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Il dramma

La mamma di Domenico: «Tutti sapevano ma nessuno ha parlato, mi sento tradita»

Patrizia chiede giustizia e verità su quanto accaduto al piccolo Domenico

La mamma di Domenico: «Mi hanno mentito, non posso perdonare»

Mamma Patrizia e il piccolo Domenico

È in attesa di risposte Patrizia Mercolino, la mamma del piccolo Domenico, il bambino di due anni deceduto all’ospedale Monaldi di Napoli dopo il trapianto di un cuore danneggiato. In un’intervista rilasciata a “Il Corriere della Sera", Patrizia chiede giustizia e verità su quanto accaduto.

«Finché non saprò la verità non posso dire chi ha sbagliato» afferma la donna, che si dice certa che «qualcuno parlerà, deve parlare. Perché mio figlio adesso non c’è più e se n’è andato per colpa di qualcuno, anzi più di uno».

La madre ripercorre i momenti cruciali di quel calvario iniziato il 22 dicembre, quando riceve la telefonata che annunciava la disponibilità di un cuore per il suo bambino. «Mi hanno chiamata alle 22.30, così ci siamo precipitati in ospedale. La mattina dopo, verso le 9:30, l’ho salutato prima che andasse in sala operatoria. Il cuore nuovo arrivò alle 14.30, da Bolzano».

Ma poco dopo crolla il mondo. «Mi chiamano e mi dicono che c’è un problema. Che il cuore non batte», rivela. 

I medici cercano di rassicurarla, spiegando che Domenico era stato attaccato all’Ecmo e che si stava tentando di far ripartire il cuore. «Mi dicevano cose tipo: ora vediamo se il cuore riparte. Oppure... comunque è subito in lista per un nuovo cuore».

«Attenzione, badate bene, io non ce l’ho con tutto il Monaldi, che resta comunque un grande ospedale. Però ecco adesso io vi dico: Domenico era un bambino pieno di vita, con tanta voglia di vivere. Cioè, lui è entrato in ospedale col suo cuoricino malato che correva, che giocava... era un bambino con una vita normale. E invece...» spiega.

Dopo due mesi di silenzio e di dubbi, mamma Patrizia dà voce al suo dolore: «Tutti sapevano, ma nessuno ha parlato. Per questo adesso mi sento tradita. Mi sento presa in giro. Perché io mi sono fidata di loro. Io gli ho affidato la vita di mio figlio. È una cosa che non posso perdonare. Dicevano che c’era stata una complicazione, che poteva succedere. Che bisognava aspettare. Ci davano speranze che non c’erano. Ci dicevano che il cuore non era ripartito bene, ma che stavano facendo di tutto. Invece sapevano già che l’organo era... che c’era stato quel problema».

La sua richiesta è chiara: «Voglio la verità. Voglio che chi ha sbagliato paghi. Non per vendetta, ma perché non deve più succedere a nessun altro bambino. Mio figlio non me lo ridà nessuno, ma almeno che la sua morte serva a qualcosa, a cambiare questo sistema».

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