro inferiore; capelli lisci, lunghi e neri, attaccati agli occhi tramite una bandana; una T-shirt dei Guns and Roses. Padroneggiavamo un inglese goffo, ma comunicavamo con efficacia. Channarong da piccolo viveva in un monastero, poi capì che non faceva per lui. Mi indicò la luna. Io facevo finta di bere un drink, mangiavo solo i pezzetti di cocco ed ananas che fuoriuscivano dal bicchiere. La band suonava cover da Bob Marley ai The Doors, uno dei musicisti locali gestiva la struttura insieme alla sua compagna europea che aveva dreadlock biondi e fumava. Quando ci stringemmo la mano non capii nulla di ciò che disse. Appena sveglia, affacciata alla finestrella di bamboo, respirai. Poco dopo mi accorsi, alla luce del sole, che il soffitto del bungalow era ricoperto di amianto. Andai a parlarne con i proprietari al bar, era evidente che l’utilizzo del materiale cancerogeno fosse ancora diffuso. La ragazza bionda era seduta sullo sgabello di fronte al bancone. Si alzò continuando a darmi le spalle, il fumo saliva dalla schiena e le parole facevano da intonaco all’aria. Avevo previsto altre tappe, quindi sarei andata via il giorno stesso. Channarong ci osservava dalla pedana di legno all’ingresso. Cominciò a piovigginare. Dopo aver pagato, raggiunsi Channarong e lo abbracciai. «Sentiamoci!» concordammo. Channarong mi scrisse che aveva lasciato il lavoro, sapeva che quel posto e quelle persone non facevano per lui. Tornai a Koh Lanta prima del lungo viaggio di ritorno, così Channarong mi invitò a casa della sorella: l’appartamento, costituito da un’unica stanza, affacciava sulla giungla. Ci sedemmo a terra sulla veranda, Channarong mi offrì una pappetta filacciosa fucsia e bianca che sapeva di zucchero. «La prossima volta che vieni sei mia ospite» disse. Mi portò a vedere una struttura abbandonata, incorniciata da erbaccia fitta. Che panorama mozzafiato da lassù! «Questo diventerà il mio locale» affermò fiero, io gli sorrisi con forti dolori di stomaco fucsia.

(L'opera in foto è “Octonet" di Carla Viparelli)

Ci mancano i baci, gli abbracci, le carezze? E persino i “paccheri” e i pizzichi? Le parole, con la loro magia, possono restituirceli attraverso un racconto. La strategia è vecchia ma sempre valida, quella del nostro Boccaccio: dare spazio alla fantasia e narrare una storia al giorno, così la quarantena sembrerà più breve. Dopo il Decamerone è tempo di scrivere il “Quarantenamerone”: saranno i lettori, con i loro racconti, a farlo inviando il loro scritto all'indirizzo armida.parisi@ilroma.net. Due i vincoli: la lunghezza e l’argomento. Il racconto dovrà essere lungo tremila caratteri, spazi inclusi, e ispirato al tema “Baci, abbracci, paccheri e pizzichi”. La redazione selezionerà i migliori e li pubblicherà sulla pagina culturale del quotidiano e sul sito, dove il testo è arricchito dalla riproduzione di un’opera dell’artista Carla Viparelli in sintonia con il tema proposto.