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Ormai la vera e propria dittatura informatica dei social network è diventata universale e del tutto inattaccabile. Centinaia e centinaia di milioni di persone affidano la quotidianità delle proprie scelte, dei propri stili di vita, quel che è peggio, delle proprie valutazioni politiche e dei propri comportamenti etici a una serie di grandi colossi: da Twitter a WhatsApp, da Facebook a You Tube, da Linkedin a Google e così via. Ciò che una volta caratterizzava il concetto e la prassi di quel che significava “rete sociale” – il rapporto umano tra contraenti, caratterizzato da documenti cartacei e da transazioni elettroniche e, nelle comunità primitive e rurali, da una stretta di mano o da un patto di sangue – ora è affidato a una serie di piattaforme informatiche che hanno completamente trasformato non solo la prassi economica e sociale, ma anche la vita, il modo d’essere, la mentalità di miliardi di uomini e donne del nostro globo. Non sto facendo l’elogio dei tempi passati, di una mitica età dell’oro non ancora segnata dalle grandi rivoluzioni industriali dell’età tardo moderna e contemporanea. Nel bene e nel male queste rivoluzioni hanno segnato – sia pur con costi e sacrifici enormi per le classi lavoratrici e per le centinaia di milioni di esser umani resi schiavie sottomessi nei grandi continenti dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina – un grande passo in avanti nelle relazioni interumane e nei progressi tecnico-scientifici. Esse hanno portato anche effetti benefici nelle scienze, nella medicina, nel tenore di vita, nelle condizioni di lavoro e nella dialettica talvolta anche dura con le organizzazioni politiche e sindacali delle classi lavoratrici. E, tuttavia, parafrasando un celebre saggio di Nietzsche – “Sull’utilità e il danno della storia per la vita” – si potrebbe riproporre, nei riguardi dello strapotere che ha gradualmente assunto la rete infinita ed avvolgente dei social network nella vita degli uomini e delle donne della contemporaneità, il dilemma se i veicoli dell’informazione e della comunicazione del XXI secolo non riproducano il medesimo interrogativo. Utilità o danno per il genere umano? Il dubbio si è imposto brutalmente alla mia attenzione quando ho letto qualche giorno fa una notizia commentata da Massimo Gramellini nella rubrica sul “Corriere della Sera”. Il titolo era “Il sondaggio finale” e non riguardava le prossime elezioni europee, ma l’iniziativa di una giovane ragazza malese, turbata da un grave disagio esistenziale, di lanciare un sondaggio che l’aiutasse a decidere se suicidarsi o continuare a restare in vita: Death or Life? D o L? I risultati della consultazione sono stati a dir poco agghiaccianti: il 69% dei suoi follower ha schiacciato il tasto D e la ragazzinaaccetta la sentenza e si toglie la vita. Probabilmente – commenta Gramellini – i follower su Instagram dell’adolescente dovrannodifendersi dall’accusa di istigazione al suicidio. Ma chi e come ci aiuterà ad evitare il baratro della disumanità, l’acquiescenza verso una impersonale dittatura dei social considerati da una ormai stragrande maggioranza di utenti come la nuova indiscutibile Bibbia del nuovo millennio? Come il luogo in cui anche la più paradossale e incredibile delle fake news diventa verbo indiscutibile? E faremo ancora in tempo a creare e ricreare i principi fondamentali e universalmente riconosciuti di un nuovo umanesimo che ai principi secolari del rispetto dell’uomo verso il suo prossimo aggiunga una rivoluzione democratica del Web, un processo di archiviazione di dati e di conoscenze che sia alla portata di tutti e che riproponga una lotta senza quartiere – così come avevano fatto i sindacati e le organizzazioni politico-sociali tra 800 e 900 - contro i nuovi monopoli digitali?