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Malanapoli
24 Marzo 2026 - 08:53
NAPOLI. Il quartiere che lo aveva visto crescere, quei palazzoni di cemento di Scampia dove ogni angolo sembrava offrire un rifugio sicuro, non è bastato a proteggerlo. Pietro Gemito, trentenne ras emergente del clan Raia, cullava l’illusione che il muro di omertà eretto attorno allo Chalet Bakù potesse reggere all’infinito. Ma nel pomeriggio di ieri, quel muro si è sgretolato sotto la pressione dei militari dell’Arma della compagnia Stella, che da giorni seguivano ogni sua possibile traccia, stringendo il cerchio attorno a via Arcangelo Ghisleri.
La fuga di Pietro Gemito era iniziata all’alba del 4 febbraio scorso. In quell’occasione, un imponente dispositivo di forze dell’ordine aveva colpito duramente la holding degli Amato-Pagano, eseguendo 14 misure cautelari e decapitando una delle frange più attive nel controllo del territorio sotto il profilo criminale. Mentre i suoi sodali finivano in manette, Gemito era riuscito a dileguarsi, diventando formalmente irreperibile. Per settimane ha cercato di muoversi come un fantasma tra le strade della sua infanzia, convinto che il controllo capillare del clan Raia sulla zona potesse garantirgli una latitanza dorata a chilometro zero.
Sulla testa del giovane ras pendono accuse pesantissime che delineano il profilo di un elemento chiave nel narcotraffico e nel racket dell’area nord di Napoli. Secondo la Procura Antimafia, Gemito non era solo un esecutore, ma un pezzo importante nello scacchiere dell’associazione mafiosa finalizzata al traffico di stupefacenti. L’inchiesta ha fatto luce anche su un retroscena inquietante: nel 2022, nonostante si trovasse già recluso nel penitenziario di Secondigliano, Gemito sarebbe riuscito a violare i protocolli di sicurezza utilizzando telefoni clandestini per mantenere i contatti con l’esterno, impartendo direttive o gestendo affari dal chiuso della sua cella.
Il nome di Pietro Gemito non è nuovo alle cronache giudiziarie più cruente. Recentemente era stato imputato per il drammatico sequestro di persona ai danni dell’operaio Stefano Pettirosso. Un episodio che in primo grado gli era costato una condanna pesantissima a vent’anni di carcere. Tuttavia, la difesa, curata dall’avvocato Dario Carmine Procentese, era riuscita a ribaltare il verdetto davanti alla Corte di assise di appello di Napoli, ottenendo l’annullamento della condanna. Dopo le formalità di rito seguite all’arresto eseguito ieri dai carabinieri, Gemito è stato scortato nuovamente in carcere.
Il prossimo passaggio cruciale è fissato per domani mattina, quando il trentenne comparirà davanti al giudice per le indagini preliminari per l’interrogatorio di garanzia. In quella sede, assistito dal suo legale, dovrà rispondere dei nuovi capi d’accusa che lo hanno riportato prepotentemente al centro delle indagini sulla criminalità organizzata napoletana. Resta da capire, intanto, se qualche abbia in queste settimane coperto la fuga del ras. I riflettori delle indagini restano dunque puntati più che mai sulla mala di Scampia.
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