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05 Febbraio 2020 - 08:00
NAPOLI. Un fiume di cocaina ha prima investito le basi di spaccio, ma anche i salotti, della Napoli Bene. La montagna di denaro che ne è scaturita è stata poi reinvestita in attività commerciali al di sopra di ogni sospetto, o quasi. In primis ristoranti. Ciro Capasso, emergente re del narcotraffico già coinvolto in altre inchieste, aveva fatto bene i suoi conti. Il 51enne broker, a più riprese accostato dagli inquirenti della Dda agli affari degli Scissionisti secondiglianesi e al clan Contini, aveva così aperto il “Tufò - Trattoria gourmet”, noto locale di via Posillipo, la cui gestione era stata affidata al figlio 28enne, Antonio. Per loro e altre ventidue persone ieri sono scattate le manette. La delicata attività di indagine è stata svolta dal nucleo di Polizia economico-finanziaria (colonnello Domenico Napolitano) e dagli specialisti del Gico (colonnello Giuseppe Furciniti). La guardia di finanza ha accertato che Capasso, dopo aver subito una grave crisi economica - superata grazie alla sua compagna Antonella Imperatore che intermediò con i clan per dilazionare un debito da 1 milione di euro in seguito a un sequestro di droga - e dopo essere tornato in libertà, negli anni è riuscito a riprendere a pieno regime la sua attività investendo parte dei guadagni illeciti nella ristorazione. Proprio all’interno del “Tufò” di via Posillipo si sono tenute alcune riunioni tra Capasso, il figlio Antonio e altri membri dell’associazione, finalizzate a concordare l’acquisto di importanti quantitativi di cocaina. Durante uno degli incontri monitorati dagli esperti del Gico, era presente anche Rosario Lumia, il quale dopo qualche giorno, nel 2018, fu arrestato per aver nascosto nella sua auto oltre 33 chili di cocaina purissima; nella sua abitazione furono sequestrati anche oltre 200mila euro in contanti, 14mila dollari statunitensi e tre orologi di russo. Per quella vicenda Lumia è stato poi condannato in primo grado a cinque anni, pena che fino a ieri stava scontando ai domiciliari. Eppure sarebbe stato proprio il giovane broker della droga a procacciare e mantenere i contatti con i fornitori sudamericani: a suo carico risultano infatti numerosi viaggi “sospetti” da e verso l’Europa. Nei confronti degli indagati è stato eseguito anche il sequestro di sette società, immobili, 13 veicoli e 68 rapporti finanziari. Operativi tra la Campania e il Lazio, i narcos “insospettabili” trafficavano chili di droga, forti anche della vicinanza ad ambienti camorristici: per nessuno di loro è però scattata la contestazione dell’aggravante dell’articolo 7. Quantomeno singolare appare infine il fatto che sei tra i nuclei familiari dei soggetti colpiti dai provvedimenti cautelari personali - compreso quello dei Capasso - siano risultati percettori del Reddito di cittadinanza e le relative posizioni sono state segnalate all’Inps affinché l’istituto di previdenza adotti tutti i provvedimenti del caso.
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