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I PERSONAGGI

Clorinda Irace, dalla cattedra all’arte e il sociale

«Sono amichevole e democratica ma con “pugno di ferro”»

Clorinda Irace, dalla cattedra all’arte e il sociale

Clorinda Irace

Clorinda Irace è una professoressa di italiano, storia ed educazione civica con una vita poliedrica caratterizzata da una profonda passione per l’insegnamento, l’impegno sociale e l’arte. Lo scorso anno le è stato conferito il premio “Nessuno camminerà da solo” patrocinato dall’Unicef.

Clorinda è napoletana?

«Sono nata e vivo in questa splendida città. Mi hanno cresciuta i nonni materni perché i miei genitori erano una coppia difficile e poi si sono separati. Per me sono stati un nido accogliente, soprattutto nonna Carla: non era istruita, ma aveva una grande capacità educativa, una “pedagogista ante litteram”. Anche le mie figlie hanno beneficiato della sua accoglienza. Ricordo un’infanzia molto semplice, con persone semplici, ma in cui ero al centro».

Dove ha studiato?

«Le primarie le ho fatte a Napoli, nella zona di corso Garibaldi dove abitavamo. Le medie ad Arzano dove ci eravamo trasferiti perché in questa cittadina insegnava mia madre. Ho un bel ricordo di quel periodo perchè vivere in un piccolo centro mi ha consentito di fare molte amicizie alcune delle quali coltivo ancora oggi. Poi ho fatto le magistrali. Mamma voleva che conseguissi un diploma che mi desse la possibilità di lavorare subito. Io avrei voluto fare lingue».

Dove ha frequentato l’istituto magistrale?

«A Napoli, al “Tommaso Campanella”. Ho avuto la grande fortuna di avere, come docente di italiano, il professor Pietro Guarino: era di grande cultura, democratico, ci faceva lavorare con un livello di approfondimento altissimo, quasi universitario. Mi diplomai portando italiano e presi il massimo dei voti; lui poi mi aiutò anche al concorso per l’insegnamento».

Nonostante il diploma “finito”, come voleva sua madre, si è iscritta all’università addirittura a Roma. Perché?

«A Psicologia, era nelle mie corde e a Napoli questa facoltà non c’era ancora. Un giorno in treno conobbi una persona che mi propose di entrare nella cooperativa “Mezzogiorno”, nata nell’ambito della legge 285. Ero stanca di fare la pendolare e accettai. Fui assunta per un servizio di bibliotecaria e lavoravo come socialavoratrice nella biblioteca della chiesa di Sant’Antonio a Tarsia, nell’omonina piazzetta, nel centro storico di Napoli. Non era aperta al pubblico; la consultavano ecclesiastici e, su richiesta, alcuni studiosi. Aveva cinquecentine e volumi importanti. Eravamo un gruppo di giovani, alcune laureate. Io ero la più piccola d’età e catalogammo l’intera biblioteca».

Com’è stata quest’esperiemza?

«Molto bella e formativa. Ho imparato molto dalle colleghe e mi sono adeguata al loro modo di pensare e vivere. Mi sono inserita subito e bene perchè sono una persona aperta e comunicativa. I libri mi erano particolarmente congeniali perchè erano in prevalenza testi di teologia e filosofia. Erano testi “di speculazione” che stimolavano discussioni tra noi giovani studenti. Venivo dalla periferia e trovarmi in un contesto culturale così ricco, con un gruppo di ragazze colte e motivate, mi ha aperto prospettive nuove, sia umane sia professionali. Questa esperienza mi ha fatto cambiare piano di vita: lavorando ogni giorno a Napoli non potevo più sostenere il pendolarismo su Roma e mi sono avviata verso la scuola e l’insegnamento. Mi sono iscritta alla Federico II, a Lettere e Filosofia con indirizzo Filosofia, e ho costruito un piano di studi psicologico-pedagogico».

Una curiosità: si è sposata molto giovane. Perché?

