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Camorra
24 Gennaio 2026 - 09:52
Nel riquadro Ciro Di Carluccio, fratello di Antonio e Gerardo, condannato a luglio scorso a oltre 18 anni di carcere
NAPOLI. Per anni sono stati considerati dalla Dda l’anello di congiunzione tra il clan Contini e il mondo del commercio e della finanza. A luglio scorso l’accusa di associazione mafiosa, dopo un lungo iter giudiziario, si è sgretolata in appello. Così non soltanto le pene inflitte sono state molto al di sotto delle aspettative della Procura, ma la Corte aveva anche disposto il dissequestro di tutti i loro beni. I fratelli imprenditori Gerardo Di Carluccio e Antonio Di Carluccio, insieme al gioielliere Raffaele Olisterno, hanno però dovuto attendere ancora alcuni mesi per rientrare in possesso di appartamenti, ville, società e conti correnti. Ora è arrivato il via libera al dissequestro. La decisione è stata adottata dalla Corte di appello di Napoli, la cui composizione, poco prima la sentenza di luglio scorso, era però cambiata. Da qui la mossa del nuovo relatore, che aveva ritenuto di dover attendere le motivazioni della sentenza prima di procedere al dissequestro dei beni dei tre imprenditori. Il pool difensivo composto dagli avvocati Antonio Abet (per Gerardo Di Carluccio), Marco Muscariello (per Antonio Di Carluccio) e Gennaro Pecoraro (per Raffaele Olisterno) nel frattempo aveva tra l’altro presentato appello al tribunale del Riesame, che proprio ieri si sarebbe dovuto pronunciare sulla questione. Prima del verdetto i difensori hanno però rinunciato, in quanto a metà settimana già la Corte di appello, analizzando le motivazioni, aveva dato il placet al definitivo dissequestro del patrimonio dei tre imprenditori. Lo stesso perito incaricato dalla Corte aveva del resto stabilito che non erano presenti sproporzioni tra i beni finiti nel mirino della Procura e i redditi dei tre imputati. Antonio Di Carluccio, per la cronaca, aveva incassato 4 anni, due in meno per il fratello Gerardo. La maxi-inchiesta aveva portato all’arresto di oltre novanta persone ritenute affiliate o vicine al clan Contini, la cosca che dal quartiere dell’Arenaccia, è partita alla conquista di Roma grazie al riciclaggio di milioni e milioni di euro che ha accumulato grazie al traffico di sostanze stupefacenti e al commercio di merce contraffatta in Italia e in Europa. Oltre sessanta imputati avevano scelto di essere processati con il rito abbreviato tra i capi i capi del clan Giuseppe Ammendola, Eduardo Contini “’o romano”, Luigi Cella e Luigi Mastellone, narcos internazionali. In primo grado erano però arrivate condanne per quasi sei secoli. In seguito la Corte di Cassazione aveva rigettato i ricorsi avanzati da quasi tutti gli esponenti di spicco della cosca, tra cui Aieta Anna, Ettore Bosti (classe 1979), Ettore Bosti (classe 1958), Massimo Botta, Mario Cardinale (1961), Mario Esposito, Luigi Ferrara, Enrico Kaiser, Antonietta Petito, Carlo Piscopo, Antonio Righi, Mario Righi e Salvatore Righi. In estate l’ultima picconata che ha in parte sgretolato l’inchiesta sulla presunta ala imprenditoriale della cosca capofila dell’Alleanza di Secondigliano. I tre manager tornano in possesso di un impero economico a sei zeri.
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