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la polemica
06 Febbraio 2026 - 18:07
NAPOLI. «Guardando i rendering diffusi in queste ore, viene da chiedersi se si stia guardando il nuovo Largo Maradona o una straordinaria sala d’attesa di uno studio odontoiatrico». Lo afferma Enrico Ditto, imprenditore napoletano del settore turismo, che aggiunge: «Dall’immagine emerge un quadro desolante: panchine anonime, superfici fredde, il basolato vesuviano, unico nel suo genere, sostituito da blocchi che potrebbero essere collocati in qualsiasi città del mondo senza che nessuno noti la differenza».
Per Enrico Ditto il punto non è mettere in discussione il principio della riqualificazione, ma il modo in cui viene interpretata. Largo Maradona, secondo l’imprenditore, da lungo tempo attivo nel campo dell’hospitality, non è uno spazio neutro né una semplice piazza da «ordinare». È un «luogo vivo, stratificato, nato dal basso, costruito nel tempo» da residenti, tifosi, visitatori, murales, colori, voci e ritualità quotidiane. «Maradona era colore, rumore, popolo. Era e continua a essere un’espressione collettiva. Pensare di racchiudere tutto questo in un disegno asettico significa non aver compreso cosa rappresenta davvero quel luogo e preoccupa, preoccupa davvero molto».
Le preoccupazioni nascono, secondo Ditto, dall’incapacità di dare regole e ridisegnare i centri urbani senza tradire le loro radici storiche. «È un fenomeno trasversale alle amministrazioni che si sono susseguite: potremmo dire che il primo esempio è stato piazzare un mucchio di grattacieli in un quartiere popolare e chiamarlo Centro Direzionale. Ma negli ultimi anni la situazione non è cambiata: abbiamo guardato basiti alla cementificazione di Piazza Municipio, che ha spazzato via anni di cartoline con fontane e alberi. Se si guarda al nuovo Molo Beverello vale lo stesso. Insomma, da tempo non è rispettata l’unicità dei luoghi, ridisegnati con blocchi e cemento identici in ogni angolo del Pianeta. Così Napoli muore».
«L’omologazione – insiste l’imprenditore – è il rischio più grande. Napoli è scelta per le sue unicità, e queste si riducono con l’avanzare di un “nuovo” non regolato, come dimostra l’esempio dei food store del centro storico. A livello centrale ci si aspetterebbe un’attenzione diversa, invece viene calata una visione urbanistica che cancella le differenze e, con esse, l’anima dei territori. Napoli non può permettersi di perdere ciò che la rende riconoscibile e irripetibile, come quello slargo che si è saputo costruire da solo interpretando l’anima di un territorio. In questa chiave, il progetto appare come un tentativo di “normalizzazione” che mal si concilia con la natura del sito e con la sua funzione simbolica».
L’imprenditore richiama infine la responsabilità di chi progetta e decide. Riqualificare, afferma, non può voler dire snaturare. «Serve un progetto che parli la lingua del posto, che tenga conto della sua storia recente e del suo valore simbolico. Altrimenti non stiamo migliorando la città, la stiamo rendendo più povera».
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