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I tentacoli dei Contini sull’ospedale: 76 indagati, ma solo quattro arresti

Colletti bianchi al servizio della cosca, in carcere l’avvocato Salvatore D’Antonio

I tentacoli dei Contini sull’ospedale: 76 indagati, ma solo quattro arresti

NAPOLI. Il clan Contini controllava e gestiva alcune attività dell’ospedale San Giovanni Bosco, riciclando gli introiti: bar-buvette, servizi di pulizia, ambulanze, parcheggio. Vi avrebbero contribuito nove pubblici ufficiali: cinque medici compiacenti, un funzionario amministrativo, un dipendente dell’Inps, un ex poliziotto e soprattutto il deus ex machina in toga, l’avvocato Salvatore D’Antonio. Un brillante penalista pronto a intervenire, secondo l’accusa, per qualunque esigenza legale fino a investire una parte dei proventi nell’acquisto di immobili, auto e quadri d’autore, tra cui uno pagato 30mila euro. È accusato pure di avere tenuto i contatti tra i detenuti e le loro famiglie, alle quali venivano versati gli stipendi della camorra, le cosiddette “mesate”.

È lui, presunto innocente fino a eventuale condanna definitiva, il personaggio principale dell’inchiesta culminata ieri in quattro ordinanze di custodia cautelare e che copre gli anni 2018-19. Proprio il fattore tempo ha portato il gip a rigettare la richiesta di altri arresti, giudicando i reati non attuali. Complessivamente 72 persone sono indagate a piede libero, tra cui la donna boss Maria Licciardi, e i colletti o camici bianchi: Tra essi una psichiatra, due avvocati coinvolti, con D’Antonio, in un giro di truffe assicurative con finti incidenti stradali; due sanitari del pronto soccorso che avevano permesso alle ambulanze dell’associazione Croce San Luca di trasportare a casa pazienti deceduti, scrivendo invece che rifiutavano il ricovero pur in precarie condizioni di salute.

L’indagine del Nucleo di polizia economico finanziaria della guardia di finanza e del Nucleo investigativo del comando provinciale dei carabinieri di Napoli (coordinata dal pm della Dda Alessandra Converso), ha portato all’arresto di Maurizio Scapolatiello, titolare dell’associazione trasporto infermi Croce San Luca, Pietro De Rosa, Maurizio De Rosa e Salvatore D’Antonio, 51enne di Ottaviano, accusato di concorso esterno. Per i primi tre invece il gip ha escluso l’aggravante camorristica. Documentata la gestione dei servizi di bar, buvette dei distributori automatici in ospedale senza pagare i canoni di locazione all’Asl e sfruttando l’utenza Enel.

Con un’associazione che fornisce il servizio di ambulanza e con la complicità di personale sanitario e parasanitario, di addetti alla vigilanza e dipendenti di altre ditte, con minacce e violenze, sarebbero stati garantiti favori a esponenti del clan e di altri gruppi per ricoveri violando le procedure di accesso. I reati contestati, a vario titolo, sono associazione mafiosa, corruzione, falsa testimonianza, false dichiarazioni all’autorità giudiziaria, falsità ideologica in atti pubblici, trasferimento fraudolento di valori, accesso abusivo a sistemi informatici, tentata estorsione, estorsione, usura, riciclaggio e autoriciclaggio.

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