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A teatro l’inferno di Bagnoli

Antimo Casertano ha portato in scena con successo “Mare di ruggine. La favola dell’Ilva 2.0”

A teatro l’inferno di Bagnoli

Il cuore del male che arde al centro della scena creata da Flaviano Barbarisi. Un polmone dell’inferno che troneggia fra le vite degli operai dell’Ilva-Italsider. Antimo Casertano lo ha chiamato “Mare di ruggine. La favola dell’Ilva 2.0”. La sera del 16 aprile siamo entrati nella sala del Teatro Eduardo De Filippo di Arzano, con una ventata di fumo e calore che ci ha subito allineato alla storia generazionale che dagli anni ‘20 agli anni ‘80 ha reso l’amianto un oro mostruoso. Le “Tracce dinamiche”, rassegna di teatro, diretta da Ettore Nigro, non poteva concludersi in modo più intenso.

Non a caso, lo spettacolo, pluripremiato, è vincitore del Premio ANCT 2025 (Premio Nazionale della Critica) con una fervente motivazione, da cui estrapoliamo: «La drammaturgia e regia di Casertano rivelano la capacità di intrecciare un crudo realismo con la poesia e con la tenerezza di gesti e di sentimenti quotidiani (…) Per la passione civile, la sensibilità artistica e il coraggio mostrati nel trattare questi temi e nel dare voce, corpo e anima alle storie drammatiche di tanti lavoratori del Sud». In scena con lo stesso Casertano, Daniela Ioia, Luigi Credendino e Francesca De Nicolais, in sala Giovanni Capasso, l’ultimo casco giallo di Bagnoli; in vita tutto l’oblio dell’essere del pensiero da quando tecnica e progresso sono diventati sinonimo di “tradimento della ragione”.

La storia ci è passata davanti in un tempo indefinibile, di generazione in generazione. Attori e regia hanno portato lo spettatore in una favola cruda, dalla quale è stato impossibile staccarsi, nemmeno per un attimo. Il modello di organizzazione individuale e sociale è stato sfacciatamente reale, anche grazie alle musiche di Paky Di Maio, al disegno luci di Paco Summonte, ai costumi di Pina Sorrentino. Eppure abbiamo sognato e immaginato, e amato, tanto amato, l’espressività della Ioia, il suo scorrere organico ad ogni cambio di ruolo, il baricentro emozionale di un Credendino potente, non meno della verità scenica di Casertano stesso e della delicatezza viva della De Nicolais.

L’uomo produttivo può ancora dirsi sano? Non parliamo solo di salute fisica, colui che agisce in nome di un meccanismo che lo ingoia nel pensiero calcolante del cantiere a posto fisso, è complice del sistema? Resta come pugno il corpo di Antimo Casertano disteso su una carrucola come un “povero cristo” che invera, senza citarlo, il monito di Dio ad Abramo cacciato dall’Eden. Il lavoro può diventare un viaggio nell’inferno in cui bruciare vivi o nuotare in un mare di ruggine, che però non è riuscito a spoetizzare il senso della vita. Non in questo spettacolo.

Da rivedere, da rileggere, da rivivere, da ripensare, da ripresentare, continuamente, nei teatri, nelle scuole, nelle fabbriche. Applausi a scena aperta anche a sipario chiuso per questi artisti che sono riusciti a convertire la parola amianto nell’ anagramma di amanti del rispetto umano.

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