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L'inchiesta

I tentacoli dei clan sulle elezioni, Licciardi-Russo subito alla sbarra

Corruzione e voto di scambio, ma anche racket, le accuse spiccate dalla Dda

I tentacoli dei clan sulle elezioni, Licciardi-Russo subito alla sbarra

NAPOLI. La Procura di Napoli non perde tempo e a pochi mesi dal blitz che ha decapitato l’inedito asse di camorra tra i clan Licciardi e Russo chiede e ottiene l’udienza preliminare per ventotto presunti boss, affiliati e gregari del cartello. L’appuntamento è fissato per fine mese nell’aula bunker del carcere di Poggioreale, davanti al gip Gabriella Logozzo.

Rinvio a giudizio dietro l’angolo dunque per i neo imputati, chiamati a difendersi, a vario titolo, dalle accuse di camorra, ma anche corruzione, scambio politico-elettorale e racket.

Alla sbarra, come richiesto dal pm Henry John Woodcock, sono attesi Endri Alla, Antonio Ambrosino, Mario Ammirati, Aniello Barbarino, Pasqualino Biancardi, Francesco Pio Carella, Domenico Cavezza, Sebastiano De Capua, Giacomo De Lucia, Sabato D’Elia, Felice Esposito, Michele Iovino, Antonio Gallucci, Leonardo Gallucci, Antonio Licciardi, Gennaro Licciardi, Antonio Moccia, Gennaro Nappi, Giovanni Romano, Antonio Russo, Michele Russo, Paolino Felice Russo, Domenico Silvano, Giuseppe Stefanile, Francesco Tufano, Paolino Vaiano, Fabio Zoppino e Ferdinando Zoppino.

Toccherà poi nelle udienze successive al collegio difensivo intavolare la strategia da portare avanti. Gran parte degli imputati dovrebbe comunque optare per il rito abbreviato. Tra i difensori i penalisti Domenico Dello Iacono, Luigi Poziello e Giuseppe Biondi.

Il blitz era scattato a novembre scorso e aveva portato all’esecuzione di ben 44 arresti: 34 in carcere, 11 ai domiciliari. Accanto ai Russo, un dato nuovo: l’alleanza con i Licciardi, gruppo di punta dell’Alleanza di Secondigliano, e con gruppi dei Fabbrocino, Mazzarella e Cava. Una convergenza che ha sorpreso gli investigatori per solidità e continuità.

Il sodalizio operava su più fronti. Nell’edilizia imponeva ditte, subappalti, varianti e consulenze. Estorsioni su capannoni, terreni, cantieri industriali. Ogni attività, dal piccolo appalto alla grande opera privata, diventava occasione di pressione e di profitto per il clan. Il business delle scommesse era l’altra metà del sistema.

Nel gioco gestiva piattaforme all’estero e centri scommesse di facciata. In politica condizionava interi pacchetti di voti. L’inchiesta fotografa un territorio sotto pressione. Tre comuni - Nola, Casamarciano, Cicciano - schiacciati da un controllo che piegava la pubblica amministrazione a logiche criminali.

Indagato il sindaco di Cicciano, Giuseppe Caccavale. Le elezioni del 2022 e del 2023, secondo gli atti, vennero indirizzate attraverso promesse, intermediazioni e minacce: 18.500 euro il valore del pacchetto di voti garantito dal clan a candidati compiacenti.

Alcuni politici sono accusati di aver chiesto consensi in cambio della futura disponibilità a favorire il gruppo. A Cicciano e Casamarciano cinque indagati per ciascun comune rispondono di voto di scambio politico-mafioso. Sotto indagine era finito anche un altro ex primo cittadino e consigliere comunale, Andrea Manzi.

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