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Malanapoli
09 Marzo 2026 - 07:30
Nei riquadri gli imputati Giovanni Franco, il cugino Renato Franco e il collaboratore di giustizia Antonio Amaral Pacheco De Oliveira
NAPOLI. «Mi sono innervosito pensando a cosa stesse passando quel ragazzo in quel momento, essendo io cresciuto lontano da mio padre. Ho inveito contro Renato dicendogli che se non liberavano subito il ragazzo sarei andato dalla polizia a denunciarci tutti». Dopo mesi di carcere anche Giovanni Franco ha deciso di gettare la maschera.
Era uno dei tre componenti del commando che la mattina dell’8 aprile 2025 ha rapito un ragazzino, il figlio dell’imprenditore Giuseppe Maddaluno, a San Giorgio a Cremano. A differenza di Antonio Amaral Pacheco De Oliveira Franco non ha avviato un percorso di collaborazione con la giustizia, ma pochi giorni fa, all’avvio del processo che ha porto la banda in un’aula di giustizia, ha reso, mettendola nero su bianco, una lunga confessione.
Fin dall’incipit del manoscritto il 25enne ammette il proprio pentimento: «Mi dispiace per non aver detto da subito tutta la verità. Soltanto ora, purtroppo, ho trovato la forza. Ammetto che io, mio cugino (Renato Franco, ndr) e Amaral abbiamo compiuto questo gesto assurdo e spregevole».
Franco entra quindi nel merito di quanto accaduto spiegando di essere stato mosso da un movente economico. Tornato a Napoli, dopo un lungo periodo trascorso fuori regione, il giovane si sarebbe infatti trovato senza lavoro: «Appena mi licenziai mio cugino lo venne a sapere e a inizio marzo mi propose di lavorare cin lui pagandomi a fine giornata. Lui si occupava di attività legate alle fatturazioni di società. Nei giorni successivi mi accorsi che si trattava di consegne di denaro. La mia retribuzione era di 100 euro».
A questo punto il racconto entra nel vivo con le fasi precedenti il rapimento del figlio di Pino Maddaluno: «Il giorno prima Renato mi chiamò dicendomi di raggiungerlo nel suo ufficio, lì mi disse di aver deciso di sequestrare il figlio di Maddaluno. Rimasto sbalordito, gli risposi “ma sei pazzo?”. Mi disse di non preoccuparmi, si trattava di poco tempo e guadagnavo qualche soldo. I conflitti all’interno della banda si sarebbero però materializzati già nelle primissime battute del rapimento: «Iniziai a discutere con Renato, mi fermò dicendo che non era il momento di tirarsi indietro, che c’era ancora il furgone da mettere nel garage da cui lo aveva preso Amaral la mattina... Renato mi disse di andare a prendere la mia auto, mentre lui contattava il padre del ragazzo per poi iniziare a girare più volte per Napoli, San Giorgio e sotto l’abitazione di Amaral per assicurarci che fosse tutto ok».
Dopo una nuova discussione, in cui Giovanni Franco avrebbe minacciato di denunciare tutti, il commando si decise quindi a liberare il ragazzino: «Non volevo più sapere nulla di questa storia. Il giorno dopo, la mattina preso, contattati subito il mio vecchio titolare supplicandolo di riprendermi a lavorare anche se sarei stato lontano dalla mia famiglia, per cercare di dimenticare tutto quel brutto incubo».
Il processo che ha portato i tre sequestratori alla sbarra riprenderà nei prossimi giorni. Toccherà al collegio difensivo (avvocati Rocco Maria Spina, Leopoldo Perone, Antonio Santoro e Fulvio Fiorillo) provare ad aprire una breccia in un quadro indiziario ormai cristallizzato.
La confessione resa da Giovanni Franco potrebbe però evitargli una possibile stangata. Gli ideatori del rapimento dell’adolescente erano animati da spirito di vendetta nei confronti del padre, Pino Maddaluno. Renato Franco gli aveva chiesto, nella ricostruzione degli inquirenti, di diventare suo socio ottenendo un rifiuto.
Ma non solo, il 28enne, ritenuto vicino al clan Formicola di San Giovanni a Teduccio e agli Attanasio di San Giorgio a Cremano, conosceva benissimo la sua disponibilità economica e pensò di colpirlo al cuore sequestrando il figlio per ottenere un lauto riscatto: un milione e mezzo di euro, mai pagati.
Le indagini hanno inoltre consentito di documentare anche il tentativo dell’organizzatore del sequestro di indurre al silenzio il brasiliano naturalizzato tedesco consegnando del denaro alla compagna e pagandogli l’assistenza legale. Fin qui solo Renato Franco non ha mai profferito parola né confessato.
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