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«Io, pentito dimenticato da tutti»

«Io, pentito dimenticato da tutti»

NAPOLI. Con le sue rivelazioni ha contribuito allo sviluppo, oltre che al successo, di decine di inchieste giudiziarie: ultima in ordine di tempo quella che, svelando un vorticoso di giro di estorsioni e appalti ospedalieri pilotati, ha consentito alla Procura di azzerare il clan capeggiato dal boss Luigi Cimmino, pentitosi dopo l’arresto. Nonostante ciò Gennaro Panzuto, ex killer della mala della Torretta di Chiaia, dopo aver saldato il proprio debito con la giustizia, ritiene oggi di essere stato abbandonato da quelle stesse autorità che gli avevano concesso una seconda opportunità: «Terminato il mio percorso di collaborazione con la giustizia, sono stato di fatto costretto a tornare a Napoli, tra l’altro nel pieno del primo lockdown. A quasi cinquant’anni vivo ancora in casa dei miei genitori e senza di loro non avrei nemmeno un tetto sopra la testa. I soldi non mi interessano, ma chiedo, prima che qualcuno mi uccida, che lo Stato riconosca che io oggi sono una persona onesta e perbene». Quello di Gennaro Panzuto è un volto a dir poco noto della cronaca locale. Nei suoi anni da camorrista di rango - è stato uno degli esponenti di punta del clan Piccirillo - si è macchiato di gravissimi reati, tra cui alcuni fatti di sangue: vicende per le quali ha comunque scontato vent’anni di carcere. Scontata la pena, è però giunto a termine anche il suo percorso da collaboratore di giustizia e, tornato a piede libero, Panzuto si è ritrovato tra le mani solo i soldi della “capitalizzazione” del suo pentimento, circa 28mila euro, e nessuna referenza: «Il sistema - spiega l’ex pentito al “Roma” - per com’è concepito oggi è una vera trappola. La gente pensa che il pentito abbia vantaggi a 360 gradi, ma non è vero nulla. Tornato in libertà, ho trascorso due settimane a Perugia, poi sono subito scappato e sono tornato a Napoli, ma non è stata una mia scelta. Il Servizio centrale di protezione sostiene che non è così, ma la verità è quella che sostengo io». Gennaro Panzuto ci tiene a precisare che la sua richiesta oggi non è però di natura economica, anche i soldi che ha ricevuto non gli hanno consentito di avviare alcun tipo di “progetto vita”: «Chiedo soltanto che venga riconosciuta la genuinità della mia posizione. Sono un ex criminale, questo è vero e non posso negarlo, ma non voglio morire da delinquente. Io oggi vivo nel mio quartiere, la Torretta, e do coraggio a decine di commercianti vessati dalla malavita. Per questo motivo non posso accettare che venga infangata la mia persona. Prima che qualcuno mi uccida, si riconosca che io oggi sono una persona onesta e perbene. Chiedo soltanto questo». Tra l’altro, circostanza non trascurabile, Panzuto potrebbe essere presto chiamato in aula al banco dei testimoni in altri processi ancora in corso, tra cui quello a carico del clan Cimmino. Il tutto senza alcun tipo di protezione: «Prendo atto - conclude l’ex uomo della mala di Chiaia - che un collaboratore di giustizia non è né carne né pesce. Combatto contro la camorra, ma anche contro le persone che pensavo di aiutare. Hanno creato le condizioni per non proteggermi e non reinserirmi nella società. Non provo però rabbia, ma fastidio nel sapere che ci sono centinaia di pentiti come me, sbattuti in strada e senza alcuna prospettiva davanti a sé».

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