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15 Febbraio 2020 - 12:46
NAPOLI. Stile di vita, inquinamento ambientale, fumo e abuso d’alcool. E ultimo, ma non in termini di gravità, l’obesità, spesso correlata alla scarsa attività fisica. Sono tutti fattori su cui indagare, perché ognuno contribuisce a peggiorare il dato emerso dal tavolo di lavoro che si è svolto all’Istituto nazionale tumori “Pascale” promosso da Motore Sanità. Al Sud ci si ammala di meno di cancro, questa la buona notizia, ma a 5 anni dalla diagnosi - soprattutto in Campania -la mortalità è più elevata rispetto alle regioni del Centro-Nord, comprese quelle più industrializzate e a maggior incidenza di malattia. Fa eccezione la Calabria dove la popolazione sopravvive in condizioni migliori. Non solo le corrette abitudini di vita. Al Sud il sistema sanitario fa ancora fatica a decollare, rispetto a quello del Settentrione dove tanti cittadini campani si rivolgono per curarsi. Al vertice del Pascale erano presenti gli istituti oncologici della rete interregionale per le cure anticancro che coinvolge Campania, Puglia, Basilicata e Calabria. «I dati della minore mortalità per tumori registrata in Calabria anche dai registri tumori - ha spiegato Maria Triassi, ordinario di epidemiologia e sanità pubblica della Federico II nel corso del tavolo interregionale - sono allo stato inspiegabili e vanno indagati ma non credo riconducibili al fatto che in quella regione ci sia una forte migrazione sanitaria del resto presente anche in Campania». In generale al Sud, di contro «ci si avvantaggia ancora della minore incidenza generale per cancro ma la mortalità, a cinque anni dalla diagnosi, risulta più alta e riconducibile a una diagnosi più tardiva, alla carenza di controlli e verifiche di screening e a una rete di cure che solo negli ultimi anni ha assunto la complessità e il livello organizzativo necessario e di cui si vedranno i frutti solo nei prossimi anni». Secondo il direttore generale del Pascale, Attilio Bianchi, «in oncologia bisogna investire non solo sui malati e sulla malattia ma anche sulle persone sane, per fare un esempio dovremmo impegnarci nelle strategie antincendio e spendere risorse per prevenire i roghi oltre che spegnerli». La riflessione sul dato emerso all’Istituto nazionale dei tumori partenopeo, rimanda a questioni quali la dieta, i cancerogeni ambientali, l’inquinamento delle matrici di acqua, aria e suolo, alle abitudini di vita delle popolazioni. Ma come vengono considerati i determinanti di salute al Sud? Su scala interregionale sono omogenei, tuttavia per mettere in evidenze differenze legate all’area geografica di residenza in Basilicata i registri tumori sono stati tarati per approfondire l’analisi georeferenziando, per ciascun tumore, la mappa di incidenza e mortalità in modo da disegnare la distribuzione territoriale delle neoplasie su cui estrapolare correlazioni tra esposizione a cancerogeni o altri fattori e i dati di incidenza e mortalità. E quindi bisogna investire sulle persone sane e non solo sui malati di cancro, potenziare la rete della prevenzione, verificare se la mobilità passiva di pazienti malati verso strutture extra regionali del Centro e nord Italia avvenga verso centri, ospedali e strutture non di eccellenza privi di numeri e volumi di attività necessari ad assicurare le migliori cure e dunque da escludere alla rimborsabilità. E ancora, indagare sull’analisi del tipo di mutazioni genetiche da correlare a determinati fattori ambientali e approfondire il livello di danno del Dna e sulla capacità di riparazione di gruppi di popolazione omogenei. E, per bilanciare lo svantaggio strutturale e di personale che le regioni del Sud scontano per scarsità di risorse, raccogliere sotto lo stesso “tetto” la triade capacità, esperienze e dati epidemiologici e clinici. Tutti fattori, questi, che rendono vincente la rete tra istituti di ricerca sul cancro nel Mezzogiorno.
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