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“Le luci prima della festa”, un romanzo che danza nel tempo dell’attesa

Nel libro d’esordio di Mariangela Izzo, la danza diventa lingua dell’anima e l’isola un luogo interiore: una storia di ritorni, ferite e riconciliazioni narrata con grazia rara

“Le luci prima della festa”, un romanzo che danza nel tempo dell’attesa

L'autrice Mariangela Izzo

NAPOLI. Ci sono libri che non chiedono di essere letti, ma ascoltati. Le luci prima della festa, romanzo d’esordio di Mariangela Izzo, appartiene a questa categoria preziosa: è una voce bassa, mai invadente, che accompagna il lettore con la stessa discrezione con cui si entra in una stanza carica di ricordi. Senza fare rumore. Senza pretendere nulla. Ma lasciando un segno.

Mariangela Izzo – che ho avuto il privilegio di vedere crescere come ragazza prima ancora che come autrice – scrive come si cammina a piedi nudi: con attenzione, con pudore, con una sensibilità che è riflesso limpido di una storia personale solida, educata, profondamente umana. Le luci prima della festa non è soltanto un romanzo: è un atto di delicatezza.

La protagonista, Emma Biancamore, è una ballerina di talento che torna nella sua isola d’origine per danzare durante l’ultima sera della “settimana del re”, la festa più attesa, più identitaria. Ma quel ritorno non è mai solo geografico. È un viaggio nella memoria, nelle fratture mai del tutto rimarginate, nelle domande rimaste sospese. Tornare, per Emma, significa esporsi. Accettare che alcune ferite non chiedono di essere cancellate, ma comprese.

Emma è una figura malinconica e luminosa insieme. Osserva più di quanto parli, sente più di quanto mostri. È fuori posto nei sentimenti gridati, nei gesti artefatti, nei ruoli che chiedono finzione. La sua verità sta altrove: nella danza, che non è mestiere ma rifugio; non è esibizione ma autenticità pura. Quando danza, Emma non recita: è.

E accanto a lei, protagonista assoluta, c’è l’isola. Non semplice scenario, ma organismo vivo, spazio simbolico e interiore. L’isola è madre e giudice, rifugio e condanna. È il luogo che trattiene e che respinge, che consola e ferisce. Un luogo amato con dolore, come si amano certe parti di sé da cui si è fuggiti ma che non hanno mai smesso di chiamare.

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