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C he l’università italiana stia attraversando una crisi profonda che può portarla - se non si trovano efficaci e improrogabili rimedi - ad una irreversibile agonia, è testimoniato dall’impietosa dei numeri. Secondo l’edizione 2015 del rapporto Ocse sull’educazione, l’Italia si piazza all’ultimo posto per percentuale di laureati: siamo poco al di sopra del 20%, a fronte di percentuali altissime della Corea, del Canada, dell’Inghilterra, della Norvegia e così via. Una talvolta disinformata campagna mediatica (spesso utilizzata anche dalla politica nelle sue scelte, o meglio non scelte, di programmazione universitaria) individua la causa della performance negativa nello spreco di risorse e nella cattiva gestione da parte delle università. La risposta più adeguata per smentire questa credenza sta nell’esame della tabella statistica sulla spesa per laureato di alcune nazioni europee: fatto 100 la spesa italiana, quelle spagnola e francese sono a 171, quella tedesca a 201 e quella svedese a 231. Se c’è stato un settore dell’amministrazione pubblica italiana che maggiormente ha subito tagli nei provvedimenti governativi di riduzione della spesa, questo è quello dell’università e della ricerca. Da tempo ormai ci collochiamo agli ultimi posti nella classifica della spesa pubblica per l’istruzione universitaria in relazione al Pil: siamo a un misero 0,9% a fronte di una media Ocse dell’1,6%. In un libro recente dell’ex rettore della Università della Basilicata, Mauro Fiorentino, si dimostra, calcoli alla mano, che nel periodo 2009-2014 la riduzione massiccia del fondo annuale di funzionamento delle università (una riduzione del finanziamento che negli ultimi anni ha oltrepassato la cifra di oltre un miliardo di euro) è stato a carico delle università meridionali per ben il 50%. Il che giustifica pienamente il titolo del libro: La questione meridionale dell’università. Basti pensare ai numeri impressionanti del calo di iscrizioni nell’ultimo quinquennio e si vedrà che ai primi posti ci sono le università meridionali: il calo più vistoso è quello della Basilicata (-33%), seguono a ruota l’Abruzzo (-30%), la Sicilia (- 25%), la Calabria (-23%). Solo la Campania regge, per così dire, il confronto, giacché il calo di iscrizioni è nella nostra regione intorno al 9% che è anche il dato nazionale. In realtà appare ormai più che evidente che siamo dinanzi a un disegno di perversa razionalizzazione del sistema universitario, sempre più caratterizzata dalla progressiva riduzione delle risorse e dall’entrata in vigore di sistemi di valutazione (peraltro già da tempo abbandonati negli altri paesi all’avanguardia) discutibilissimi, affidati ad una agenzia, l’Anvur, nominata verticisticamente e sottratta ad ogni controllo, col compito di valutare didattica e ricerca. Ormai si è ben capito che dietro il paravento dei parametri oggettivi di valutazione e dietro i numeri sta passando un disegno ben preciso: ridurre il numero delle università statali per favorire sempre più quelle private, continuare a penalizzare quelle al di sotto di Roma, così da poter creare un divario tra università di serie A e di serie B. Ma quel che è più grave è lo spreco di capitale umano nel paese, come ha denunciato il Rettore della “Federico II” Gaetano Manfredi. Ed ancora una volta ciò avviene ai danni del Sud colpito da una migrazione di studenti che salgono al Nord non solo perché trovano maggiori occasioni di lavoro, ma anche perché gli atenei del Nord meglio finanziati offrono servizi e strutture adeguate. I colpi all’istruzione universitaria sono stati duri e a catena, giacché hanno contribuito ad esempio ad aumentare l’età anagrafica dei docenti e del personale amministrativo a fronte di oltre 15.000 unità messe in quiescenza ed hanno ancora una volta penalizzato il Sud, dal momento che le borse di studio per studenti non vengono finanziate almeno per il 50%, mentre al Nord tutto ciò non si verifica. E poi vi è lo scandaloso comportamento discriminatorio del governo verso i professori universitari, l’unica categoria (a differenza ad esempio dei magistrati o dei militari) che continua a veder bloccati gli aumenti di stipendio da oltre 5 anni. È in atto una forte mobilitazione contro questa palese ingiustizia che testimonia ancora una volta il disegno tutto politico di considerare l’Università come qualcosa di inutile. Sta passando – osserva ancora il Rettore Manfredi – un preoccupante presupposto culturale nel paese e nell’opinione pubblica: l’Università non serve.