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"Gomorra - Le origini", Antonio Buono: "Grazie a 'Mimì' sono tornato a Napoli, ora vivo il periodo più bello della mia vita"

Esordio per l'attore nella serie Sky firmata da Marco D’Amore e Francesco Ghiaccio

"Gomorra - Le origini", Antonio Buono: "Grazie a 'Mimì' sono tornato a Napoli, ora vivo il periodo più bello della mia vita"

“Il periodo più bello della mia vita”. Così Antonio Buono riassume in poche parole le emozioni di queste settimane che lo hanno visto esordire come attore professionista tra i protagonisti dell’atteso prequel Gomorra-Le Origini, in onda su Sky e in streaming solo su Now, nei panni di Mimì, uno dei giovani che insieme a Tresette (Ciro Burzo) e ‘A Macchietta (Luigi Cardone) compone il gruppo di amici di Angelo ‘A Sirena (Francesco Pellegrino), il criminale che introdurrà l’adolescente Pietro Savastano nella malavita della Napoli degli anni '70.

La serie diretta da Marco D’Amore e Francesco Ghiaccio, prodotta da Sky Studios e da Cattleya, sta appassionando il pubblico settimana dopo settimana e venerdì 23 gennaio arriva al suo quarto appuntamento. Per Antonio Buono, classe 1992, è un sogno diventato realtà: una scommessa vinta con sé stesso in cui nessuno credeva. “Mio padre è della ‘vecchia scuola’ per lui era inconcepibile che io intraprendessi un percorso artistico. Oggi anche lui comincia a credere in me e nel mio lavoro e questo significa davvero tanto”.

Il tuo primo ruolo da professionista arriva in una serie prequel di una saga diventata un cult. Come stai vivendo questo periodo?

Le emozioni sono tante e sono felice di vedere che tutti i sacrifici fatti e il lavoro svolto fuori e dentro il set siano serviti e siano stati apprezzati. Per la prima volta mi capita di essere riconosciuto per strada e questo per me è molto gratificante perché dò molta importanza alle persone e all'amore che mi stanno dimostrando, non solo dal vivo, ma anche sui social. Non smetterò mai di ringraziare chi trova un pochino del proprio tempo per scrivermi qualche parere sulla serie o sul mio personaggio o per dirmi semplicemente qualche parola gentile. Avere avuto la possibilità e il privilegio di arrivare al cuore delle persone mi riempie di gioia.

La serie è l’affresco della Napoli criminale degli anni Settanta e Ottanta. Tu non hai vissuto quegli anni, che immagine avevi di quel periodo?

Molto romantica. Mi sembrava un periodo bello, coloratissimo, ma studiando il mio personaggio, informandomi e guardando documentari dell’epoca, ho scoperto che non era affatto così. Per conoscere meglio quegli anni mi è stato molto utile confrontarmi con i miei genitori. Mia madre, in particolare, mi è stata di grande supporto perché nel 1977 lei aveva 15 anni e con i suoi racconti mi ha fatto immergere nella vita e nei pensieri di un adolescente dell’epoca. Lei è cresciuta in un quartiere molto difficile e mi ha raccontato i disagi, la fatica e le enormi difficoltà che incontrava nel quotidiano, quando era difficile anche avere un piatto a tavola soprattutto se si viveva in una famiglia numerosa. E poi mi ha confidato di quando ha dovuto interrompere gli studi perché doveva lavorare per provvedere ai bisogni della famiglia. Insomma gli adolescenti in quegli anni a Napoli non erano adolescenti: non potevano permetterselo e conoscere tutto questo mi è stato di grande aiuto per entrare in empatia con i personaggi della serie e con le loro storie.

C'è qualcosa che ti ha affascinato di quel periodo?

Il modo di vestire, le auto, le canzoni, gli artisti. Ci sono tanti aspetti che mi piacciono degli anni Settanta. E poi il fatto che non ci fossero i social o i cellulari. Era tutto più genuino secondo me, i rapporti tra le persone erano meno filtrati, più autentici. Quando si andava a casa di qualcuno per una tazza di caffè, lo si faceva perché era una cosa realmente “sentita” e si chiacchierava per ore, senza interruzioni come invece accade oggi dove c’è sempre una notifica pronta a distrarti. Oggi capita di andare a cena fuori, in compagnia e di restare attaccati ad uno schermo a scrollare. Aver avuto la possibilità di “vivere” quell'epoca mi ha dato l’impressione che prima le relazioni e i rapporti umani fossero molto più importanti rispetto ad oggi.

