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02 Febbraio 2026 - 19:54
Il Teatro Sannazaro è gremito, un’attesa quasi fisica riempie la sala. Maurizio de Giovanni e David Grossman, il noto giornalista israeliano, siedono uno di fronte all’altro, ma sembra piuttosto che stiano camminando insieme dentro le parole. L’intervista diventa subito dialogo, confidenza, necessità condivisa. Grossman lo dice quasi sottovoce, parlando dei figli e del tempo presente: «Il linguaggio dei nostri figli è cambiato. Ero felice di vedere mio figlio Jonathan capire la lingua, ma allo stesso tempo capivo che stava perdendo la capacità di cogliere ciò che non è linguaggio». È una frase che resta sospesa nell’aria, come una ferita gentile.
De Giovanni porta la discussione sul terreno della lettura, con la concretezza di chi sente il peso di una responsabilità collettiva: «La necessità di questa regione è promuovere la lettura. Siamo consapevoli di quanto conti. La lettura è la parte più creativa della scrittura stessa». E chiede: qual è, davvero, la ragione profonda del leggere?
Grossman risponde raccontando sé stesso bambino, il patto silenzioso tra autore e lettore, la scoperta precoce di un piacere che diventa destino. «Ho scritto il mio primo libro a undici anni, la storia di un ragazzo che scappa e si unisce a un circo». Poi la rivelazione delle lingue, dei brividi lungo il corpo leggendo un umorista ebreo, la febbre davanti a quei libri segnati con le lettere dei versetti biblici: «Sentivo di entrare in un altro regno».
Quando si parla di personaggi, Grossman si accende. Il mondo, dice, sembra aver perso complessità e dubbio, e la letteratura diventa resistenza. «Non è un modo di capire, ma un modo di essere». Viviamo nel tempo dell’economia delle parole, della sciatteria, del linguaggio cheap. «Dobbiamo purificare il linguaggio, salvarlo dalle manipolazioni. È una guerra che dobbiamo combattere». Applausi, ma soprattutto consenso interiore.

C’è poi la magia della creazione: «Il personaggio nasce dal nulla, prende vita, si ribella allo scrittore. È lì che succede qualcosa di misterioso». De Giovanni sorride: sa esattamente di cosa parla. La letteratura, dice Grossman, è lealtà alle sfumature, rifiuto delle generalizzazioni, uno sguardo profondo su sé stessi.
Il discorso si allarga fino alla politica, inevitabilmente. Israeliani e palestinesi, bloccati nella stessa narrativa, prigionieri di una storia che si ripete. «Abbiamo bisogno di una nuova storia», afferma Grossman, con dolore e lucidità. Le cose terribili sono state fatte da entrambe le parti, e continuare a raccontarle sempre allo stesso modo significa condannare i figli a ereditare l’odio.
De Giovanni chiude riportando tutto alla comunità, alla responsabilità dello scrittore: vedere le ombre e indicare una via d’uscita. Grossman risponde con una sincerità disarmante: «A loro piacciono i miei libri, ma odiano la mia politica». Eppure resta, dissentendo, fedele alla propria identità.
Si esce dal Sannazaro con la sensazione di aver assistito a qualcosa di raro e portando nel cuore le parole con cui de Giovanni congeda tutti: «Grossmann è un uomo che, come Ulisse, porta in giro la sua identità senza sporcarla mai. Una guerra di pace combattuta con le parole. Una bandiera fragile e necessaria, da tenere alta».
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