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l'inchiesta
01 Marzo 2026 - 09:34
NAPOLI. Ben 21 pentiti hanno parlato dell’infiltrazione dei Contini nell’ospedale San Giovanni Bosco fino al 2020, anno in cui si è chiusa l’indagine che ha portato dietro le sbarre quattro persone mercoledì scorso mentre altri 72 sono indagati a piede libero. Con la premessa che oggi la situazione è completamente diversa e la struttura sanitaria è libera dal giogo camorristico, impressiona il numero dei collaboratori di giustizia che ai pm antimafia hanno confermato la presenza di uomini del clan in attività importanti per il nosocomio: bar, tavola calda, servizi di pulizia, ambulanze, senza contare le pressioni su medici e infermieri per saltare le liste d’attesa, visite gratuite, ticket da non pagare. Un buco nero durato anni secondo le risultanze investigative, poi chiuso.
Emblematica è la testimonianza di un collaboratore di giustizia di vecchia data. Il suo racconto è da brividi e si riferisce al ricovero del figlio al San Giovanni Bosco in seguito a un incidente stradale. Ecco alcuni passaggi del suo interrogatorio, con la premessa che tutte le persone citate devono essere ritenute estranee ai fatti narrati fino a prova contraria. «Mio figlio stette male per una caduta dal motorino, per mesi addirittura in coma farmacologico. Fu operato alla testa e gli hanno salvato la vita. Ebbene, poiché all’inizio stava in barella Vincenzo Tolomelli mi dissero che se avevo bisogni potevo contare su di loro perché all’interno dell’ospedale loro controllavano tutto, anche l’assegnazione dei posti letto. Conoscevano bene tutti i medici su cui avevano influenza.
Inoltre un fiancheggiatore del clan Contini di cui non ricordo il nome, aveva un ristorante e un bar nell’ospedale. Mia moglie, che ha passato mesi in ospedale con mio figlio, mi raccontava che anche i gestori dei locali di ristorazione si erano messi a sua disposizione offrendosi di aiutarla qualora avesse avuto bisogno in quanto anche loro erano affiliati ai Contini. Anzi si erano presentati a lei proprio così, sapendo chi fosse. In sostanza offrivano l’aiuto a me, che ero buon amico del clan». Tra i pentiti che hanno contribuito all'inchiesta ci sono Gennaro Buonocore, Vincenzo De Feo Ciro De Magistris, Giuseppe e Teodoro De Rosa, Maurizio Ferraiuolo, Armando Morra, Pasquale Orefice, Umberto Schettino, Antonio Zaccaro, Raffaele Giuliano, Mario Lo Russo. Tutti hanno riferito delle pressioni sull'’ospedale, ricostruendo pure il sistema che permetteva dietro pagamento di familiari di portare i pazienti deceduti a casa.
I reati contestati nell'ordinanza emessa dal gip su richiesta della procura di Napoli, a seconda delle varie posizioni, sono associazione di tipo mafioso aggravata dal carattere armato, corruzione, falsa testimonianza, false dichiarazioni all'autorità giudiziaria, falsità ideologica in atti pubblici, trasferimento fraudolento di valori, accesso abusivo a sistemi informatici, tentata estorsione, estorsione, usura, riciclaggio e autoriciclaggio. Tutti gli indagati devono essere ritenuti innocenti fino all’eventuale condanna definitiva.
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