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L'INIZIATIVA
29 Marzo 2026 - 12:39
“Minà aveva capito che dentro di me c’era il potenziale per diventare un campione”.
Alla presentazione del libro Facce piene di pugni, Storie non solo di ring di Gianni Minà,
Patrizio Oliva lo ricorda così: un giornalista che non faceva le interviste, ma che costruiva le storie. “Che non c’è più Gianni, veramente, fa male al giornalismo italiano” dice Oliva. “Non c’è, ma c’è” risponde Gianfranco Coppola presidente nazionale Ussi nel salone Giunta al CONI a Roma.

Amici, colleghi, estimatori al fianco della Fondazione Mina’ per presentazione di un libro che non ci dà solo una chiave per leggere il pugilato dalle sue origini fino alla fine degli anni Settanta, ma che ci restituisce soprattutto una lente per leggere il mondo.
Alla autentica tavola rotonda anche per la tipologia della sala accolti da Gianfranco Coppola (giornalista e presidente USSI), con il segretario Guido Lo Giudice e la responsabile progetti Enza Beltrone sono intervenuti Roberto Mugavero (editore Minerva), Emanuela Audisio (giornalista, scrittrice), Dario Torromeo (giornalista, scrittore), Francesca E. Minà (ricercatrice visiva, scrittrice), Loredana Macchietti Minà (Presidente Fondazione Gianni Minà) e Walter di Giusti (segretario generale FPI).

Ecco i loro interventi.
Gianfranco Coppola: “Noi come stampa sportiva italiana ci battiamo per il racconto dello sport, che però non deve essere visto come una cosa nostalgica e anche la giornata di oggi non è un momento di nostalgia, né di rimpianto. Intanto ricordiamo con il cuore gonfio di affetto che oggi ricorrono i tre anni dalla scomparsa fisica di Gianni. Vorrei che, nel ricordo di Gianni, fosse Francesca a illustrarci le finalità della Fondazione, perché questo ricordo passa anche per una realtà che porta avanti non i suoi sogni, ma i suoi progetti. Godiamoci questa mattinata di bei ricordi”.
Francesca E. Minà: “Credo che una parola per riassumere quelli che sono gli obiettivi di questa Fondazione sia ponte. Ponte e conversazione viva. Conversazioni vive che abbiano riscontro non solo nel presente, ma anche nel futuro. Un archivio può essere consultato, ma può anche essere frutto e seme di conversazioni che possono regalarci ancora qualcosa che in questo momento storico ci è stato tolto: l’utopia di una speranza, l’idea di poter immaginare un mondo migliore. Per farlo, però, serve la memoria e l’archivio serve soprattutto a questo. L’obiettivo della Fondazione è creare ponti e conversazioni per abbracciare le generazioni che non hanno conosciuto Gianni Minà dal vivo, ma che attraverso i suoi scritti possono fare la differenza nei giorni a venire”.
Roberto Mugavero: “I libri, a volte, ti vengono a cercare. Noi abbiamo degli archivi fotografici e un giorno ho trovato una busta. Sopra c’era scritto solo “Gianni Minà”. Apro la busta e c’erano una ventina di diapositive. Le faccio scansionare e le guardo: c’era Gianni Minà che intervistava dei pugili. Io purtroppo non avevo conosciuto Gianni Minà, quindi faccio delle ricerche e trovo la Fondazione. Scrivo una mail, mi presento e dico che voglio donargli quelle foto. Un giorno dopo, forse due al massimo, mi risponde Loredana e mi chiede come ho fatto ad avere quelle foto. Le racconto la storia e decidiamo di incontrarci dal vivo. Dopo aver ufficialmente donato le diapositive, con la mia faccia tosta da bolognese, chiedo se, per caso, ci fosse ancora qualcosa di non pubblicato di suo marito. Lei mi guarda, si concentra e poi mi dice di aspettarla un attimo. Torna con un plico di fogli e mi dice di leggerli. Quando salgo sul treno comincio a leggere e quando scendo, corro più veloce del treno. Chiamo Loredana e le dico che quel libro è meraviglioso, le dico che quel libro devo editarlo io”.
Emanuela Audisio: “Ali a Gianni diceva spesso che non aveva il fisico da pugile. Gianni non era alto due metri, ma aveva un altro modo di combattere. Io oggi leggo libri sulle sorelle Williams, per esempio, e mi chiedo quando arriverà il momento in cui i giornalisti che li scrivono attraversano l’oceano e vanno a conoscerle. E quel momento non arriva: tutto il libro è scritto sulla base di documenti. Non c’è più l’approccio diretto. Gianni ha avuto un grandissimo merito: andava davanti alla storia del pugile e la rendeva una storia dell’umanità. La storia di chi aveva combattuto non solo per avere un posto sul ring, ma anche nel mondo”.
Dario Torromeo: “Gianni ha scelto di raccontare tutto: questo libro è un libro di storie dirette ed è inquadrato in un contesto storico, sociale ed economico. Gianni ti racconta tutto quello che vede. Aveva due qualità eccezionali: aveva una curiosità infinita di capire e sapeva ascoltare. Cosa significhi andare incontro a un match di pugilato solo il pugile lo sa, ce lo hanno raccontato un milione di volte, ma non lo capiremo mai. Gianni questi sentimenti riusciva a trasmetterli perché viveva insieme al pugile: trasformava quello che sentiva in parole scritte”.
Walter De Giusti: “Gianni era un uomo di sport. È riuscito a capire l’essenza del pugilato: il pugilato è un’arte, è uno stile di vita. Oggi continuiamo a chiamare maestri i maestri di pugilato: credo che abbiano anche da dare come maestri di vita”.

Loredana Macchietti Minà: “Gianni seguiva la vocazione, più che la sua professione, infatti era giornalista pure a casa: quando andavamo in viaggio, lui intervistava. Gianni continua a vivere con i suoi libri: questo libro sulla boxe ha voluto chiudere un lavoro di Gianni che si era interrotto in Rai. Lui voleva chiudere questa bibbia del pugilato, così la chiamava, perché sentiva l’esigenza di mettere per iscritto le radici di questo magnifico sport. Ho seguito il suo indice, mi aveva lasciato una traccia, cioè le scuole di pugilato: la scuola afroamericana, italoamericana e irlandese. Non a caso questa traccia coincide con le migrazioni, di fino ottocento e inizio novecento, degli italiani, degli irlandesi e degli afroamericani in America. Gli italoamericani che andarono in America a cercare fortuna erano persone poverissime e potevano cercare riscatto solo nella boxe. In queste biografie c’è la poesia di queste persone”.
È intervenuta anche Adriana Sabbatini figlia del grande organizzatore Rodolfo (presente anche l’altro figlio Roberto) e a lungo al fianco di Gianni in produzioni e documentari: “Gianni era irrefrenabile: quando voleva qualcosa, riusciva ad ottenerla. Per me è stato un maestro
di vita che mi ha insegnato il senso della parola dignità. E questa è stata la cosa più importante della mia carriera”.
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