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Se si pesano i meriti e i demeriti di Berlusconi, da leader e premier, a prevalere sa-ranno i secondi. Ma come avviene sempre nelle rivisitazioni critiche, anche nel suo caso, c’è un super- merito che ne rende meno “tran- chant” il verdetto. Lo si riconosca o no: il merito maggiore di Berlu- sconi è di aver imposto il bipolari- smo,

promuovendo una coalizione di centrodestra o di gruppi com- patibili, costringendo così la si- nistra a ritrovarsi in una “me- galleanza”, che Occhetto defi- nì convinto di sconfiggerlo una “gloriosa macchina da guer- ra”. Sappiamo poi come è fini- ta. La sua intuizione, oltre a rottamare i vecchi partiti, già ridotti a “mal partito” da tan- gentopoli, favorì il maggiorita- rio tanto da potergli far dire le- gittimamente, scrisse allora Ferrara, “majoritaire c’est moi”.

Alla ideologia, una parola co- niata in Francia dai seguaci dell’illuminismo, che significa- va “scienza delle idee”, nel consigliare i governanti a ben legiferare e i governati ad at- trezzarsi per farlo, Berlusconi sostituì la sua personalissima “scienza della propria idea” con il varo di Forza Italia. Che diede avvio a un progetto di Paese, “L’Iltalia che ho in mente”, cui ha fatto da “pen- dant” una ferrea struttura or- ganizzativa, composta da una rete di coordinatori comunali, provinciali e regionali e un uni- co dominus: lui. Tutto questo, nell’arco di venti anni, ha pro- dotto alcuni risultati, la con- quista per due volte di Palazzo Chigi, un’idea di modernizza-

zione del Paese. Discutibile in- vece è stata la gestione del mo- vimento, caratterizzata da esclusive scelte di vertice. Esauritasi, alla distanza, la esaltante fase pioneristica, si sono lentamente manifestati malumori, guerre intestine e molto altro, su cui non si è mai offerta l’opportunità di discu- tere in un congresso vero. Escluso l’ingrato colpo di testa di Fini, a suo tempo sdogana- to politicamente dal Cavalie- re, di fronte alla totale assenza di sedi di confronto, erano ine- vitabili le fughe, gli abbando- ni, i distinguo individuali e di gruppi, da Ncd e Fratelli d’Ita- lia ai recenti “ricostruttori” di Fitto. Questi ultimi, decisi a re- stare in Forza Italia, ma non più disponibili ad accettarne la “leadership” a scatola chiusa, per giunta, si dice, influenza- ta, da un cerchio magico: il gi- neceo del Cavaliere. Uno stil- licidio che sta causando fram- mentazione e dissipazione di un grande patrimonio politico. Che fare, come uscirne? Per co- me sono giunte a stare le cose, non c’è altra strada che il ri- torno a un passato, mondato però dei vizi che lo hanno rot- tamato. Berlusconi con lo stes- so coraggio con cui fondò For- za Italia, dovrebbe oggi favori- re la nascita di un solo partito con sezioni, direttivi, esecutivi e consiglio nazionale, in cui ognuno può portare la propria

storia e confrontarsi senza sta- tuti prevaricanti. Ma il “rotta- matore” dei partiti saprà oggi esserne il rianimatore per il be- ne superiore del centrodestra? Il centrodestra non ha alterna- tive: o si unisce o è destinato a fare il cespuglio.

ALDO DE FRANCESCO