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Allarme Istat sulla povertà, a Napoli le famiglie sono sempre più fragili

Le difficoltà economiche coinvolgono quasi il 39% dei nuclei che hanno difficoltà ad arrivare a fine mese

Allarme Istat sulla povertà, a Napoli le famiglie sono sempre più fragili

NAPOLI. Le difficoltà economiche continuano a gravare pesantemente sulle spalle delle famiglie italiane, delineando un quadro di fragilità che non accenna a migliorare. Nel 2024, la quota di popolazione a rischio povertà o esclusione sociale è aumentata, seppur in modo apparentemente lieve, rispetto all'anno precedente.

A lanciare l'allarme è l'Istat nel suo recente report "Condizioni di vita e reddito delle famiglie – anni 2023-2024", un documento che scatta una fotografia impietosa del Paese: l'inflazione ha agito come una tassa occulta, erodendo i risparmi e riducendo drasticamente il reddito reale di milioni di cittadini.

Secondo i dati ufficiali, il 23,1% degli italiani si trova oggi in una condizione di vulnerabilità economica, un dato in crescita el 22,8%. L'istituto di statistica inserisce in questa fascia chiunque sperimenti almeno una di queste tre condizioni critiche: povertà economica relativa, grave deprivazione materiale e sociale, o una bassa intensità lavorativa.

Quest'ultimo indicatore è quello che desta maggiore preoccupazione, essendo balzato dall'8,9% al 9,2%, coinvolgendo quasi 3,9 milioni di persone che vivono in nuclei dove si lavora troppo poco o in modo precario. A livello geografico, l'Italia appare drammaticamente spaccata in due.

Se il Nord-est si conferma l'area più resiliente con un'incidenza di rischio ferma all'11,2%, il Mezzogiorno profonda in una crisi sistemica: qui il 39,2% della popolazione è in difficoltà. In questo contesto, la situazione di Napoli e della sua area metropolitana emerge come un caso emblematico.

Nel capoluogo campano, la densità abitativa e la persistenza del lavoro sommerso o precario rendono le statistiche sulla "bassa intensità lavorativa" ancora più brucianti, alimentando un senso di esclusione sociale che colpisce soprattutto i giovani e le famiglie numerose. L'aumento del costo della vita, con un'inflazione media del 5,9%, ha letteralmente mangiato i guadagni, traducendosi in una riduzione del reddito reale del -1,6%.

È il secondo anno consecutivo che le famiglie vedono diminuire la propria capacità di spesa reale, un segnale che il carrello della spesa e le bollette pesano ogni giorno di più. L'impatto di questa erosione non è stato uniforme lungo lo stivale. Mentre il Nord-ovest ha registrato una timida crescita (+0,6%), il Centro e il Nord-est hanno subito contrazioni pesanti.

Nel Mezzogiorno e in Campania la flessione è stata dello 0,6%, un dato apparentemente contenuto ma che si innesta su una base reddituale già storicamente molto più bassa di quella settentrionale. Per una famiglia di Napoli, una contrazione anche minima del reddito reale può significare la rinuncia a beni essenziali o a cure mediche, inasprendo un disagio già latente. Un altro dato che deve far riflettere riguarda la forbice sociale.

La disuguaglianza economica è tornata ad aumentare: le famiglie più ricche hanno percepito un reddito 5,5 volte superiore a quello delle famiglie più povere (era 5,3 nel 2022). Questa polarizzazione della ricchezza suggerisce che i benefici della ripresa economica non stanno filtrando verso il basso, restando bloccati nelle fasce alte della popolazione.

Lo scenario per il 2026 appare critico. La fragilità economica di città come Napoli, dove il costo della vita è aumentato ma i salari sono rimasti al palo, richiede interventi strutturali che vadano oltre i semplici bonus temporanei.

Senza misure adeguate per sostenere i redditi più bassi e politiche attive per il lavoro che riducano la bassa intensità lavorativa nel Sud, il rischio è che la povertà non sia più una condizione transitoria, ma diventi un tratto permanente di una fetta sempre più ampia della popolazione italiana.

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