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Giustizia
10 Aprile 2026 - 08:17
Renato Franco, Giovanni Franco e Antonio Amaral Pacheco de Oliveira
NAPOLI. A un anno esatto dal sequestro del quindicenne figlio di un imprenditore di San Giorgio a Cremano, Giuseppe Maddaluno, il processo di primo grado entra nella fase decisiva.
L’episodio, avvenuto alle porte della periferia est di Napoli, è tornato al centro dell’attenzione giudiziaria con la requisitoria della Procura antimafia, che ha chiesto condanne pesanti per i tre imputati. In aula, il pubblico ministero Henry John Woodcock ha chiesto 18 anni di reclusione per Renato Franco (nella foto a sinistra), 16 anni per il cugino Giovanni Franco (nella foto al centro) e 12 anni per Antonio Amaral Pacheco de Oliveira (nella foto a destra), collaboratore di giustizia.
Nel suo intervento, il magistrato ha definito il rapimento come un «atto di estrema crudeltà», sottolineando la necessità di una risposta giudiziaria severa. Secondo l’accusa, il sequestro sarebbe avvenuto la mattina dell’8 aprile 2025 proprio a San Giorgio a Cremano.
Il ragazzo sarebbe stato prelevato e poi trasferito in un’abitazione nella zona orientale di Napoli, mentre il commando avrebbe agito con un’organizzazione precisa e pochi mezzi, utilizzando circa 50 euro per procurarsi corde, nastro adesivo e altri strumenti utili al rapimento.
Gli inquirenti ricostruiscono inoltre un coinvolgimento diretto di Renato Franco, ritenuto vicino agli ambienti del presunto clan Formicola, e di Giovanni Franco, che avrebbe partecipato alla pianificazione e alla fase operativa del sequestro. Il minore sarebbe stato successivamente trasportato fino a Licola, dove fu poi liberato dopo circa otto ore di prigionia.
Nel corso dell’udienza, la difesa - rappresentata dagli avvocati Domenico Dello Iacono, Leopoldo Perone e Rocco Maria Spina - ha chiesto una riqualificazione del reato da sequestro a scopo estorsivo a sequestro “semplice”, oltre al riconoscimento delle attenuanti legate al risarcimento del danno, che però non è stato accettato dalle parti civili, assistite dall’avvocato Michele Rullo.
Un ulteriore sviluppo è arrivato con le dichiarazioni di ammissione di responsabilità da parte di uno degli imputati, elemento che ha segnato un passaggio significativo nel dibattimento.
Secondo la ricostruzione accusatoria, il movente sarebbe legato a una richiesta di riscatto da 1,5 milioni di euro, giustificata dagli indagati come presunto credito derivante da una controversia privata. Poche settimane fa a gettare la spugna era stato invece Giovanni Franco, che in lungo memoriale aveva spiegato: «Mi dispiace per non aver detto da subito tutta la verità. Soltanto ora, purtroppo, ho trovato la forza. Ammetto che io, mio cugino (Renato Franco, ndr) e Amaral abbiamo compiuto questo gesto assurdo e spregevole».
Franco entrava quindi nel merito di quanto accaduto sostenendo di essere stato mosso da un movente economico. Tornato a Napoli, dopo un lungo periodo trascorso fuori regione, il giovane si sarebbe infatti trovato senza lavoro: «Appena mi licenziai mio cugino lo venne a sapere e a inizio marzo mi propose di lavorare cin lui pagandomi a fine giornata. Lui si occupava di attività legate alle fatturazioni di società. Nei giorni successivi mi accorsi che si trattava di consegne di denaro. La mia retribuzione era di 100 euro». Il tempo delle scuse è finito. Tra poche settimane il verdetto che si preannuncia tutt’altro che soft.
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