Venerdì 22 Giugno 2018 - 5:39

Quella scintilla viva nell’idea di socialismo

Opinionista: 

Giuseppe Cacciatore

All’alba del 5 marzo mi sono ritrovato improvvisamente senza la coperta, come quel famoso personaggio dei fumetti di Charles Schulz. Oddio la coperta era già logora e sbrindellata, piena di buchi e invasa dalle tarme,
ma non vederla più mi ha fatto un certo effetto. Fuor di metafora: l’idea di una sinistra radicale e socialista era da tempo sempre più flebile e minoritaria e il risultato elettorale ne ha probabilmente sancito la crisi. L’inizio della malattia e della lunga agonia fu la fusione a freddo – l’espressione fu coniata da Emanuele Macaluso, ma ora anche Cacciari parla di fusione burocratica a freddo tra culture politiche imbalsamate nelle proprie tradizioni – tra i Ds, democratici di sinistra e i democristiani e cattolici democratici della Margherita. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: al di là e prima della batosta elettorale c’è la lenta e progressiva egemonia del vecchio ceto democristiano (Prodi, Franceschini, Letta, Bindi, Fioroni, Marini e poi più tardi l’enfant prodige Renzi) e la quasi cancellazione di ciò che restava della tradizione comunista e socialista, i cui ultimi rappresentanti, con colpevole ritardo, sono usciti dal Pd appena un anno prima delle elezioni e si sono impantanati nell’assurda rincorsa a un leader – prima Pisapia poi Grasso – partecipando così all’attacco demolitore che l’ideologia leaderistica e personalistica sta conducendo contro la democrazia rappresentativa in Italia come in Europa e senza capire che un piccolo riparo dallo tsunami in arrivo poteva essere individuato non nella ricerca di sistemazione dei parlamentari uscenti, ma nel lavoro capillare nei territori e nell’intercettazione, che questo lavoro avrebbe aiutato a percepire, dei bisogni veri e delle inquietudini più o meno fondate di milioni di persone alle prese con la disoccupazione, la precarietà, la delinquenza, le diseguaglianze sempre più radicali tra Nord e Sud, la disistima profonda per la politica e i suoi rappresentanti. Vedo però con grande preoccupazione che il dibattito, sia nel Pd che in Leu, si sta avvitando sul quesito se si debba partecipare o favorire in qualche modo un governo a direzione M5S. Può darsi che questo problema debba essere affrontato, ma non può in alcun modo assorbire o relegare in secondo piano la costruzione di un modello di socialismo e di sinistra democratica che recuperi e innovi i grandi temi della lotta al precariato e alla disoccupazione, dell’uguaglianza non astratta e parolaia, ma ispirata a un giusto intreccio tra identità e differenze, di un grande progetto neo-keynesiano di investimenti produttivi specialmente nel Mezzogiorno, di una legislazione per il fenomeno dell’immigrazione che sappia realmente contemperare la forte richiesta di sicurezza dei cittadini e l’inderogabile diritto all’accoglienza e all’integrazione. Tutto ciò non può che iscriversi nella “grande politica” di una sinistra che voglia rinascere dalle ceneri e fronteggiare la piccola politica o addirittura la non-politica del populismo, sia di quello sovranista e di aperta tendenza xenofoba e destrorsa, sia di quello ondivago tra proposte politiche e slogan inattuabili (già sul reddito di cittadinanza Di Maio ha detto che ci vorranno almeno due anni per realizzarlo). Forse sarà pur vero che il socialismo e la sinistra sono fuor di moda e in crisi profonda, ma non può essere fuori dalla scena una forza politica che parta dalle nuove forme che ha assunto il lavoro, fuori e dentro la fabbrica, e dal modo in cui esse si scontrano con la disoccupazione, le disuguaglianze, lo sfruttamento. Sarà pure vero, come dice Cacciari, che sarebbe un errore affrontare queste trasformazioni con lo sguardo rivolto al riformismo socialdemocratico. Ma il problema è che questo sguardo il Pd non l’ha mai tradotto in programmi politici veramente riformisti. Forse non ho mai messo da parte una mia idea di socialismo basata su ciò che un grande filosofo dell’utopia, Ernst Bloch, chiamava la contaminazione tra corrente “calda” della speranza e corrente “fredda” della ragione. Chiudo con una citazione da un libro scritto da Axel Honneth l’ultimo direttore dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte (quello fondato da Adorno e Horkheimer). “Sappiamo bene che cosa c’è di scandaloso nel mondo attuale. Ma non abbiamo la minima idea di come uscirne, di quale meta dovremmo darci. Io cercherò di mostrare che è nell’idea di socialismo che dobbiamo cercare. Nell’idea di socialismo c’è ancora una scintilla viva”.

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