NAPOLI. Mentre la città vive la tristezza per il prodigio atteso che non si rinnova, quello della liquefazione del sangue di San Gennaro, per Napoli e tutto il Sud Italia si prepara una futura festa, con il riconoscimento della santità dell'ultimo re delle Due Sicilie, Francesco II di Borbone.

La Conferenza episcopale della Campania ha dato il nulla osta all'avvio della causa di beatificazione per un uomo del quale non tutti sanno quanto fosse buono e devoto. La decisione è avvenuta nella riunione, svoltasi a Pompei, alla quale ha preso parte il Cardinale Crescenzio Sepe, che aveva annunciato il 10 dicembre, alla sessione pubblica del Tribunale delle Cause dei Santi , la "candidatura alla santità" di Francesco II.

"Adesso ci affidiamo alla saggezza della Chiesa, guidata dallo Spirito Santo, per la raccolta delle prove della eventuale santità del re - ha detto Monsignor Antonio Salvatore Paone, del Tribunale diocesano per le Cause dei Santi -  Dopo la comunicazione alla Congregazione delle Cause dei Santi si darà il via all'istruttoria sulle sue virtù eroiche con l'escussione dei testimoni".

"È il momento della gioia per tutti coloro che si riconoscono, a Napoli e nel Sud, nella figura di Francesco II", commenta il postulatore della causa,  Nicola Giampaolo, che ha presentato circa 40 testimoni, tra i quali storici, ed esponenti di Fondazioni ed associazioni culturali. 

"La prima cosa da cercare è la fama sanctitatis - aggiunge l''avvocato Giampaolo -  che si riscontra nella vita terrena di Francesco II ed il suo riconoscimento  da parte della gente".

Campane a festa hanno salutato la notizia a Conversano (Bari), nella parrocchia di Don Luciano Rotolo, della "Fondazione Francesco II delle Due Sicilie", che si  è battuta per l'avvio dell'iter canonico di beatificazione.

 Figlio di Maria Cristina di Savoia, proclamata Beata nel 2014, Francesco II di Borbone merita di salire alla gloria degli Altari per le virtù mostrate in vita.  

"Non è una predilezione di Dio nei nostri riguardi - aveva affermato il cardinale Crescenzio Sepe preannunciando la decisione - Sì, abbiamo tante miserie, tante difficoltà, tanti limiti. Però Dio interviene nella storia della nostra città e della nostra regione, oltre che nell'animo dei tanti buoni che sanno immolarsi e raccogliere questa volontà per tradurla in opere di carità".

IL SUO GRANDE CUORE: PERSE IL REGNO PER NON FARE SPARGERE SANGUE 

Quando il regno delle Due Sicilie vide affrontarsi i garibaldini da Sud e i piemontesi che arrivavano da Nord - senza dichiarazioni di guerra e invadendo lo Stato Pontificio - Francesco II scelse di abbandonare Napoli, la sua Capitale, per non esporla agli orrori della guerra civile che avrebbe provocato migliaia di morti. E quando fu ordinato ai soldati che ancora presidiavano i principali forti cittadini di non aprire il fuoco sui garibaldini per evitare una inutile strage.

Durante la battaglia del Volturno, ma anche durante l'assedio di Gaeta, il giovane sovrano napoletano ordinò ai suoi soldati di rimandare indietro i prigionieri piemontesi e garibaldini, strappandoli ad una prevedibile "vendetta"  dei suoi soldati napoletani, i quali erano esasperati dal continuo tradimento di ministri e generali che defezionavano in massa precipitandosi nel campo nemico.

Dopo la caduta del Regno fu ospite di Pio IX, che per la pazienza e l'abnegazione con la quale aveva sopportato la sconfitta militare, la perdita del trono e le tragedie familiari - come la morte dell'unica figlia Maria Cristina Pia -, lo ribattezzò "il Piccolo Giobbe". 

Anche dopo la fine del Regno e la perdita della quasi totalità dei suoi averi - Garibaldi prima e i Savoia dopo spogliarono i Borbone di tutti i loro beni, subordinandone la restituzione alla rinuncia di qualsiasi diritto al Trono - Francesco continuò ad assistere i suoi popoli, elargendo somme di denaro a sostegno degli ex sudditi alle prese con una crisi economica senza precedenti che avrebbe causato l'emigrazione in massa di milioni di meridionali e che va avanti ancora oggi.

DA RE, PREFERI' DIVENTARE IL "SIGNOR FABIANI"

Si faceva chiamare "signor Fabiani", rinunciando umilmente al titolo e cercando di passare inosservato, nel luogo dell'esilio dove morì, ad Arco di Trento.