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IL CASO

Schianto mortale, tutto da rifare

Imprenditore tamponato e ucciso, la Cassazione annulla la condanna a due anni e mezzo

Schianto mortale, tutto da rifare

NAPOLI. Una maledetta frazione di secondo. La piccola utilitaria, in panne, inchiodata al centro della carreggiata. Un’altra vettura che arriva da dietro e l’impatto è inevitabile e drammatico. Per l’imprenditore stabiese Michele Castellano, il 14 settembre del 2018, non ci fu alcuna possibilità di scampo.

In un’aula di giustizia, dopo venti di giorni di coma, finì il presunto “pirata della strada”, Gaetano Giordano, sulla cui testa è precipitata la pesante accusa di omicidio stradale, per la quale è stato condannato in primo grado a due anni e sei mesi, poi confermati dalla Corte di appello di Napoli.

Secondo la Procura, infatti, l’elevata velocità a cui viaggiava al momento dello schianto sarebbe stata la causa della morte del commerciante. La difesa di Giordano, rappresentata dall’avvocato Giampaolo Galloro, non si è però data per vinta. Il colpo di scena è arrivato pochi giorni fa con la decisione della quarta sezione della Corte di Cassazione: condanna annullata e tutto da rifare.

Il verdetto dei giudici di piazza Cavour è maturato sulla scorta dell’articolato ricorso presentato dal penalista Galloro, che per mesi ha lavorato sulle presunte contraddizioni emerse dai rilievi della polizia giudiziaria e dai periti incaricati dalla Procura. Sotto la lente di ingrandimento è così finita soprattutto l’effettiva velocità a cui era avvenuto l’impatto: 92 km/h in un tratto dell’autostrada A3 in cui il limite massimo è di 100 km/h.

La pubblica accusa, trovando sponda nel giudice di primo grado e poi in quelli di appello, aveva ritenuto sussistente la pericolosità della guida di Giordano in quanto, circa 26 secondi prima dell’impatto sull’auto della vittima, l’imputato, al volante della sua Alfa, si trovava a una velocità di 106 km/h. Lampante la linea difensiva: Giordano «rispettava certamente i limiti di velocità».

E ancora: «A una distanza di 780 metri era impossibile vedere una macchina ferma sia perché c’era un traffico intenso, sia perché quel tratto di strada (all’altezza dello svincolo di Torre Annunziata, ndr) è noto per essere caratterizzato da diverse curve e tratti di strada in salita e in discesa».

In sintesi, l’investitore, pur viaggiando nei limiti di velocità, non avrebbe avuto alcuna possibilità di accorgersi in tempo dell’auto in panne davanti a sé, diventata un ostacolo insormontabile in così poco tempo: «Una cosa - si legge ancora nel ricorso presentato dall’avvocato Galloro - è tamponare un veicolo in movimento a non meno di 60 km/h, un’altra impattare contro un veicolo fermo, circostanza assolutamente anomala e imprevedibile».

Una ricostruzione supportata tra l’altro dai dati della scatola nera installata nella vettura di Giordano. Eppure uno dei consulenti della Procura «con estrema disinvoltura era arrivato a sostenere che non ne fosse dotata». A fronte di un quadro indiziario a questo punto forse tutto da ridefinire, la Cassazione ha così accolto il ricorso, per il quale il pg aveva chiesto l’inammissibilità, e ha revocato le statuizioni civili. Il caso torna ora di nuovo in Corte di appello.

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