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17 Gennaio 2026 - 12:36
Da sempre l’arte sacra costituisce uno dei territori più complessi e fertili della cultura occidentale: un luogo in cui immagine, fede e responsabilità storica si intrecciano, generando visioni capaci di attraversare i secoli. Non una semplice tradizione, ma un linguaggio vivo, che ogni epoca è chiamata a reinventare.
All’interno di questo orizzonte si colloca La Famiglia Esule, il grande dipinto realizzato da Alessandro Fantera per il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Un’opera che nasce da un lungo processo di elaborazione condivisa, sviluppato insieme allo scrittore Francesco Lisbona, curatore dell’artista, alla critica d’arte Milena Naldi e all’architetto Pierluigi Cervellati, e che assume sin dall’origine una dimensione collettiva, tanto nel metodo quanto nel significato.
Il lavoro, un olio su tela di 200 × 120 cm, è stato portato a compimento nell’arco di quasi un anno e presentato pubblicamente il 16 gennaio, negli ambienti del Palazzo di San Callisto a Roma, alla presenza delle autorità del Dicastero, tra cui il Cardinale Michael Czerny SJ, Prefetto, affiancato da Mons. Jozef Barlaš e dal Cardinale Fabio Baggio.
Al centro della composizione si staglia una rilettura radicale della fuga in Egitto: la Sacra Famiglia avanza non in un paesaggio neutro o idealizzato, ma attraverso una terra ferita, evocata simbolicamente nella Striscia di Gaza. Non si tratta di un’ambientazione descrittiva, bensì di un cortocircuito visivo che costringe lo sguardo a confrontarsi con l’attualità del tema dell’esilio. Fantera sottrae l’episodio alla dimensione consolatoria, restituendogli il peso della precarietà, del rischio, dell’erranza.
Questa scelta appare tanto più significativa se si considera la relativa rarità, nella storia dell’arte, di rappresentazioni incentrate sul momento della fuga. L’iconografia tradizionale ha privilegiato il riposo, la sospensione, la quiete. Qui, al contrario, il movimento diventa condizione esistenziale, e l’esilio si trasforma in chiave di lettura del presente.
Durante la presentazione, il Cardinale Michael Czerny SJ, ha sottolineato la profonda consonanza del progetto con la missione del Dicastero, riconoscendone la forza simbolica e la coerenza spirituale. Dal punto di vista formale, La Famiglia Esule si fonda su una costruzione figurativa solida e leggibile. I corpi sono definiti con rigore anatomico, le posture variano con naturalezza, i volti comunicano emozioni precise e riconoscibili.
L’espressione di Maria, raccolta e dolente, dialoga con la gravità composta delle figure femminili che popolano la scena, in un equilibrio tra partecipazione emotiva e misura formale. La composizione è orchestrata secondo una logica corale, in cui i gruppi di figure si susseguono come capitoli di un racconto visivo. Il paesaggio non funge da semplice scenario, ma si configura come spazio interiore, luogo mentale attraversato da tensioni contrastanti: distruzione e sacralità, dolore e attesa. La luce, attentamente calibrata, scandisce i diversi livelli narrativi e guida lo sguardo verso i nodi simbolici dell’opera, mentre il colore contribuisce a costruire una percezione di forte plasticità, evitando ogni compiacimento decorativo.
In un’epoca dominata dalla velocità, dalla riproducibilità tecnica e dall’automazione dello sguardo, l’opera di Fantera sembra rivendicare con forza il valore di una pittura lenta, pensata, radicalmente umana. Un gesto che non guarda al passato con nostalgia, ma interroga il presente, aprendo la possibilità di una nuova stagione dell’arte come luogo di coscienza.
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