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Forcella

Napoli è un presepe, l'opera monumentale di Ciro Scala

Nell'installazione entrano la Basilica di Santa Chiara e il suo chiostro. In esposizione dal 5 gennaio a Palazzo Loffredo

NAPOLI. Nelle case dei napoletani il Presepe è una tradizione natalizia: appare immancabile l'8 dicembre per uscirne dopo il 6 gennaio, con l'arrivo dei Re Magi.

Nello studio del biologo nutrizionista Ciro Scala, a Forcella, il presepe è una presenza permanente, costante, incessante, quotidiana. Probabilmente il più grande presepe tradizionale privato della città. Di per sé questo è al contempo un valore ed una eccezionalità.

Quello che va oltre queste eccezionalità immediatamente visibili, in un presepe che occupa un'intera stanza (soffitto e "aria" e pareti inclusi) - iniziato negli anni '80 da Giovanni Scala, medico di base a Forcella e zio di Ciro, oggi supera i 16 metri quadri di superficie - è la completezza di questa città onirica, anzi, le completezze.

Innanzitutto parliamo di un presepe della tradizione, quella vera, storica, popolare, che poco ha a che vedere con i presepi monumentali.

In questo presepe si mescolano sacro e profano, ed anzi è proprio l'apparente profano che assurge nel sogno di Benino a sacro, la parte imprescindibile del mistero della Natività, che nel presepe avviene nella vita quotidiana, tra le persone.

In questa fusione c'è tutta Napoli, quella del presepe che riprende e rimodula e racconta e nobilita la vita quotidiana della città: Gesù è nato a Napoli (del resto anche il Purgatorio è a Napoli, a via Tribunali 39 per la precisione) e Napoli, nel presepe e nella realtà, è il luogo dei luoghi, città sintesi di ogni città e dimensione, di ogni popolo e quasi di ogni tradizione.

L'origine duecentesca francescana viene qui riproposta da Ciro Scala nella napoletanissima origine cinquecentesca legata a San Gaetano: anche in questa scelta Napoli si riappropria dell'origine di uno dei suoi massimi simboli, il presepe, attribuita al sogno di uno dei suoi patroni (cinquantadue, per non farci mancare nulla e non offendere nessuno).

Il presepe di Ciro Scala è un racconto, fatto di tanti racconti quanti sono i livelli di lettura immaginabili, anche tra loro intrecciati e sovrapposti: come Napoli del resto, e come la storia della Natività.

Intanto la sua è un'opera dotta, studiata, in cui nulla è lasciato al caso. Non si fraintenda, dotte e sagge – di cultura e saggezza popolari, e per questo forse anche più autentiche – sono tutte le vere tradizioni: forse anche per questo molte di esse si sono perse.

Ogni pastore – e sono tantissimi – ha un suo senso preciso, che va oltre l'iconicità.

Ci sono le dodici figure delle stagioni, c'è il ciclo della vita, il pescatore, il cacciatore, la filatrice e tutte le istallazioni immancabili: il ponte, il fiume, il pozzo, la locanda coi giocatori di carte, la locandiera che avvelena con le polpette i mariti fedifraghi, i pastori, le pecorelle. Sono rappresentati tutti i simboli del presepe popolare napoletano (almeno 75) e tutti quelli personalissimi del suo autore-architetto-muratore-artigiano, come per ogni presepe familiare.

Immancabili a sinistra della natività il vinaio e a destra il mulino.

Una lettura laica (se ce ne può essere una del presepe) è il richiamo ai riti dionisiaci ed a Cerere, che si fondono con una lettura cristiana: il vino e il pane dell'ultima cena.

Ma anche la dicotomia della purezza della farina contrapposta all'ebrezza del vino.

Letture che si fondono e si incrociano, che si articolano, si spiegano, ti spiegano, e che in realtà – come tutti i simboli – andrebbero visti, letti, introiettati e mai spiegati. Così avviene nella vita vera, e così deve essere per il presepe.

Quindi nel tutto-non-tutto che va detto e spiegato-non-spiegato, resta da aggiungere un labirinto, che con Napoli c'entra poco (anche se la città ne è piena, ed essa stessa lo è).

Il simbolo è "preso a prestito" da un'esperienza personale (cosa immancabile in ogni presepe della tradizione che si rispetti) e messo lì, e chiarisce il vero senso di questa opera veramente dotta, saggia, sapiente e monumentale.

È il labor-intus che un giovane studente di liceo classico, cresciuto nel centro storico più vivo e vissuto d'Europa, impregnato del corpo di Napoli e di epigrafi leggibili o completamente nascoste, incorporate in abusi edilizi ante litteram, ha continuato ogni giorno per oltre trent'anni, avvalendosi negli ultimi cinque della collaborazione di Francesco Strevella, uno dei più talentuosi artisti presepiali della città.

Un lavoro catartico, nobile e nobilitante, maieutico, di ricerca (maniacale), dedizione (assoluta), cura (estrema), cultura... sempre.

Non è un caso che – più che simbolicamente – il senso più profondo e caldo e intimo di questo presepe, sia un padre che porta in spalla un figlio, e gli spiega, gli mostra, semplicemente lo accompagna nella straordinaria scoperta di una bancarella di presepi.

Quel bambino può avere il nome di ciascuno di noi: di certo sarà un Benino anche lui, che sognerà il suo presepe.

Un'opera destinata ad essere sempre e comunque incompiuta, nella eterna ricerca di compiutezza. Come questa città totale, e un po' come ciascuno di noi.

Ebbene quest'anno questa maestà si arricchisce della Basilica di Santa Chiara e del suo chiostro, che verranno esposti dal 5 gennaio a Palazzo Loffredo presso l'associazione A casa Di Clara (nata con lo scopo di valorizzare e diffondere la singolare collezione di libri, oggetti e giornali appartenuti in due secoli di storia dalla famiglia di Clara Miccinelli, una donna che ha contribuito con i suoi studi a svelare miti e misteri).

Poi tornerà a casa sua, nello studio di Ciro, a far parte di un tutto in continua e perenne crescita e riorganizzazione, ancora una volta, simbolo e storia concreta della città vera cui appartiene.

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