E con la tua città, Napoli, che rapporto hai?

Napoli per me è tutto. Nonostante per un periodo sia stato costretto a lasciarla, l'ho sempre portata dentro. Ammetto che ci sono dei momenti in cui ci litigo, per via di tante cose “storte” che vedo e che proprio non riesco ad accettare. Ho con Napoli un rapporto sentimentale fatto di odio e di amore ma una cosa è certa: Napoli è una grandissima fonte di ispirazione per me. Spesso, quando ho bisogno di scavare dentro di me, di riflettere, mi metto seduto di fronte al mare. È quello il mio posto preferito in assoluto.

Quando hai capito che volevi diventare un attore e come è stata accolta la tua scelta in famiglia?

Fin da bambino, giocando, ho capito che recitare mi rendeva felice. Poi crescendo ho maturato la consapevolezza che recitare fosse l’unico percorso che veramente volevo intraprendere. Il mio primo lavoro davanti alla macchina da presa risale al 2015, ma per anni è rimasto un sogno chiuso in un cassetto. Mi mancavano la sicurezza e la consapevolezza che ho adesso. Studiare recitazione ha poi fatto la differenza, ma serve tempo e denaro da dedicare allo studio e lavorando per mantenermi non sono riuscito a permettermelo per tanto tempo. Quando poi ho deciso che volevo diventare un attore professionista, la mia scelta non è stata accolta nel migliore dei modi dalla mia famiglia: i miei genitori erano molto scettici e per nulla fiduciosi. Mio padre è della “vecchia scuola”, ha cominciato a lavorare da piccolissimo, per lui era inconcepibile che io intraprendessi un percorso artistico.

Oggi lo è ancora?

Le cose sono molto cambiate, non c’è più scetticismo da parte sua, ma ci è voluto un po’ di tempo. Adesso anche lui ha cominciato a credere in me e nel mio lavoro e tutto ciò significa davvero tanto per me. Ogni padre dovrebbe credere nei propri figli, la sua fiducia può diventare un motore in più per loro.

E così, dopo aver preso atto che volevi diventare un attore, cosa ha fatto?

Dopo un periodo di lunga riflessione, ho deciso di ascoltarmi e di provarci. Mi sono trasferito in Svizzera con pochi soldi in tasca e i primi giorni sono stati decisamente duri, dato che non avevo né una casa né un lavoro. Ho trovato ospitalità per un breve periodo da un conoscente, poi ho trovato un lavoro e sono riuscito a sistemarmi in un appartamento al confine, in Francia. Da lì in poi ho vissuto sia in Francia che in Svizzera, facendo vari lavoretti. L’obiettivo era risparmiare per poi pagarmi gli studi di recitazione. E così ho fatto.

Come sei stato accolto all’estero?

Sono stato accolto come un figlio e questo mi ha molto stupito. Quel posto mi ha fatto crescere molto dal punto di vista caratteriale. Ricordo che per risparmiare cenavo con pancarré e marmellata. Ma una volta tornato a Napoli, quell’esperienza mi ha permesso di dedicarmi totalmente allo studio.

Cosa ti ha insegnato?

È stata altamente formativa e se tornassi indietro rifarei ogni cosa. Ho ampliato i miei orizzonti, conosciuto persone nuove, una cultura diversa dalla mia, un’altra lingua, altre tradizioni. Credo sia fondamentale provare, almeno una volta nella propria vita, ad uscire dalla propria zona di comfort per capire di che pasta si è fatti.

Una volta tornato a Napoli, dopo quanto tempo è arrivato il primo casting per Gomorra- Le Origini?

A Napoli ho studiato recitazione in due diverse accademie e dopo qualche anno ho fatto il primo provino per la serie. In totale credo siano stati 7 o 8 provini nell’arco di sei mesi. Sono stati provini intensi e molto duri che però mi hanno insegnato tanto e mi hanno dato l’occasione di conoscere persone straordinarie come Davide Zurolo e Alessia Foraggio che hanno reso quel periodo indimenticabile.