«Nel 1983 a soli 23 anni. Ma avevo conosciuto un bel ragazzo calabrese e fu un colpo di fulmine. Si chiama Ferdinando e ha un’impresa che si occupa della produzione, distribuzione e fornitura di ossigeno medicinale (bombole o liquido) e dispositivi per ossigenoterapia domiciliare o ospedaliera. Abbiamo due splendide figlie, Dalila, nata durante i miei primi anni di insegnamento, e Chiara».

Quando ha iniziato a insegnare e dove?

«Il mio percorso da docente è iniziato alla scuola elementare e dopo qualche anno sono andata a insegnare ad Arzano, proprio nella stessa scuola dove insegnava mia madre. È stata un’esperienza condivisa e molto bella che è durata quattro anni indimenticabili. Ho portato una classe dalla seconda alla quinta. In questo periodo mi sono laureata in Filosofia con una tesi sperimentale in Psicologia. L’argomento tratta lo studio dell’età evolutiva proprio con quei bambini della mia classe. In particolare affronta la “primina”. Con test ed esperimenti ho dimostrato che quest’anticipo scolastico non è adatta a tutti, ma solo ad alcuni bambini più portati. Il riscontro nel tempo ha confermato differenze negli esiti: chi era meno pronto ha avuto percorsi lavorativi più fragili».

Quando è passata all’insegnamento nelle scuole superiori?

«Dopo quattro anni alle elementari, ho fatto il concorso per le scuole superiori. È andato bene e la prima nomina è stata al liceo artistico di Aversa, ma la cattedra non c’era e mi hanno spostato all’Istituto per geometri, sempre ad Aversa, dove ho insegnato Italiano e Storia».

Successivamente è stata a Casoria e poi al Liceo artistico di Napoli ai Santi Apostoli che ha segnato una svolta importante nella sua vita. Perché?

«Sono entrata in contatto con artisti che hanno alimentato la mia passione per l’arte. In particolare con la scultrice Rosa Panaro, che attualmente espone al museo Madre. Andavo nel suo laboratorio, organizzavamo progetti per i ragazzi, partecipavamo a concorsi e mostre vincendo premi. Queste relazioni hanno aperto strade nuove nella mia esperienza didattica».

Rosa Panaro ha avuto anche un altro grande merito.

«Ha scoperto che scrivo bene e mi ha introdotto nell’ambiente giornalistico cittadino, in particolare con “Campania Felix” con cui ho cominciato a collaborare. Poi con Donatella Gallone ho scritto con la testata “Napoli Più” e con la rivista nazionale “Terzocchio”, che aveva la redazione a Bologna. Mi sono anche iscritta all’Ordine dei giornalisti come pubblicista, sotto la presidenza del compianto Ermanno Corsi. Mi sono cancellata quando le collaborazioni sono terminate».

Di cosa si occupava nello specifico?

«Recensivo mostre di arte contemporanea a Napoli, coprendo inaugurazioni e percorsi degli artisti. Ho seguito eventi importanti come la mostra di Damien Hirst al Museo Nazionale. Ho anche intervistato molti artisti contemporanei napoletani tra cui Renato Barisani, Rosa Panaro, Gerardo Di Fiore, Carmine Rezzuti, Armando De Stefano».

È appassionata ed esperta dell’arte contemporanea. Per lei come va interpretata?

«Si riferisce alle opere realizzate da artisti viventi e va immersa nel nostro tempo. Oggi la fotografia rappresenta la realtà con precisione, quindi l’artista va oltre il figurativo per suscitare emozioni e interrogativi. Dopo che “tutto è stato detto e fatto”, l’artista lavora con segni e colori per esprimere l’interiorità e il “disagio della contemporaneità”. È un’arte che interpreta l’assenza di senso e la crisi del nostro mondo: non offre la chiarezza narrativa di un Caravaggio, ma ti mette in discussione e ti chiede “che cosa vuol dire?”».

Perché ha smesso di curare “la pagina” dell’arte?

«“Terzocchio” ha chiuso, “Napoli Più” è stata venduta. Avrei potuto proseguire on line con la stessa direttrice, ma il mio interesse è cambiato perché è nata la mia “terza stagione”».

Cioè?

