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Nicola Pugliese ci ha lasciato da sei anni. E la forma dell’acqua che lui aveva disegnato resta ancora tra le pagine talentuose di “Malacqua “, nella schiuma torbida de la “Nave nera“,attraverso un linguaggio semplice ed ispirato, una litania descrittiva armata di talento. Lentamente, il mondo letterario europeo si è accorto di lui. Il suo unico, straordinario romanzo, “Malacqua”, non solo è stato intelligentemente riproposto da Pironti ma ha varcato i confini nazionali, riproponendosi, dopo quarant’anni, oltre Manica come uno dei grandi libri del 2017, recensito dal “Wall Street Journal” con queste parole: “Un prodotto di immaginazione lirica, caustica e fantastica di una Napoli assediata da un diluvio biblico”. Il volume merita questo respiro continentale. Italo Calvino e Giulio Einaudi ne avevano avvertito subito l’affabulazione e la provocazione, giocando consapevolmente, nel 1977, la carta della pubblicazione di un autore allora sconosciuto. Una puntata vinta con lo scalpello della fantasia. Realisticamente, non so perché amo la prosa di Pugliese. Non certo perché l’ho conosciuto. Era un personaggio speciale, alto, dinoccolato, per molti versi sfuggente. Viaggiava tra le stanze della redazione con i suoi baffi abbondanti, i suoi silenzi, i dispacci d’agenzia che sembravano interessargli poco. Ci salutavamo a stento. Io, allora, ero un semplice collaboratore, giovanissimo, lui un giornalista professionista dal quale avrei dovuto solo imparare. C’era, ancora, un rispetto sacro verso i più grandi ed una strana, consapevole, motivata ghettizzazione verso i più giovani. Ma Nicola Pugliese restava altrove. Confinato, forse, nei suoi pensieri, nelle sue storie di mare, tra gli anfratti labirintici di quella Napoli che emergeva, con prepotenza, dalle sue pagine. Come aveva sottolineato, in una rara intervista, aveva una formazione letteraria e il suo mondo poco si conciliava con le telescriventi, con il piombo, con i dimafoni. Quel “Roma”, comunque, era un giornale straordinario. C’era Emilio Buccafusca, consolidato protagonista del Futurismo, c’era la penna incantevole di Giuseppe Di Bianco, c’era la classe e il magistero borbonico di Antonio Scotti di Uccio, con la magica passione dei soldatini. Un vascello, arroccato a pochi passi dal mare, che salpava tutti i giorni verso le edicole, come una delle tante navi di Achille Lauro, quelle che occhieggiavano sulla banchina, davanti a quel misterioso palazzo di vetro.