Cosa li ha convinti di te?

Non saprei, è una domanda che noi attori ci poniamo in continuazione, ma a cui raramente troviamo risposta. Sono tante le dinamiche e i fattori in gioco: l’aspetto, il carattere, la disponibilità, il modo di lavorare e poi la propria interpretazione naturalmente. 

Come descriveresti il tuo personaggio, Mimì?

Mimì è un personaggio che bisogna cercare di capire attraverso i suoi sguardi, i suoi gesti, le sue movenze. È un ragazzo di poche parole, ma credo che sia un personaggio a cui le parole servono poco o forse non servono affatto. È introspettivo, dotato di una forte profondità e umanità. In Mimì ci ho messo veramente poco di mio, soltanto il lato positivo, perché lui non è solo ombre ma anche luce. Come se avesse dentro di sé due forze primordiali contrastanti, lo Yin e lo Yang. Lavorare su questo personaggio non è stato affatto semplice perché ha caratteristiche completamente differenti dalle mie e ho dovuto ricreare un mio nuovo “mondo” interiore per poterlo incarnare pienamente.

In che modo Marco D'Amore e Francesco Ghiaccio ti hanno aiutato nella costruzione del tuo personaggio?

Il laboratorio a cui ho preso parte assieme agli altri protagonisti prima di girare è stato illuminante per me e mi ha aiutato moltissimo a costruire il mio personaggio. Tutti noi abbiamo svolto un lavoro intenso per due settimane e Marco D’Amore era sempre disponibile, pronto a supportarci e a confrontarsi. È capitato anche che improvvisassimo durante qualche scena. È un regista che sa essere “autoritario” ma anche permissivo quando serve, molto esigente ma sempre molto equilibrato. Lavorare con lui è stata un'esperienza che mi ha arricchito tanto dal punto di vista umano e artistico.

Qual è stata la scena più difficile che hai girato?

Credo che la scena più complessa sia stata nel primo episodio, in casa di Enza. Mantenere un certo tipo di emozione come la collera, il senso di colpa o il senso di frustrazione perché non si vorrebbe commettere un’azione che invece deve essere fatta, è molto impegnativo. Mi riferisco soprattutto a quando il mio personaggio di fronte a A’ Macchietta piange e abbassa lo sguardo. Ecco, mantenere certi stati emotivi in scena per otto ore o più consecutivamente non è proprio una passeggiata.

E quella più divertente?

Senza dubbio la scena iniziale quando arriviamo con le auto al bar America e quando compaiono le famose “palle 'e riso”: ci siamo divertiti come non mai.

Hai dovuto lavorare anche sul tuo aspetto fisico?

Sì, Marco mi ha chiesto di mantenere la linea ma io ho voluto alzare un po’ il tiro e perdere ancora più peso per dare a Mimì un aspetto esile che rendesse “giustizia” al nome che porta. In fondo Mimì è un diminutivo. E poi volevo che fosse l’opposto di Tresette anche come immagine.

C'è qualche attore che ti ha ispirato?

Non mi sono ispirato a nessun attore in particolare: mi sono affidato alla mia creatività costruendo la postura di Mimì, il suo modo di camminare, di mangiare e di fumare, tentando di dare vita ad un personaggio autentico. Spero tanto di esserci riuscito.

Tra gli attori napoletani o un regista di oggi e di ieri, con chi andresti a cena per parlare di cinema o magari a chi chiederesti un suggerimento per la tua carriera?

I primi che mi vengono in mente sono Sophia Loren e Massimo Troisi che purtroppo non c’è più. Ma mi piacerebbe anche parlare con Toni Servillo o Luisa Ranieri: interpreti che mi affascinano come artisti e che vorrei conoscere anche come persone.

Andresti di nuovo a lavorare all’estero se ti offrissero delle nuove opportunità nel cinema?

Assolutamente sì. Sogno di riuscire a farmi spazio nel cinema anche fuori dall’Italia, magari negli Stati Uniti, in Francia o Inghilterra. Sto perfezionando il mio inglese proprio per questo.

 

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