«L’impegno nell’associazionismo e nel sociale. Negli anni ’90 ho iniziato, sempre attraverso le attività scolastiche, a frequentare “Alternativa Napoli”, un’associazione fondata da magistrati tra cui l’attuale procuratore Aldo Policastro. Erano gli anni di Tangentopoli, si parlava di diritti e di legalità, si facevano interventi nelle scuole, scrivevamo “L’agenda del Cittadino”. Ho molto collaborato anche con l’associazione “Libera”, con tante attività, pubblicazioni, corsi di aggiornamento per i docenti (un anno girai per tutte le province pugliesi per portare a quei docenti le nostre esperienze campane che erano all’avanguardia in questo campo). Con Amato Lamberti e Rosario Muto, un consigliere provinciale membro di Alternativa Napoli, demmo vita al “Tour nella scuola dello sportello antiusura” da cui nacque anche una pubblicazione. Col Comune e con la Regione ho collaborato a molti progetti per la parte didattica, in primis il progetto “Antiracket ed antiusura” di Tano Grasso. Sono stati anni molto impegnativi ma stimolanti, pieni di contatti, energia. Mi dividevo fra impegni vari e famiglia e oggi le mie meravigliose figlie mi dicono che quando avevano bisogno di me c’ero sempre e che hanno avuto da me un esempio di impegno e libertà. Riuscivo con loro a preparare dolci, a giocare, a fare i compiti, ad accompagnarle alle lezioni di danza o di pattinaggio. Senza annullare mai me stessa e i miei interessi e affiancata da mia mamma e mia sorella Cinzia, la loro preziosa zia».

Attualmente è anche presidente di un’associazione culturale. Come è nata?

«È nata nel 2007 come alternativa all’impegno nel campo della legalità, ambito divenuto per me poco autentico. L’associazione è stata ed è uno spazio in cui si promuove un tempo libero di qualità, dello stare insieme disinteressato per fini culturali, artistici, dí solidarietà e cura. È un sodalizio per lo più femminile ma non solo. Le attività sono molte e tra queste mi è cara la mostra “Incendium” per sostenere Città della Scienza dopo l’incendio. L’abbiamo tenuta al Pan con la partecipazione di tantissimi artisti e un bel catalogo. Abbiamo tenuto anche un’asta delle opere regalate dagli artisti il cui ricavato è stato devoluto a Città della Scienza. Mi piace citare anche una mostra dedicata a Gabriel Garcia Marquez alla sua morte, un’altra di Segnalibri per Umberto Eco al Museo Archeologico e poi in tour giungendo a Miami nella Public Library. Ma non solo arte. Convegni, qualche viaggio, collaborazioni con scuole, teatri, libri con un occhio rivolto alle donne, altro tema che mi interessa molto. Abbiamo portato a Napoli lo spettacolo “Libere” di Cristina Comencini al teatro Sannazaro, un calendario contro la violenza ed anche visite ed ecografie gratuite per la prevenzione. Iniziativa ancora in corso la mostra “Io Sono” di Nando Calabrese e Pietro Loffredo che a breve andrà alla Casa delle donne di Firenze».

Durante il Covid ha scritto altri libri. Quali?

«Con Mario Rovinello e Francesco Divenuto, abbiamo avviato la collana “Agorà” con “La Valle del Tempo” come casa editrice. L’idea: ogni piazza ispira un racconto. Abbiamo pubblicato tre volumi su Napoli, poi “Agorà Firenze”, “Agorà Perugia”, diventando collana nazionale. L’ultimo libro scritto insieme a Mario Rovinello e Francesco Divenuto è un progetto sui 2.500 anni di Napoli. Si chiama “Una, Nessuna, Duemilacinquecento Napoli”».

Ritornando alla docenza attualmente dove insegna?

«Sono al Liceo Artistico Coreutico Musicale “Palizzi” da dieci anni, un luogo bellissimo in cui le arti si abbracciano tra loro dando vita ad un progetto educativo che trovo affascinante. Sono responsabile dell’educazione civica e intreccio le tematiche di educazione alla legalità, ai sentimenti con l’arte. Sta per terminare il “Marzo Donna” con video, mostre, installazioni, poesie, letteratura, musica, danza: tre appuntamenti in cui gli studenti e le studentesse sono stati protagonisti assoluti».

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