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Carabinieri nel mirino dei Casalesi, decapitato il nuovo clan Gagliardi

Svelate le nuove rotte della droga: c’era l’asse col rione Traiano. La cosca di “Mangianastri” voleva far fuoco contro la caserma di Mondragone

Carabinieri nel mirino dei Casalesi, decapitato il nuovo clan Gagliardi

NAPOLI. Dopo l’arresto di un loro corriere della droga erano pronti a un attentato in grande stile. Per vendicarsi sarebbero stati pronti a far fuoco contro la caserma del Reparto territoriale di Mondragone. Il clan Gagliardi, sotto la reggenza del 25enne Antonio Bova e la guida dal carcere del boss Angelo Gagliardi “Mangianastri”, aveva così messo a sotto scacco un’intera città a suon di pestaggi e fiumi di droga. Lo storico gruppo criminale appartenente alla Galassia del clan dei Casalesi ieri mattina è stato però decapitato da un blitz che ha portato all’esecuzione di diciotto arresti. Venticinque le persone indagate.

Dall’inchiesta sono poi emersi il ricorso sistematico al rito della “pungitura”, facendo uscire sangue dal dito, tipico delle mafie siciliane e calabresi, ma anche azioni violente, come sparare contro una caserma dei carabinieri, per entrare a far parte del clan Gagliardi, guidato dal boss detenuto, organizzazione malavitosa erede del clan La Torre di Mondragone, nel Casertano: i carabinieri del comando provinciale di Caserta, coordinati dalla Dda (procuratore Nicola Gratteri, aggiunto Michele Del Prete) contestano a vario titolo, reati gravi, come l’associazione per delinquere di tipo mafioso, anche finalizzata allo spaccio di droga, estorsione, minacce e violenze nei confronti delle vittime del pizzo che si rifiutavano di pagare.

All’incontro anche il comandante provinciale dei carabinieri di Caserta Manuel Scarso. «È una struttura ha spiegato il procuratore Gratteri che ricorda molto la ’ndrangheta per il rito tipicamente mafioso della pungitura. Una struttura chiusa e pericolosa, collegata dall’esterno al carcere con il capo (Angelo Gagliardi, ndr), ex affiliato al clan La Torre». Le indagini sono iniziate nel settembre del 2023 e oltra a documentare spaccio ed estorsioni, ha anche fatto luce sul tentativo vano di usare una donna, spacciandola per l’amante di un carabiniere, per proteggere un carico di droga sequestrato.

Dal carcere, inoltre, il capo del clan, Angelo Gagliardi, incuteva timore nelle vittime di estorsione reticenti: in video chiamata assisteva dal carcere alle minacce e alle botte che venivano inflitte a chi si rifiutava di pagare. Era lui, è emerso, a imporre lo stop ai suoi picchiatori. Documentato anche il tentativo di uno spacciatore di sottrarre la droga al clan: quando il padre del ribelle, ex collaboratore di giustizia, ha saputo chi era a guidare l’organizzazione malavitosa, ha subito imposto al figlio di restituire tutto il maltolto.

Carabinieri e Procura antimafia hanno infine fatto luce sul fiume di droga che, sotto la reggenza del 25enne Bova, ha invaso le strade di Mondragone. Il ras avrebbe potuto contare su tre distinti canali di approvvigionamento, rappresentati dal narcos del rione Traiano di Napoli Salvatore Lazzaro, detto “Lulù”, esponente di punta del clan Puccinelli, da Domenico Tagliaferro, che rappresentava la rotta casertana, e da Nicola La Rossa, vale a dire il canale salernitano. A ordinari i carichi di cocaina e crack era il ras in persona.

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