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Il processo

Omicidio Attianese, sconto di pena al bandito-killer

La figlia del sovrintendente: «Se è davvero pentito, l’imputato riveli il nome del terzo uomo»

Omicidio Attianese, sconto di pena al bandito-killer

Nei riquadri la vittima, il sovrintendente Domenico Attianese e l’imputato Salvatore Allard

NAPOLI. Sconto di pena in appello per il bandito killer che uccise, insieme ad almeno un complice, il poliziotto eroe Domenico Attianese. Dai 30 anni in primo grado a 22 in appello. È la consistente riduzione per uno dei banditi che uccisero il sovrintendente della polizia di Stato in una sparatoria con tre rapinatori nel quartiere di Pianura, il 4 dicembre 1986, quasi quaranta anni fa.

La sentenza è stata emessa ieri mattina dalla quarta sezione della Corte di assise di appello di Napoli a carico di Salvatore Allard, difeso dall’avvocato Domenico Dello Iacono, che ha ottenuto le attenuanti generiche. Anche l’altro bandito coinvolto nella rapina che Attianese, malgrado non fosse in servizio, cercò di sventare, Giovanni Rendina, è stato condannato in primo grado a 30 anni di reclusione poi confermati dalla prima sezione della Corte di assise di appello di Napoli.

«A nome di mia madre, di mia sorella e mio esprimo soddisfazione per la conferma della sentenza di colpevolezza, peraltro di un reo confesso», commenta Carla Attianese, figlia di Domenico, assistita dall’avvocato Gianmario Siani.

«Certo - aggiunge - resta l’amaro in bocca per la concessione delle attenuanti generiche che hanno ridotto la pena di un terzo, dopo che già il ricorso al rito abbreviato aveva escluso la possibilità dell’ergastolo. Pur nel pieno rispetto e nella piena fiducia nel lavoro dei giudici, che ribadiamo, ci sono domande che restano senza risposta. Se l’imputato si è redento, come afferma, perché non fa il nome del terzo uomo che ha partecipato alla rapina?».

«E perché - si interroga ancora Carla Attianese - l’atto di contrizione è arrivato a quasi 40 anni dall’accaduto, solo dopo che i nuovi sistemi di indagine lo hanno incontrovertibilmente individuato grazie alle impronte digitali? Adesso la speranza è che quel che resta della pena sia reso effettivo e che questa persona sconti almeno qualche giorno di carcere per l’omicidio di papà. Perché per noi familiari, purtroppo, non esiste nessuna attenuante generica», conclude la figlia del poliziotto.

Il 4 dicembre 1986 i rapinatori si erano introdotti nella gioielleria Romanelli, a Pianura, e, dopo aver bloccato i titolari sotto la minaccia delle armi, avevano iniziato il saccheggio dei preziosi. Mentre il raid era in corso, giunse nel negozio una figlia della vittima, all’epoca quattordicenne: resasi conto di ciò che stava avvenendo, chiamò il padre che era a casa.

Attianese intervenne senza esitazione, ma, dopo una violenta colluttazione con i malviventi, venne disarmato e ferito mortalmente con un colpo d’arma da fuoco alla testa. L’omicidio era stato già oggetto di un procedimento penale dinanzi alla Corte di assise di Napoli, conclusosi nel 1996, nel quale gli imputati furono assolti.

La nuova analisi delle prove scientifiche aveva consentito di acquisire gravi elementi di reità a carico di Allard e Rendina, già gravati da precedenti penali per rapina, lesioni e porto e detenzione illegali di armi da fuoco. Manca ancora all’appello il terzo uomo del commando.

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