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Buona sanità
05 Marzo 2026 - 17:13
Tamba Sacko
NAPOLI. Tamba Sacko era un uomo disperato. Giovane uomo 39enne, lavora da 10 anni in Italia e, durante un rientro in famiglia, nel Mali (Africa), aveva subito un incidente in motorino. La frattura era complessa, ma nel suo villaggio le strutture mediche sono approssimative e la gamba sinistra che, aveva un osso maciullato, con la necessità di essere ricomposto mediante un intervento chirurgico, gli era stata ingessata così come si trovava.
Con grandi sofferenze è tornato a Castellammare di Stabia, dove lavora con un regolare permesso di soggiorno presso un'officina automobilistica, caricando il suo peso su quell'arto semidistrutto. Tamba è affidabile, umile, gran lavoratore, ma quella gamba è disperatamente compromessa. Non gli consente più la deambulazione e la ferita è infetta.
La famiglia del suo datore di lavoro prende in carica il suo problema e comincia a cercare per Tamba un ortopedico che lo possa curare e guarire. La diagnosi però è disperante: l'osso è troppo compromesso. Non ha possibilità di ripresa se non ricorrendo a una protesi che, però, viene proposta come soluzione estrema perché lo porterà all'invalidità. Il rischio per Tamba è di perdere la sua autonomia, di non poter più lavorare e diventare per la famiglia in Mali non più un sostegno ma un peso. In Africa ha moglie e un figlio da mantenere. I sacrifici in Italia sono tutti per loro...
«Abbiamo cominciato al suo fianco un lungo calvario, sentendoci responsabili anche per i suoi familiari lontani - racconta la signora Pasqualina, moglie del datore di lavoro di Tamba - Abbiamo cambiato ambulatori, siamo ricorsi ad analisi su analisi, tac e risonanze. Sono stati mesi di continue medicazioni della sua ferita dolorante e infetta, ma accompagnate da scarse speranze di riuscire a trovare chi fosse disponibile ad affrontare un intervento di ortopedia per rimetterlo in piedi, senza ricorrere alla protesi. Ci hanno spiegato che dopo questo tipo di intervento sarebbe andato incontro certamente alla sostituzione della protesi, con scarse possibilità di successo e che questo, per un uomo giovane come lui non era un buon futuro. Abbiamo ascoltato tre specialisti ed erano tutti dello stesso avviso. Sembrava sempre che all'inizio dessero la loro disponibilità, ma poi si tiravano indietro e per Tamba, ogni volta, era una dolorosa sentenza. Alle sue sofferenze fisiche si aggiungevano i dispiaceri che gli causavano le diagnosi negative al termine di ogni visita medica».
Poi, a dicembre scorso, la luce in fondo al tunnel ha cominciato a rischiarare il buio che incombeva sul suo futuro. Tamba Sacko ha 39 anni, un fisico forte. Forse poteva ricominciare.
La speranza è giunta con l'incontro del professor Giovanni Balato, che ha ipotizzato un intervento di ricostruzione dell'arto evitando la protesi.
«Il caso era molto difficile - spiega il dottor Gennaro Gatta, assistente del prof Balato - il paziente non aveva più il ginocchio, in seguito a un incidente nel suo paese, con una conseguente frattura non trattata che aveva provocato lo scoppio di tutta l'articolazione. In pratica non aveva più il piatto tibiale. Si è presentato con una invalidità gravissima».

L'intervento ha comportato 6 ore di sala operatoria. Al fianco del professor Balato, il dottor Gatta e la dottoressa Saracco.
«Ora Tamba è felice. Deve portare un fissatore esterno, ma sa che è una condizione temporanea - racconta la signora Pasqualina - I medici del II Policlinico di Napoli lo hanno rimesso in piedi e la dottoressa Salacco ha anche provveduto ad assicurargli di ricevere a casa, in prestito dall'Asl, un macchinario indispensabile per la sua convalescenza. Sono stata a fargli visita e lui sta proprio bene. Adesso inizia la terapia. Vogliamo ringraziare l'intera equipe medica per la generosità e l'umanità con cui si sono adoperati per salvare il futuro di questo padre di famiglia».
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