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Sinodalità & Liturgia

Scisma all'orizzonte: il bivio

Il teologo don Nicola Bux: «Chi si allontana dal Papa si cristallizza o moltiplica le sue divisioni interne»

Scisma all'orizzonte: il bivio

Il teologo monsignor Nicola Bux

ARICCIA. «Non possiamo immaginare che il Papa non voglia libertà di celebrazione. Nella Chiesa c’è sempre stata varietà, mai uniformità. No. Non siamo di fronte a una crisi. Ma, se la Fraternità San Pio X nominasse dei vescovi in autonomia, rispetto al Vaticano, ciò implicherebbe la scomunica latae sententiae (che si applica in caso di scisma, ndr). Il dialogo è aperto e ci auguriamo che le incomprensioni si ricompongano». Da cristiano, il teologo don Nicola Bux spera ancora sull’esito dello scontro emerso nel colloquio tra don Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, e il Cardinale Víctor Manuel Fernández, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, lo scorso 12 febbraio.

Lo scenario è questo: nuove consacrazioni di Vescovi in seno alla Fraternità San Pio X – senza l’approvazione del Papa - sono state annunciate per il 1° luglio prossimo.

Il Cardinale Fernández, che ha ricevuto mandato da Papa Leone XIV, ha chiesto di non procedere su questa strada.

L’argomento ha tenuto banco tra i partecipanti alla Winter school, di Scuola Ecclesia Mater, che si è svolta nella Casa Divin Maestro ad Ariccia, durante il passato fine settimana.

Monsignor Bux, siamo alla vigilia di uno scisma?

«La Chiesa ne ha avuti nel passato. Però, con il passare del tempo, i movimenti che hanno preso diverse vie si sono cristallizzati o sono inariditi. Le scissioni, le divisioni si moltiplicano. Altri sono tornati sui propri passi. Abbiamo 700 pastori anglicani rientrati nella Chiesa Cattolica. C’è da augurarsi che prevalga il buonsenso, e soprattutto l’amore all’unità, magari con un po’ di umiltà. Cristo una sola chiesa vuole, non ne vuole dieci…».

A giugno è prevista la seconda sessione del Concistoro su due temi che non hanno trovato spazio nel precedente incontro del gennaio 2026. Cosa ci si aspetta?

«Gli argomenti che saranno discussi sono sinodalità e liturgia. Bisognerà vedere se i cardinali condividono le osservazioni in loro possesso. Trapela che ci siano molte critiche, soprattutto per il metodo di confronto adottato: gruppi riuniti intorno a tavolini, anziché in assemblea, dove tutti invece possono ascoltare tutti».

I fedeli della liturgia Vetus Ordo nutrono aspettative dal Concistoro ma sono anche in apprensione, ora che il conflitto tra Vaticano e Fraternità San Pio X ha aperto una nuova ferita tra tradizionalisti a Chiesa conciliare. Cosa ne pensa?

«Se il Papa ha dato un beneplacito, vuol dire che vuole affrontare la questione e trovare una soluzione. Questo è sicuro. Altrimenti non avrebbe nemmeno detto: facciamo i confronti. Tra l’altro è stato proposto un percorso di approfondimento dei punti controversi, tra cui la liturgia, per la Fraternità San Pio X. Per quanto riguarda il Concistoro, non possiamo immaginare che il Papa non voglia affrontare il problema liturgia, perché lui sa molto bene che nella Chiesa c’è una gran parte sia di Vescovi sia di Cardinali che desidera libertà di celebrazione. Non perché chi celebra in altri modi dal Novus Ordo sia contrario al Concilio Vaticano II, ma semplicemente perché nella Chiesa c’è sempre stata varietà e non rigida uniformità. Sia tra i riti latini sia tra i riti orientali, che sono parecchi. Perché restare bloccati? La capiranno questa cosa? Perché c’è chi teorizza “una deve essere la "lex orandi” e una la “lex credendi”. Cioè, unica fede e unico modo di pregare. Ma non è così: ci sono sempre stati modi di pregare diversi. Nel rito latino ci sono: rito ambrosiano, rito romano, rito ispano-visigotico a Toledo, rito gallicano. Non sono tutti fiorenti, ma sono praticati. Per non parlare dei riti orientali: rito bizantino, rito armeno, rito copto, siriaco, caldeo. Non sono uguali. Ma la sostanza è la stessa. Quindi, che problema c’è ad avere la forma antica e la forma nuova?».

Appunto, lo si chiede da decenni ai Papi...

«Però bisogna dire una cosa. La tesi che sostiene il Cardinale Roche nel suo documento è che “chi vuole la forma antica non è amico del Concilio”. Questa equazione è storicamente errata. Paolo VI, in un documento per l’indizione dell’Anno Santo 1975 (Bolla Apostolorum Divina) scrisse che la Riforma liturgica andava ripensata. Per non dire di tutti gli interventi successivi: i lamenti sugli abusi liturgici, di cui hanno parlato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. La Costituzione liturgica fu approvata nel 1963, poi Paolo VI istituì il Consiglio per la sua attuazione. Però, i lavori del Consiglio non sono andati sempre nella direzione di quello che prescriveva la Costituzione. L’hanno detto il Cardinale Ferdinando Antonelli, Louis Bouyer, lo hanno scritto Jungmann e Papa Ratzinger. Più di uno ha sostenuto che la Riforma liturgica non era tutta sbagliata, ma è stata frettolosa, non approfondita, pretenziosa. Ratzinger ha fatto questo esempio: “L’affresco della Liturgia si era nei secoli annerito. I restauratori, per ripulirlo sono stati così aggressivi, che per poco l’affresco non stava scomparendo”».

Dopo quasi un anno al soglio di San Pietro, Papa Leone XIV lascia ancora i cattolici interdetti, perché non è ancora chiaro quale impostazione intenda dare al suo pontificato. Lei che idea si è fatta?

«È troppo presto per una valutazione. Mi sembra che, dagli interventi che finora ha fatto, l’ultimo con i preti di Madrid, precisa bene le cose: ha dato loro una risposta diretta sui sacerdoti-influencer, affermando che il prete non deve vivere di protagonismo, deve anche sapere mettersi da parte. Ha fatto poi il discorso ai diplomatici, sul linguaggio. Mi sembra che lui, con grande garbo, dica cose cattoliche. Dal punto di vista di correttezza dottrinale non è impreciso. Non risponde in modo approssimativo né mi sembra che sfugga. Affronta i temi e con grande pacatezza li svolge».

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