NAPOLI. «Negli anni siamo state in tantissime, purtroppo, ad essere state colpite dalla politica di terrore, dalla violenza e dalla possibilità di non sottrarci anche solo a ricevere un complimento non gradito, un messaggio su chat mai richiesto, obbligate a rispondere anche quando non avremmo mai voluto, ci siamo spesso chieste: come si fa a non rispondere anche soltanto con un ciao ad un docente lì dove a legarci è il rapporto di subordinazione che ci fa dubitare che qualsiasi cosa non detta possa ritorcersi contro di noi?». Così scrivono in una lunga lettera - pubblicata sulla pagina Facebook di “Non una di meno - Napoli" - le studentesse dell'Accademia di Belle Arti di Napoli in merito all'indagine della magistratura in seguito alla denuncia di una ragazza per una presunta violenza da parte di un docente, che si è dimesso. Parlano di situazioni che «in più casi, erano giunte a chi avrebbe dovuto tutelarci all'interno dello spazio accademico, uno spazio che immaginavamo protetto, dotato anch'esso di misure che non avrebbero mai dovuto esporci a così tanta violenza». «Alcune di noi si sono sentite dire alla prova d’accesso che il nostro profilo non era indicato per il percorso di studi scelto ma avremmo dovuto “fare l’attrice”. Ci chiediamo come questo docente, prima ancora che avesse i nostri indirizzi elettronici avesse i nostri nominativi da usare per la ricerca su social network come facebook o instagram. - continuano - Abbiamo vissuto a lungo con umiliazioni pubbliche durante il corso di questo docente, trattate malissimo e, per quelle tra di noi che avevano deciso di mandarlo a quel paese via chat, è iniziato un calvario, per alcune durato anni. Esami rimandati e esami a cui siamo state bocciate almeno tre volte, esami a cui ad alcune di noi ci è stato detto “sì, lo meritavi, ma se avessi accettato il mio invito sarebbe stato tutto più semplice, ritenta la prossima volta sarai più fortunata” esami che siamo riuscite a superare soltanto con la presenza di un accompagnatore/trice». «Siamo state molto spesso invitate ad uscire sempre con la proposta di riuscire ad ottenere uno stage, un lavoro o ad approfondire il nostro “percorso formativo”. Richieste di foto, richieste di informazioni in alcun caso collegate al rapporto docente-studente insomma un calvario che per molte di noi è stato davvero frustrante» prosegue la lettera. Le studentesse parlano di «re-interpretazione di una vicenda collettiva che agli occhi dei media e degli interessati vuole essere ridotta ad un unico caso singolo». «Ci fa ancora più rabbia la leggerezza con cui ci vengono date delle soluzione o ci vengono presentate delle strade che “avremmo dovuto prendere" - aggiungono - quando non si ha la minima nozione di cosa ha rappresentato per noi vivere nel terrore per anni». «Oggi siamo convinte che già solo la nostra consapevolezza, la forza di tutte noi, con cui stiamo provando a fare uscire la nostra voce, è da intendere come un enorme passo in avanti. Non vogliamo più docenti molestatori, vogliamo strumenti che ci tutelino e vogliamo una presa di posizione netta dell’Università contro gli abusi di potere, sessuali, avances e molestie» concludono le studentesse.